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E il Green New Deal dei Democrats promette tasse e decrescita

di Umberto Minopoli e Chicco Testa*

 

Green new deal è l’agenda socioeconomica della sinistra americana che, nelle presidenziali del novembre 2020, sfiderà il programma conservatore di Trump. Per la sinistra occidentale sarà, anche, l’occasione del confronto con l’esito elettorale di un altro importante programma: quello socialista del Labour di Jeremy Corbin, che ha conosciuto la disfatta nelle elezioni inglesi del 12 dicembre 2019.

Si tratta dei due indirizzi distinti e, in parte, divergenti su cui paiono divaricarsi le identità programmatiche della sinistra di governo nel mondo avanzato: focus sull’ambiente e sull’innovazione il primo; focus sulle diseguaglianze, la redistribuzione e il rilancio del welfare, il secondo.

I due programmi, pur nettamente distinti, nel linguaggio e negli obiettivi, sembrano presentare però un limite comune: la difficoltà ad essere tradotti in una convincente e costruttiva agenda di governo, segnati da forte spesa pubblica e alta tassazione. E, per questo, entrambi poco competitivi con le piattaforme conservatrici.

Ci soffermeremo sul green new deal dei democratici Usa, per due ragioni: per il maggiore appeal e richiamo di attualità che esso ha a sinistra, in connessione con le mobilitazioni globali sul clima; per il peso che il programma ha in Europa dove, a differenza che negli Usa, è diventato agenda ufficiale dei governi dell’Unione, ben oltre la sinistra.

 

Il Green new deal dei nuovi Democratici

Dal febbraio 2019, con la risoluzione congressuale voluta dai new democrats di Alexandria Ocasio-Cortez, giovane parlamentare di New York, il green new deal è diventata la piattaforma elettorale del Democratic Party per le Presidenziali di novembre 2020.

Pur incontrando diffidenza e scetticismo nell’area moderata e centrista del partito, la versione radicale del programma è il lievito identitario dei 17 candidati alle primarie democratiche. Il termine green new deal, come vedremo, non è nuovo nel dibattito liberal americano. E non è legato, strettamente, come invece in Europa, alle mobilitazioni climatiste degli ultimi anni.

Ovvio il significato evocativo, per i democratici Usa, al successo del new deal rooseveltiano del 1932: l’insieme di misure di contrasto agli effetti della grande depressione del 1929 che mutò i rapporti tra politica ed economia e gettò le basi del welfare state americano. Fu decisivo, nel successo del new deal un dato soggettivo: l’ottimismo. Roosevelt riuscì a mobilitare e scuotere le aspettative di un popolo segnato dagli effetti durissimi della depressione. Fu talmente ampio l’effetto del consenso popolare e degli imprenditori alle politiche governative da far risultare Franklin Delano Roosevelt l’unico Presidente della storia americana eletto, con ampie maggioranze, per ben quattro mandati consecutivi.

L’effetto evocativo del successo democratico degli anni 30 si scontra però con la realtà economica e psicologica dell’America di oggi: un paese in trend positivo, con il più lungo periodo di espansione dell’economia, con un tasso di disoccupazione ai minimi dal 1969. Potrebbe risultare di dubbia efficacia, nella contrapposizione al trumpismo, il richiamo al new deal che fu, essenzialmente, un’esperienza di recovery da una pesante depressione. E che, soprattutto, evoca programmi di spesa pubblica e alta tassazione: Che potrebbero risultare scarsamente attrattivi e respingenti per le classi medie americane.

Il green new deal, nella versione democrat, ha un’altra importante differenza dall’epopea rooseveltiana. L’ottimismo di quell’esperienza è nettamente sovrastato dall’allarmismo climatico e dal pessimismo della AGW (Anthropogenic Global Warming): la teoria che, sulle previsioni dell’IPCC (il panel di esperti che affianca le agenzie Onu nella valutazione delle temperature globali), ha costruito la dottrina del riscaldamento irreversibile e supposto la deadline del 2050 come limite della capacità di resilienza del pianeta. La credibilità del green new deal, nella versione radicale dei democratici Usa, è minata da varie contraddizioni e debolezze. Ne segnaliamo tre. Che valgono per il green new deal democratico, ma anche per le versioni europee del Programma.

 

Ambiente e/o Diseguaglianza

Il green new deal coniuga, in un’unica agenda, le due ispirazioni, vecchia e nuova, della sinistra occidentale: diseguaglianza e ambiente. Il risultato è un costo del programma privo di ragionevolezza e credibilità esorbitante e proibitivo anche per una economia in salute come quella americana. E tale da far temere un impossibile carico fiscale sul finanziamento dell’agenda.

