Draghi-Macron: un patto per l'autonomia strategica dell'Ue - Fondazione PER
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Draghi-Macron: un patto per l’autonomia strategica dell’Ue

di Vittorio Ferla

 

La calda stretta di mano congiunta con cui Macron, Mattarella e Draghi hanno celebrato venerdì la firma del Trattato del Quirinale tra Francia e Italia dà il segno del rinnovato rapporto di fratellanza tra i due paesi. In più, l’accordo bilaterale rafforza il ruolo di leadership continentale sia per Macron, che prepara la presidenza francese del Consiglio dell’Ue prevista per il primo semestre del 2022 e le elezioni francesi della primavera prossima, sia per Draghi, che con l’uscita della Merkel e forte del credito accumulato da capo della Bce appare oggi lo statista europeo più influente. Ma il trattato contiene soprattutto spunti decisivi per l’Europa che verrà. Il concetto di “autonomia strategica europea”, tanto caro a Macron, ritorna più volte. Il presidente francese proclama da tempo l’urgenza di una nuova sovranità europea. Ne parlò per la prima volta nel celebre discorso della Sorbona del 2017. Poi, nell’intervista all’Economist del 2019 in cui denunciò addirittura la “morte cerebrale” della Nato, Macron sottolineò la necessità di una autonomia strategica dell’Europa. Un concetto ribadito oggi nel trattato che rilancia i numerosi impegni comuni con l’Italia. Un concetto che – con tutto ciò che comporta in termini di difesa e sicurezza comuni – non dispiace evidentemente a Mario Draghi. La recente ritirata degli Usa dall’Afghanistan e la loro ricollocazione sullo scacchiere dell’Asia-Pacifico ha lasciato ampiamente scoperta l’Europa, fino ad oggi abituata a vivere tranquilla sotto l’ombrello protettivo americano. Un cambiamento da tempo chiaro a Macron.

“Cercare la sovranità europea significa voler disegnare il proprio futuro come lo vogliamo noi europei. Non ce lo vogliamo far disegnare da altri. Per essere sovrani occorre che l’Europa sappia proteggersi, sappia difendere i propri confini. Bisogna creare una vera difesa europea”, ha spiegato Mario Draghi nel corso della conferenza stampa conclusiva. In passato però, l’autonomia strategica propugnata da Macron è stata letta come una presa di distanze dagli impegni atlantici. Sul punto Draghi chiarisce bene: “il trattato aiuta la costruzione di una difesa europea che naturalmente è complementare alla Nato, non è sostitutiva. Un’Europa più forte fa la Nato più forte”.

Sul piano squisitamente strategico le sfide sono ben definite. Il trattato ricorda che Francia e Italia considerano il Mediterraneo “il loro ambiente comune”, che serve “un approccio comune europeo nelle politiche con il vicinato meridionale e orientale”, e che i due paesi si impegneranno nel “contrasto dello sfruttamento della migrazione irregolare” e nel rafforzamento delle “relazioni dell’Ue e dei suoi stati membri con il continente africano, con particolare attenzione al Nord Africa, al Sahel e al Corno d’Africa”.

Nell’ottica Nato è come se il futuro delle relazioni globali conduca a una divisione dei compiti tra i “due occidenti” che stanno ai due versanti dell’Oceano Atlantico. Da una parte, gli Stati Uniti, chiamati a vigilare nel quadrante del Pacifico per contenere le mire espansionistiche della Cina: da qui il recente accordo trilaterale Aukus con Australia e Regno Unito e il rilancio del Quad, il Quadrilateral Security Dialogue che riunisce Giappone, India, Australia e Usa. Dall’altra parte, l’Unione europea, chiamata ad agire finalmente con chiarezza di visione, determinazione politica e strumenti strategici per governare la globalizzazione nel quadrante più prossimo: quello che parte dal Mediterraneo per spostarsi a est verso il Medio Oriente e a sud verso l’Africa araba e l’Africa subsahariana. Al centro di tutto, il grande tema delle migrazioni che – come dimostra il dramma in corso al confine tra Bielorussia e Polonia – è un pezzo assai rilevante della politica di sicurezza comune. Non a caso un paragrafo del trattato tra Francia e Italia è dedicato alla cooperazione transfrontaliera, occasione di polemiche tra i due paesi sulla gestione dei flussi di immigrati al confine.

Con il Trattato del Quirinale, ha spiegato Macron in conferenza stampa, “creeremo una visione geopolitica comune” e contribuiremo a costruire una “difesa europea comune più forte che contribuisca alla Nato, avremo una cooperazione rafforzata nella lotta contro le migrazioni illegali e i trafficanti, per proteggere le frontiere esterne dell’Europa”. Per realizzare tutto questo si moltiplicheranno le occasioni di collaborazione e di scambio tra i funzionari, diplomatici e militari dei due paesi con attività e pratiche comuni che potranno costituire le basi per l’agognata difesa comune europea. Per questi scopi saranno istituiti, tra l’altro, un servizio civile italo-francese, una unità operativa condivisa a sostegno delle forze dell’ordine, un comitato di cooperazione transfrontaliera.

Per il resto, Francia e Italia si impegneranno a perseguire insieme gli obiettivi comuni dell’Ue. A partire dalla “attuazione di un’ambiziosa politica industriale orientata alla competitività globale delle imprese e a facilitare la realizzazione della doppia transizione digitale ed ecologica dell’economia europea. Esse agiscono per realizzare l’obiettivo dell’autonomia strategica dell’Unione Europea”. Appunto.

L’ultima sfida la lancia Draghi: “Le regole di bilancio in vigore fino a prima della pandemia avevano dimostrato la loro insufficienza da quando è cominciata la crisi finanziaria. Erano regole procicliche: aggravavano il problema invece di aiutare i paesi a risolverlo. Quindi una loro revisione era necessaria. Oggi questa revisione è inevitabile, non solo per gli altissimi costi che la pandemia ha prodotto. Il messaggio è che senza un forte sostegno dello Stato non saremmo passati attraverso la pandemia”.

Il messaggio – forte e chiaro – è rivolto al futuro governo tedesco, la cui compagine vedrà il ritorno dei liberali del Freie Demokratische Partei, tradizionali difensori dell’austerità. Capiremo presto se la Germania sarà disponibile – come Italia e Francia – a rendere permanente l’espansione della politica fiscale comune realizzata con il Next Generation EU.

Vittorio Ferla
vittorinoferla@gmail.com

Giornalista, direttore di Libertà Eguale e della Fondazione PER. Collaboratore de ‘Linkiesta’ e de 'Il Riformista', si è occupato di comunicazione e media relations presso l’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale del Lazio. Direttore responsabile di Labsus, è stato componente della Direzione nazionale di Cittadinanzattiva dal 2000 al 2016 e, precedentemente, vicepresidente nazionale della Fuci. Ha collaborato con Cristiano sociali news, L’Unità, Il Sole 24 Ore, Europa, Critica Liberale e Democratica. Ha curato il volume “Riformisti. L’Italia che cambia e la nuova sovranità dell’Europa” (Rubbettino 2018).

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