Due regimi, due “Europe”: capire le ferite dell’Est
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Due regimi, due “Europe”: capire le ferite dell’Est

di Claudia Mancina

 

Il dibattito sulla risoluzione del Parlamento europeo, che sembrava mettere sullo stesso piano nazismo e comunismo, non è interessante solo per gli storici. Pone un problema che riguarda l’idea di Europa.

 

Il patto Molotov-Ribbentrop

Certamente si può lamentare l’approssimazione con cui questo intervento si esprime, si può osservare che la verità storica è più complicata. La risoluzione è scritta in modo superficiale e semplicistico, ed è difficile accettare l’idea che lo scoppio della seconda guerra mondiale sia stato causato dal patto Molotov-Ribbentropp. E’ vero però che, se non si può sostenere che la seconda guerra mondiale sia diretta conseguenza di quel patto, non si può certo negare che quel patto consentì a Hitler di lanciare il suo attacco sul fronte occidentale, assicurandosi le spalle. E’ anche vero che l’Unione sovietica aveva le sue buone ragioni, di fronte alla evidente tendenza inglese – con l’eccezione ben nota di Churchill – all’appeasement con Hitler, per non fidarsi degli occidentali, e per cercare di schivare quell’attacco che poi arrivò lo stesso, qualche anno dopo. Tuttavia, si trattò appunto di un patto col nemico peggiore, basato sull’idea che in fondo gli imperialisti fossero tutti uguali. E’ la stessa linea che portò la Terza Internazionale a considerare i socialdemocratici nemici alla pari dei fascisti. Ma ancora più importante è il contenuto di quel patto sciagurato: la vergognosa spartizione della Polonia e l’occupazione delle repubbliche baltiche. Sottovalutare il peso morale e politico del patto insulta anzitutto la memoria dei comunisti occidentali, per i quali si trattò di un trauma enorme, testimoniato im molte memorie. Non furono pochi quelli che lasciarono il partito comunista, come Paul Nizan, scrittore francese morto a Dunkerque combattendo contro i tedeschi. Il trauma fu superato soltanto quando l’Urss fu attaccata dai tedeschi: un errore folle per Hitler, ma un gesto che ristabiliva gli autentici rapporti tra il bene e il male, per i comunisti.

 

L’Urss, un regime totalitario e repressivo

L’ingresso dell’Urss nella guerra contro il nazismo cambiò le carte in tavola per tutti. La dittatura sovietica acquistò legittimazione e prestigio sia all’interno, con la buona idea di appellarsi al patriottismo antinapoleonico, dando a quella attuale il nome di “seconda guerra patriottica”, e con la fine delle persecuzioni antireligiose; sia all’esterno, nell’alleanza con le democrazie, che avevano un disperato bisogno di aiuto. I sovietici ebbero più di venti milioni di morti; i loro contributo alla vittoria fu fondamentale, per il loro eroismo e per la grande forza industriale che seppero rapidamente trasformare in forza militare. Ma il contributo alla vittoria su Hitler, pur così importante, non può riequilibrare il peso del regime totalitario e repressivo instaurato dai sovietici in tutti i paesi che rientravano nella loro sfera di influenza.

 

Le due Europe

Ed è proprio questo il punto cruciale della questione posta dalla risoluzione. Dalla guerra sono uscite due Europe. E due Europe hanno vissuto vite diverse per più di cinquant’anni. A Occidente, con tutti i problemi che possiamo avere avuto, c’è stata libertà e democrazia, e anche, grazie alla generosa (sebbene certamente interessata) protezione americana, benessere e crescita della ricchezza, anche nei paesi più distrutti dalla guerra, anche nei paesi sconfitti, Germania e Italia (ammesso che qualcuno si ricordi, in Italia, che la guerra l’abbiamo persa). A Est, il duro e burocratico dominio sovietico ha significato mancanza di libertà, democrazia fasulla, e, per di più, neanche benessere. Il gap ancora presente, nonostante gli enormi miglioramenti, tra i laender della ex Germania Est e il resto del paese è ancora lì a testimoniarlo.

Ma i paesi che portano ancor la ferite più profonde, perché sono ferite al loro sentimento nazionale oltre che alla loro vita politica, sono la Polonia e le repubbliche baltiche. Sono evidentemente loro che hanno spinto la risoluzione. E noi vogliamo rispondere con l’elenco delle differenze tra nazismo e comunismo? Troppo facile, per chi ha vissuto in tutta sicurezza all’ombra della bandiera americana, prendendosi anche il lusso di criticarla e di denunciarne l’imperialismo. Certo che il comunismo era un’ideologia della liberazione umana, ma i mezzi che proponeva per raggiungerla ignoravano precisamente la democrazia e la libertà. Il male fatto per ottenere un bene non vale di meno di quello fatto per ottenere un male. E non si tratta solo dell’attuazione pratica, come alcuni dei nostri nostalgici hanno sostenuto. Prima ancora dell’attuazione pratica, già sul piano teorico, il comunismo si è opposto alla libertà e alla democrazia. Del resto negli anni Venti i comunisti, esattamente come i fascisti, pensavano che la democrazia fosse un orpello borghese, da abbattere per costruire una nuova società. Ciò che apparenta il comunismo al fascismo e al nazismo è il rifiuto delle istituzioni democratiche, l’abbandono del valore fondante della libertà, il disprezzo della dignità umana. Una cosa di cui forse sarebbe bene ricordarsi, ora che va di moda parlare degli anni Venti.

 

Nazismo e comunismo: due regimi totalitari

Le differenze tra nazismo e comunismo ci sono, e devono essere indagate dalla ricerca storica. Ma sono stati comunque due regimi totalitari, e si comprende che chi ricorda il giogo del comunismo non abbia molta voglia di soffermarsi sulle differenze. Quella che per la metà occidentale dell’Europa è stata una liberazione, per la metà orientale è stato l’inizio di una lunga servitù. L’obiettivo di un documento come quello di cui stiamo parlando non è stabilire una verità storica, ma prendere una posizione politica su questioni che sono importanti perché attengono alla memoria europea, e cioè al fatto che ci sono state due Europe diverse. Se non lo capiamo, non capiamo neanche che il senso più profondo e attuale della costruzione europea non è solo, come ci raccontiamo sempre noi occidentali, il superamento delle guerre tra la Germania e la Francia (con annessa Gran Bretagna), ma anche il superamento della guerra fredda, e quindi della divisione del dopoguerra tra Est e Ovest.

 

 

 

Claudia Mancina
Claudia Mancina
mancina@perfondazione.eu

Professore associato di Etica all’Università “La Sapienza” di Roma, fa parte della presidenza di Libertà Eguale ed è componente del Cda della Fondazione PER. Il suo ultimo libro è “Berlinguer in questione” (Laterza, 2014). Altre pubblicazioni: Differenze nell‘eticità. Amore famiglia società civile in Hegel (1991); Oltre il femminismo (2002); il saggio Il bene, in N. Vassallo, Donna m'apparve (2009); La laicità al tempo della bioetica (2009). Tra le più recenti: Tra pubblico e privato: la scoperta dell'intimità, in Mancina-Ricciardi, Famiglia italiana (2012), e Multiculturalismo, in C. Botti, Le etiche della diversità culturale (2013). Dal 1988 al 1992 è stata vicedirettore della Fondazione Istituto Gramsci di Roma. Dal 1992 al 1994, e dal 1996 al 2001 è stata deputata al Parlamento italiano. Ha fatto parte del Comitato nazionale di Bioetica.

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