Il programma pretende di tenere insieme la promessa della creazione di nuovi posti di lavoro, prodotti da ingenti investimenti ambientali, con quella di un nuovo social compact, caratterizzato da un’estensione, senza precedenti, dell’universalismo di diritti di welfare nella società americana: (assistenza sanitaria universale, adeguamenti retributivi e salario minimo più elevato, benefit familiari, vacanze e pensioni, assicurazioni contro la disoccupazione). Secondo alcuni osservatori, il solo costo dei programmi sociali ed assicurativi (escluso il “Medicare for all”) porterebbe il social compact ad eguagliare il budget annuale del Pentagono. Nelle ammissioni ufficiali il costo complessivo del green deal si aggirerebbe intorno ai mille miliardi di dollari. In realtà la forbice di variazione dei costi lievita verso ipotesi di svariate migliaia.

Inevitabile la preoccupazione, tradizionalmente fortissima nel dibattito politico ed elettorale americano, di una copertura dei costi attraverso la tassazione. Le correnti più radicali della sinistra, del resto, non fanno nulla per fugare i timori. Anzi. Per alcuni, la realizzazione del deal richiederebbe una tassazione dei redditi più elevati fino ad un’aliquota del 70%.

Questa intonazione, fortemente radicale e dirigista, del green new deal, con un alto peso della spesa pubblica, fa temere un insufficiente stimolo agli investimenti privati. Che, però, sono la condizione essenziale per caratterizzare l’agenda democrat come un effettivo e reale new deal: finalizzato a non interrompere ma incrementare il trend di crescita, del Pil e dell’occupazione, dell’economia Usa. Insomma, il programma democrat fa avvertire un peso inedito, per la tradizione democratica Usa, dell’intonazione “socialista” e populista, analoga all’esperienza corbinista o di altre manifestazioni del populismo europeo.

 

La transizione energetica

E’, ovviamente, il focus centrale del green new deal.

Come nelle versioni europee, il programma propone la decarbonizzazione totale della power industry con il dimezzamento, entro il 2030 e l’azzeramento entro il 2050, delle emissioni antropiche di CO2.

Il programma ha un’intonazione ancor più radicale, coerente alle prescrizioni della ideologia AGW, per le ovvie contrapposizioni polemiche allo scetticismo climatico del Presidente Trump. L’influenza delle teorie AGW cambia sostanzialmente l’idea originaria del green new deal. Che non è un termine recente nella letteratura liberal e ambientalista americana. E non è originato dalle recenti mobilitazioni climatiste.

L’espressione nacque alla fine del decennio aperto dalla conferenza di Kyoto. La paternità si fa risalire ad un saggio (2006) di Thomas Lauren Friedman, scrittore ed opinionista del New York Times. Fu coniato nel pieno della crisi dei subprime e della recessione che ne seguì. L’obiettivo del saggio, che diede vita alla nascita di associazioni verdi (tra cui il Green Party of the United States) e fu adottato dall’United Nations Environment Programme (UNEP), era il progetto industriale di una clean power industry trainata da investimenti, soprattutto, privati di modernizzazione della rete di distribuzione elettrica e di diffusione di tecnologie clean nei settori (tutti) di generazione elettrica.

Il richiamo al new deal era, volutamente, finalizzato ad una stagione di recovery dell’economia americana, sconvolta dalla crisi del 2006/2008. A differenza dell’agenda energetica dell’attuale programma democrat, 100% di energia rinnovabile entro il 2050 (dal quinto del totale che rappresentano oggi), il green new deal del 2006 predicava la pluralità delle fonti di generazione, con l’ambientalizzazione di quelle fossili (carbone, gas, petrolio). Il pregiudizio restava piuttosto indirizzato alla funzione sostitutiva delle rinnovabili rispetto alla fonte nucleare, l’unica no carbon tra le energie convenzionali. Si parlava, ad esempio, ancora di un clean carbon accettabile opposto al dirty carbon delle centrali tradizionali. La CO2 alteroclimante non aveva il peso che successivamente assumerà. Prevaleva ancora, la lotta agli inquinanti e ai contaminanti effettivi contenuti nelle emissioni di carbonio (ossidi, particolati, diossine, veleni) contrastabili con tecnologie di ambientalizzazione. Non si era ancora giunti all’idea di una power industry senza più necessità di energia baseload e in cui una nuova “smart grid” potesse basarsi sul ricorso esclusivo alle fonti rinnovabili. Insomma, una versione decisamente soft del green new deal.

