Due popoli, due stati: una bella idea che oggi sembra fuori dalla realtà - Fondazione PER
20647
post-template-default,single,single-post,postid-20647,single-format-standard,theme-bridge,bridge-core-2.0.5,cookies-not-set,woocommerce-no-js,ajax_fade,page_not_loaded,,qode-title-hidden,columns-4,qode-child-theme-ver-1.0.0,qode-theme-ver-21.0,qode-theme-bridge,qode_header_in_grid,wpb-js-composer js-comp-ver-6.0.5,vc_responsive

Due popoli, due stati: una bella idea che oggi sembra fuori dalla realtà

di Vittorio Ferla 

La crisi di Gaza ha conosciuto ieri una prima svolta: un nutrito numero di palestinesi feriti e di cittadini stranieri provenienti dalla Striscia hanno attraversato il confine con l’Egitto. È il primo esodo ammesso per l’enclave sotto assedio ormai da settimane. All’inizio era previsto l’arrivo di 81 palestinesi gravemente feriti. Poi è stata la volta di centinaia di cittadini stranieri in attesa al valico di frontiera di Rafah. Si prevede che fino a 500 stranieri lasceranno Gaza. Il trasferimento fa seguito a un accordo mediato dal Qatar tra Israele, Hamas ed Egitto, coordinato con gli Stati Uniti, che però non tocca la trattativa sui 240 ostaggi che Hamas tiene prigionieri nelle sue basi.

Non è ancora possibile capire quanto sia ampio il contenuto di questo accordo e quante altre persone potranno trovare la libertà o le cure nei giorni che verranno. Nel frattempo, più di due milioni di persone, per lo più palestinesi, metà dei quali bambini, sono rimaste bloccate nella Striscia devastata dalla guerra. Da quando il mortale attacco terroristico del 7 ottobre ha spinto Israele a chiudere i confini con Gaza e a lanciare una campagna aerea contro Hamas, i palestinesi continuano a essere usati e sacrificati come scudi umani dal movimento fondamentalista che controlla l’enclave.

La cosa non deve stupire. Come emerge anche dalle recenti interviste degli esponenti di Hamas, l’obiettivo principale del gruppo terroristico non è certo la costruzione di uno stato palestinese autonomo come potrebbero augurarsi i sostenitori della soluzione comunemente definita “due popoli, due stati”, da sempre promossa dall’Onu, dagli Usa e dalla gran parte dei paesi europei e ancora oggi riproposta per superare il conflitto in corso. Hamas ha solo un obiettivo genocidario: l’eliminazione fisica di ciascun ebreo e dello Stato di Israele. Basta rileggere, per averne prova, gli articoli dello Statuto del 1988 di Hamas, come ha fatto qualche giorno fa Giovanni Cominelli sul sito della Fondazione Per. Già nella premessa si legge: “Israele sarà stabilito e rimarrà in esistenza finché l’islam non lo ponga nel nulla, così come ha posto nel nulla altri che furono prima di lui”. L’articolo 6 recita: “Hamas si sforza di innalzare la bandiera di Allah su ogni metro quadrato della terra di Palestina”. Una soluzione che esclude la presenza di Israele. Ed infatti, il successivo articolo 7 contiene a caratteri cubitali l’obiettivo  che, a seconda delle personali preferenze, si potrebbe definire neonazista o integralista: “L’Ultimo Giorno non verrà finché tutti i musulmani non combatteranno contro gli ebrei e i musulmani non li uccideranno”. Insomma, l’intento genocidario del movimento non potrebbe essere più chiaro.

Ma quale spazio occupano in tutto ciò, i palestinesi? Cioè quei civili di cui tutti piangiamo la morte causata dai bombardamenti? Lo spiega bene l’articolo 8: “Dio come scopo, il Profeta come capo, il Corano come costituzione, il jihad come metodo, e la morte per la gloria di Dio come più caro desiderio… fino alla proclamazione dello Stato islamico”. Nella follia fondamentalista di Hamas, in sostanza, i palestinesi sono dei martiri che possono essere tranquillamente trucidati nel nome della gloria di Allah. Ecco perché Hamas non ha alcuna difficoltà a realizzare i tunnel sotterranei per ospitare basi e armi – e dove sono probabilmente detenuti gli ostaggi del 7 ottobre – sotto le case di Gaza e, addirittura, nelle fondamenta degli ospedali che dovrebbero assistere la popolazione derelitta e ferita.

