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Dopo il voto Usa, tre avvisi per l’Europa

di Michele Marchi

 

Nel marasma di questo post-voto americano, tre indicazioni appaiono evidenti.

Probabilmente il peggior presidente della storia degli Stati Uniti, sicuramente il più imprevedibile ed incoerente dal post 1945, ha ottenuto circa sei milioni di voti in più rispetto alla performance del 2016. Lo stesso Presidente che ha trascurato la minaccia pandemica ed ha oscillato pericolosamente nell’approcciarsi al Covid 19 non è stato sonoramente cacciato dall’elettorato statunitense.

Lungi dal voler entrare nelle specificità interne al complesso sistema politico americano, ciò che dovrebbe attrarre l’attenzione degli europei è quanto sia radicato il cosiddetto sovranismo trumpiano, quanto siano profonde le radici del malcontento in particolari aree del Paese e come tutto ciò costituisca un monito per chi, in maniera troppo ottimistica, propone l’equazione “giù Trump, fine dei cosiddetti sovranismi europei”.

1- L’avvertimento che giunge da Washington è chiaro quanto fondamentale. Al netto di tutte le importanti e non trascurabili specificità nazionali, la frattura tra perdenti e vincenti della globalizzazione, tra people from somewhere and people from anywhere, la drammatica scomparsa della classe media, scivolata verso un impoverimento costante e progressivo, ha finito per indebolire le fondamenta delle democrazie liberali così come concepite nel secondo dopo guerra. E tale virus si aggira per il Vecchio continente perlomeno da inizio anni Novanta dello scorso secolo. E per cercare di arginarlo, più che esultare di fronte alla sua probabile battuta d’arresto oltre Atlantico, occorre prima di tutto ottenere risultati concreti dalla risposta europea alla pandemia, in particolare uscire dall’impasse nel quale sembra essersi arenato il Recovery Fund. E contemporaneamente servirebbe recuperare terreno nei confronti dei cosiddetti sovranisti, nella proposta delle cosiddette culture politiche moderate (si pensa ai partiti della famiglia del popolarismo europeo, sfidati alla loro destra) e in quella delle culture politiche progressiste e riformiste (si pensa al socialismo europeo sfidato alla sua sinistra).

2- Il fatto che l’iper-potenza statunitense abbia portato alla Casa Bianca Trump e dopo quattro anni disastrosi lo accrediti ancora di quasi la metà del suffragio espresso, impone la riflessione su altri due delicati dossier. L’uscita dal Covid 19 avrà effetti importanti sui debiti pubblici di tutti i Paesi e tale impatto sarà devastante per i cosiddetti Paesi in via di sviluppo o comunque per le realtà meno strutturate e più soggette ad ondate speculative. Le reti di sicurezza internazionale a guida statunitense, Banca mondiale e Fondo monetario in primis, difficilmente potranno operare come in passato, cioè con ampia copertura americana. In sostanza il multilateralismo economico-finanziario non sarà più garantito dagli Usa, si tratti di Trump o di Biden alla Casa Bianca. Sarà la Cina ad assumere questo ruolo? Con quali garanzie? Quali e quanti rischi è lecito correre nel mettersi nelle mani di un multilateralismo guidato da Pechino? Non è tempo che si dispieghi un multilateralismo di marca europea?

3- Ma tale riflessione apre ad una terza ed ultima, per certi versi paradossale. Trump, con il suo procedere in maniera ondivaga e minacciosa sullo scacchiere internazionale ed in particolare nei confronti dell’Europa, aveva risvegliato ambienti “assopiti”, vedi quelli tedeschi, e aveva innescato un dibattito sulla necessità di costruire un percorso di autonomia strategica da parte dell’Ue. L’idea dell’Unione geopolitica di Ursula von der Leyen deve molto al clima creatosi tra le due sponde dell’Atlantico dopo l’arrivo alla Casa Bianca del tycoon nel 2016 (dazi commerciali, sgarbi sul fronte Nato solo per citare i due casi più evidenti). E anche il tema della sovranità europea, rispetto al quale tanto si è speso Macron, rischia di essere travolto di fronte alla vittoria di Biden e alla facile illusione che una volta scalzato Trump dalla Casa Bianca, tutti i problemi, come d’incanto svaniranno. Alcune dichiarazioni provenienti da Berlino nelle ultime ore vanno proprio in questa pericolosa direzione.

La fine del mandato presidenziale di Trump e la sua mancata rielezione aprono un’importante finestra di opportunità per l’Europa in generale e per l’Ue in particolare. Ma nulla è scontato o automatico. Trump non è stato un accidente della storia e, purtroppo, la pur auspicabile vittoria di Biden non riporterà indietro l’orologio della stessa. I cosiddetti sovranismi (o populismi) hanno radici profonde e hanno rimesso in discussione l’efficacia e la credibilità dei nostri tessuti democratici. La democrazia malandata degli Stati Uniti non è altro che lo specchio nel quale si riflettono tutte le aporie, le crisi e le convulsioni delle nostre liberal-democrazie europee. Piuttosto che perder tempo ad esultare, sarebbe forse più opportuno piegarsi sul manubrio e pedalare con lena.

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Michele Marchi
marchi@per.it

Professore di Storia Contemporanea presso il Dipartimento di Beni Culturali dell'Università di Bologna. Si occupa di storia politica dell’Europa del XX secolo con particolare attenzione per quella francese e per il rapporto tra politica e religione in Francia ed in Italia. Per Rubbettino ha pubblicato "Alla ricerca del cattolicesimo politico. Politica e religione in Francia da Pétain a de Gaulle" (2012). Membro del comitato di redazione della "Rivista di Politica", della redazione della rivista "Ricerche di Storia Politica" e della rivista "Nuova Informazione Bibliografica".

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