A dieci anni dal protocollo di Kyoto (1997), l’ingresso in campo della ideologia AGW cambia lo scenario della transizione energetica: dalla pluralità delle fonti energetiche, opportunamente ambientalizzate col ricorso alle tecnologie clean, l’obiettivo diventa il 100% di rinnovabili e la decarbonizzazione come azzeramento delle fonti fossili (gas, petrolio, carbone) entro il 2050. Obiettivi, palesemente, fuori portata. Il pessimismo dell’ideologia AGW vanifica gli stessi risultati positivi delle politiche energetiche degli ultimi 20 anni. Al termine del decennio di Kyoto, il contributo delle energie rinnovabili, alla generazione di potenza elettrica nell’area OCSE, era del 23 % (584,7 GW). Di gran lunga superiore, ad esempio, al contributo della fonte nucleare.

Nel decennio successivo, 2010/2018, la capacità installata di rinnovabili è cresciuta a tassi impressionanti (media del 5%) e costituisce, ormai, il 60% della nuova potenza che ogni anno si aggiunge. Secondo L’Agenzia Internazionale per le Rinnovabili (IRENA), la capacità di tutti gli impianti FER nel mondo è oggi di 2.351 GW. Lo sviluppo impetuoso delle rinnovabili continuerà nei prossimi anni. Nei prossimi cinque anni, secondo L’Agenzia Internazionale dell’Energia, il loro tasso di sviluppo, nella generazione di energia, è destinato ad eccedere la media degli ultimi anni (+ 7% nel 2018). Nei prossimi 5 anni, le energie rinnovabili forniranno il 70% della crescita di generazione elettrica. Il consumo di energia rinnovabile crescerà del 27%. Specie nelle bioenergie. Nel 2018, il mix energetico mondiale per la generazione elettrica vede le rinnovabili attestarsi al 26 % dietro carbone (38%) e gas (23%). Per la prima volta gli investimenti in rinnovabili, per i Fondi dedicati, hanno eguagliato il valore di quelli in idrocarburi.

Dov’è il problema? Semplicemente nel fatto che, pur presumendo un tasso di sviluppo eccezionale come quello attuale, le rinnovabili non riusciranno a scalare il 70% del gap che resta con le energie convenzionali (fossili o nucleare): il 100% di rinnovabili entro il 2050 è già, palesemente, impossibile.

Il secondo problema riguarda le emissioni di CO2: nel 2018 le emissioni di gas serra sono cresciute dell’1,7 % raggiungendo il massimo storico di 33Gt. Nel 2018 la domanda di energia è cresciuta del 2,3%.

Insomma: le emissioni di CO2 si rivelano anelastiche all’estensione delle energie rinnovabili, ma fortemente elastiche e dipendenti dalla domanda di energia. Negli ultimi 20 anni la concentrazione di CO2 è sempre cresciuta in correlazione con la crescita della domanda di energia. In 150 anni (il tempo dell’industrializzazione) la CO2 è passata da 250 ppm a 414 ppm nel 2018: secondo la teoria AGW l’uomo, in totale esclusività, avrebbe aggiunto la differenza. Per raggiungere gli obiettivi AGW e delle COP sul clima, queste 164 ppm di CO2, aggiuntosi in 150 anni andrebbero azzerate in meno di 30. Se non è realistico e possibile farlo, come abbiamo visto, attraverso le sole rinnovabili, come centrare l’obiettivo del 2050? Temiamo si possa pensare di farlo solo agendo dal lato della domanda di energia, comprimendola. Il green new deal, declinato nei termini della ideologia climatista dell’AGW, prefigurerebbe depressione e decrescita economica. Non si sa se green, ma di certo non new deal.

 

New deal senza investimenti privati?

E’ il terzo problema del green new deal democratico: il messaggio anti-business che l’idea AGW di transizione energetica contiene.

Il nuovo credo democrat è raffigurato nell’ultimo saggio di Jeremy Rifkin “Un green new deal globale”. Il noto economista, sociologo ed attivista prefigura e auspica, in ossequio alle previsioni climastiste, “il crollo della civiltà del petrolio entro il 2028”, solo 11 anni di tempo per la transizione energetica. Rifkin è noto per le previsioni sballate. Secondo altri suoi lavori dovremmo essere da tempo in piena economia dell’idrogeno o alle prese con la fine del lavoro. In questo caso, purtroppo, le sue profezie si incarnano in agende elettorali e (in Europa) in programmi di governo.

