E la pandemia creò Zoom: il mondo al tempo delle videoconferenze | Fondazione PER
18329
post-template-default,single,single-post,postid-18329,single-format-standard,theme-bridge,bridge-core-2.0.5,woocommerce-no-js,ajax_fade,page_not_loaded,,qode-title-hidden,columns-4,qode-child-theme-ver-1.0.0,qode-theme-ver-21.0,qode-theme-bridge,qode_header_in_grid,wpb-js-composer js-comp-ver-6.0.5,vc_responsive

E la pandemia creò Zoom: il mondo al tempo delle videoconferenze

di Vittorio Ferla

 

Eric Yuan, il 50enne fondatore e CEO di Zoom è limprenditore dellanno. A incoronarlo è il Time, la prestigiosa rivista britannica. Dopo aver impiegato dieci anni di lavoro per realizzare una piattaforma facile e funzionale per gestire conferenze, il cino-americano Yuan si è ritrovato inaspettatamente al centro del nuovo mondo della comunicazione creato dalla pandemia. Oggi la sua creatura è usata da tutti: dalle scuole elementari ai convegni universitari, dai riti religiosi fino addirittura alle sale parto. “Non abbiamo mai pensato ai consumatori o alle scuole elementari e medie quando abbiamo iniziato a pianificare l’anno 2020”, dice Yuan al Time. Ma la sua piattaforma oggi è diventata onnipresente, nonostante la concorrenza di colossi come Google, Apple e Microsoft. Al punto che Zoom è passato dai 10 milioni di partecipanti alle riunioni giornaliere di dicembre 2019 ai 300 milioni di aprile 2020. Con i ricavi alle stelle, Yuan ha trovato un posto d’onore nella celebre lista dei miliardari di Forbes.

E pensare che, alla fine degli anni ’80, Eric Yuan si chiamava ancora Yuan Zheng ed era uno sconosciuto studente di matematica e informatica all’Università di Shandong. Affascinato dal boom delle cosiddette dot-com, le imprese digitali americane, aveva cercato di trasferirsi negli Stati Uniti ma il suo visto venne rifiutato per ben otto volte. Ma i suoi sogni hanno scavalcato le barriere. Ottenuto un visto H-1 nel 1997 all’età di 27 anni (diventerà cittadino statunitense dieci anni dopo), Yuan inizia come programmatore in WebEx, diventando presto protagonista della costruzione della celebre piattaforma di videoconferenza. Finché Cisco acquista WebEx nel 2007. Dan Scheinman, all’epoca vicepresidente senior di Cisco Media Solutions Group e ora membro del consiglio di amministrazione di Zoom, ricorda: Yuan era “esigente, tecnicamente dotato, uno dei migliori addetti alla produzione, abilissimo con i clienti. Avevamo in azienda una specie di Mozart, ma nessuno se n’è reso conto”. Yuan lancia il software di Zoom nel 2013, pubblicizzando un servizio di base gratuito insieme a diversi livelli a pagamento adatto alle diverse dimensioni delle aziende.

A differenza di altre aziende tecnologiche che, dopo una fase di esplosione, hanno accumulato enormi perdite (Uber, Lyft e Slack), Zoom arriva al 2019 in condizioni di equilibrio: niente debiti e ricavi discreti. In più, un buon ambiente in cui lavorare: così secondo Glassdoor e Comparably, agenzie che raccolgono le recensioni anonime dei dipendenti sulle aziende e i loro superiori. Fino a quel momento Yuan faceva un passo per volta e predicava cautela: “A dicembre, i nostri piani erano gli stessi dell’anno prima”, confessa al Time. Niente salti né eccessi, ma un lento processo di innovazione. Non è andata così. L’arrivo della pandemia ha costretto centinaia di milioni di persone in tutto il mondo a rifugiarsi in casa. Provocando l’esplosione di Zoom. Feste di compleanno, riunioni di famiglia, allenamenti, riunioni aziendali, happy hour, appuntamenti al buio: tutti finiti sulla piattaforma. Il numero di riunioni su Zoom è aumentato di 20 volte rispetto al 2019, i ricavi sono cresciuti del 169%.