La richiesta di un cessate il fuoco e l’avvio di negoziati per la pace richiederebbero inoltre un interlocutore giusto per trattare. Ma sul punto scioglie ogni dubbio, l’articolo 13 dello statuto del movimento che recita: “Le iniziative di pace, le cosiddette soluzioni pacifiche, le conferenze internazionali per risolvere il problema palestinese contraddicono tutte le credenze del Movimento di Resistenza Islamico”. Ancora una volta, il presupposto per la soluzione del dilemma non è dunque l’intesa tra soggetti reciprocamente legittimati. Resta solo l’eliminazione violenta dell’ebreo e la soppressione definitiva dello stato di Israele.  In questa prospettiva non esiste alcuno spazio razionale e politico per la soluzione della convivenza pacifica tra due stati democratici, seppur definiti etnicamente.

Purtroppo la visione di Hamas, che si potrebbe facilmente ridurre a una minoritaria variante del fondamentalismo sunnita, affonda in una cultura diffusa in tutto il mondo musulmano. Sul riconoscimento definitivo e univoco dell’esistenza di Israele siamo sempre alla ricerca dell’Islam ‘moderato’, ma è assai difficile purtroppo scorgerne le tracce. Ciò nonostante – e in fondo è giusto che sia così, essendo costretti a sperare contro ogni speranza – l’idea di avere due Stati distinti, uno israeliano e l’altro palestinese, gode da decenni di un significativo sostegno internazionale. Se questa soluzione avesse prima o poi successo arriveremmo finalmente alla costituzione di uno Stato palestinese che comprenderebbe la maggior parte della Cisgiordania – eventualmente con alcuni scambi di terre per compensare l’assorbimento da parte di Israele di alcuni insediamenti ebraici nel territorio – e l’intera Striscia di Gaza, da cui Israele si è già ritirato unilateralmente nel 2005.

Ma questo esito oggi, anche nel caso di un improbabile annientamento definitivo di Hamas, è tutt’altro che probabile. Basti pensare che, dopo il ritiro di Israele, Gaza è stata beneficiata di aiuti umanitari e per lo sviluppo che avrebbero potuto migliorare le condizioni di vita dei residenti e porre le basi per la necessaria prosperità economica. È successo viceversa che quelle risorse, insieme con le altre provenienti dall’Iran e dal Qatar, sono state impiegate per rafforzare i terroristi, acquistare le armi, costruire i tunnel, fortificare la zona e ridurre la popolazione locale a uno stato di miseria materiale e di sostanziale cattività.

Allo stesso tempo, i soggetti politici presenti sul territorio, compresa l’Autorità nazionale palestinese, non sono stati in grado di creare le condizioni minime per una parvenza di democrazia. Addirittura, tra il 2006 e il 2007, Gaza è stata il palcoscenico di una guerra civile intra-palestinese tra le due fazioni di Fatah e Hamas vinta da quest’ultima. Da quel momento ogni possibilità di evoluzione verso un’embrione di istituzioni statali e democratiche è venuta meno. Che cosa succederebbe, pertanto, se uno Stato palestinese nascesse da queste radici? Uno dei maggiori problemi della “soluzione a due Stati” è che non riesce ad affrontare in modo ragionevole le reali minacce contro Israele che esistono ora, e che certamente continueranno ad esistere, all’interno non solo della società palestinese ma di tutto il mondo musulmano.

Vittorio Ferla
vittorinoferla@gmail.com

Giornalista, direttore di Libertà Eguale e della Fondazione PER. Collaboratore de ‘Linkiesta’ e de 'Il Riformista', si è occupato di comunicazione e media relations presso l’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale del Lazio. Direttore responsabile di Labsus, è stato componente della Direzione nazionale di Cittadinanzattiva dal 2000 al 2016 e, precedentemente, vicepresidente nazionale della Fuci. Ha collaborato con Cristiano sociali news, L’Unità, Il Sole 24 Ore, Europa, Critica Liberale e Democratica. Ha curato il volume “Riformisti. L’Italia che cambia e la nuova sovranità dell’Europa” (Rubbettino 2018).

Nessun commento

Rispondi con un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.