Mettiamoci nei panni di elettori americani. Oggi essi registrano un lungo e prolungato stato di salute di economia ed occupazione e lo mettono in relazione con un vero e proprio boom della politica energetica del paese, legata alle fonti fossili: gli Usa sono diventati il maggior produttore mondiale di petrolio (11 milioni di barili al giorno nel 2018) e raggiunto il record delle esportazioni di gas naturale (febbraio 2019) e del minimo storico delle importazioni energetiche. Prefigurare ad un americano il “crollo della civiltà del petrolio” nei prossimi 11 anni non è, esattamente, una profezia pagante. E tale da incoraggiare una mobilitazione di energie e capitali privati a sostegno. La hard decarbonization somiglia troppo ad un economic glooom per essere percepita come un new deal.

L’agenda ambientale democratica, anche indipendentemente dagli interrogativi sulla transizione energetica, risulta difficilmente credibile dal lato dei costi e della sostenibilità economica. Al cuore del programma c’è, ovviamente, il 100% di rinnovabili, un target ambizioso ma (abbiamo visto) del tutto irraggiungibile: con gli attuali trend (eccezionali) le rinnovabili arriveranno a coprire solo il 31% del fabbisogno energetico Usa. Ciò che non si calcola è il costo della sostituzione (mancato rimpiazzo e decommissioning) delle centrali convenzionali (fossili ma anche nucleare, dobbiamo presumere) per confezionare il 100% di generazione elettrica da fonti rinnovabili. Costi che si aggiungono agli incentivi necessari per lo sviluppo delle rinnovabili. Al secondo posto del programma c’è ovviamente l’auspicio della costruzione della “smart grid”. E’ noto che la natura delle energie rinnovabili richiede, obbligatoriamente, una rete elettrica del tutto nuova, più efficiente, intelligente e accessibile. E’ un obiettivo che esiste da tempo e che vale per tutte le economie avanzate del mondo. Ovunque, anche in America, il programma viene sempre eluso perché impatta la scarsità dei fondi necessari. Negli Usa è stato calcolato che è impossibile eccedere i costi governativi attuali sulla rete (36 miliardi anno). Che significa l’impossibilità di una rete completamente nuova entro il 2028: l’anno che Rifkin prevede per il crollo della “civiltà del petrolio”.

Altri obiettivi del green new deal, nell’agenda democrat, sono: l’efficientamento energetico di “tutti i palazzi del paese” e la “rivoluzione per emissioni zero” nei trasporti, nei settori non industriali e nelle infrastrutture. Il primo obiettivo, già lanciato a suo tempo da Obama, non è riuscito mai a superare la soglia dell’esperimento parziale. Il secondo presenta altrettanto notevoli difficoltà. Il più grosso emittitore di CO2, dopo industria e trasporti, è ovviamente l’agricoltura. In Usa essa dà un grande contributo alla produttività ma (specie con l’allevamento) è responsabile di oltre il 17% delle emissioni serra. Il programma non indica i costi dell’abbattimento delle emissioni nel comparto agricolo. Analogamente al conto della “rivoluzione nei trasporti”. A fronte della vaghezza sui costi e della certezza sul peso della spesa pubblica federale come traino del programma, nel green new deal latita il riferimento a politiche di attrazione, incentivi e sostegno di capitali e investimenti privati per il finanziamento dei programmi green.

Segnaliamo, anzi, un possibile rischio: quello della finanza verde. Sinora la formazione e la raccolta di risparmio, volta a creare fondi di sostegno all’economia verde, è stata utile ai fini dello sviluppo impetuoso, principalmente, delle economie rinnovabili. Occorrerebbe vigilare attentamente sugli impieghi di questa finanza. Se si allarga, eccessivamente, per esigenza di impieghi, ad esempio nelle aree della cosiddetta “etica ambientale” o della “decisione di investimento” dell’impresa, per aspettative di maggiore remunerazione, possono determinarsi bolle e distorsioni nell’utilizzo di questa finanza.

 

Una forte correzione dell’agenda democrat

Non sappiamo ad oggi se le Presidenziali Usa si terranno sulle agende dei partiti o peseranno altri aspetti della battaglia politica tra i due schieramenti. Se dovesse essere il green new deal la bandiera dei progressisti sarebbe auspicabile, nella battaglia finale, una forte correzione dell’agenda democrat. Su due punti: la credibilità e fattibilità economica; l’efficacia della risposta all’accusa di Trump. Quella di prospettare per il green new deal una copertura fatta di imposte e, anche, la velleità di “voler eliminare aerei, auto, mucche, petrolio, gas e forze armate”. Non è solo un’iperbole. 

 

* Umberto Minopoli è presidente dell’Associazione italiana nucleare; Chicco Testa è presidente di Sorgenia Spa

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Umberto Minopoli e Chicco Testa
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