Ma come ha fatto una piattaforma di nicchia a superare concorrenti più grandi come Apple (FaceTime), Google (Meet), Cisco e Skype? “Zoom è sorprendentemente facile da usare: non è necessario scaricare un’app, utilizzare un browser o un sistema operativo specifico o disporre di un account”, spiega Andrew R. Chow del Time. Che aggiunge: “Potrebbe essere stato aiutato dal suo stesso nome: nitido, familiare e informale. E gli sfondi virtuali che impediscono di guardare in casa rappresentano una novità divertente e garantiscono la privacy”. Alla fine funziona l’effetto valanga: più Zoom viene usato, più diventa di tendenza – dai meme alla tv – più utenti vengono attirati dalla piattaforma. I giovani lo usano sempre di più grazie alla sua presenza nelle scuole. Viceversa Microsoft affossa Skype, dando la priorità a Teams. “Non ho mai visto accadere nulla così in fretta”, confessa Carmen Fought, professoressa di linguistica al Pitzer College in California, “ma è anche la prima volta in cui tutti hanno bisogno della stessa cosa nello stesso momento”. I primi a spostarsi in massa su Zoom sono i settori professionali, poi arrivano le grandi imprese bancarie e internazionali e poi a decine di migliaia scuole primarie e secondarie, alle quali Yuan ha offerto la piattaforma gratuitamente. Alla fine Zoom sfonda perfino nel mondo dei nightclub, cosa che permesso perfino l’accesso dei disabili, fino ad allora esclusi. L’accessibilità è stata una lacuna nel settore. Non era in prima linea finché non siamo stati tutti costretti a essere online”, afferma Ceréna, la co-fondatrice del Club Quarantine di Toronto, in Canada.

Facile da usare, Zoom. Ma la sua facilità d’uso si è trasformata in un boomerang. I suoi difetti sul piano della sicurezza e della privacy sono emersi chiaramente in primavera: intrusi che precipitavano nelle riunioni o nelle aule virtuali, in molti casi disturbando con ingiurie razziste o sessiste. Zoom, poi, inviava dati a Facebook senza avvisare i suoi utenti. Il massimo dello scandalo è stato raggiunto quando Patrick Wardle, un analista della sicurezza presso la società di software Jamf, Wardle ha facilmente rinvenuto dei bug nel sistema, incluso uno che avrebbe permesso a un hacker di prendere il controllo della videocamera e del microfono di un utente. Le scoperte di Wardle, pubblicate il 30 marzo 2020, hanno scatenato diverse reazioni di autodifesa. Tra le altre, quella di Elon Musk, leader di Tesla, che ha vietato l’uso di Zoom a SpaceX e quella del sistema scolastico pubblico di New York City che ne ha annullato l’uso per la didattica a distanza. Uno stile tipico della Sicilicon Valley, sostiene Wardle: “arrivano sul mercato il più velocemente possibile con un prodotto super user-friendly. E alla sicurezza si pensa solo in un secondo momento”. Subìto lo shock, Yuan ha trascorso i mesi successivi a rimediare. Prima ha contattato Wardle e altri tecnici per chiedere suggerimenti. Poi ha migliorato la sicurezza del sistema e ha aggiornato la crittografia della piattaforma. La trasparenza e l’urgenza adottate da Yuan hanno impressionato tutti, compreso Wardle.

L’altro guaio per Yuan è stato la censura. A giugno, a seguito delle pressioni del governo cinese, Zoom ha sospeso gli account di tre attivisti che avevano programmato un ricordo di piazza Tienanmen. Il contraccolpo è stato forte. Non è bastato a Yuan l’aver limitato l’accesso a Zoom nella Cina continentale. Diversi esponenti politici hanno messo in dubbio la sua fedeltà agli Usa nel confronto con la Cina. Yuan ha dovuto ricordare di essere americano e, soprattutto, che “orgogliosamente americana” è la sua azienda.

Nonostante le cadute, il successo di Zoom emerge dai numeri: alla fine di novembre, il fatturato aveva raggiunto i 777 milioni di dollari, in crescita del 367% rispetto allo scorso anno; ora vanta circa 435 mila abbonati paganti con più di 10 dipendenti, un aumento del 63% rispetto a sei mesi fa al culmine della prima ondata. Le aziende rinunciano sempre più spesso al costo degli uffici per assumere dipendenti. Resta la domanda: resisterà Zoom alla diffusione del vaccino e – ci si augura – alla fine della pandemia? Secondo la società di ricerca statunitense Gartner, entro il 2024 solo un quarto degli incontri sul posto di lavoro si svolgerà di persona. Il futuro del lavoro sarà ibrido. E non solo del lavoro. Già da aprile, per esempio, il Governatore di New York ha legalizzato i matrimoni celebrati via Zoom. Insomma, il mondo è già cambiato.

Vittorio Ferla
Vittorio Ferla
vittorinoferla@gmail.com

Giornalista, direttore di Libertà Eguale e della Fondazione PER. Collaboratore de ‘Linkiesta’ e de 'Il Riformista', si è occupato di comunicazione e media relations presso l’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale del Lazio. Direttore responsabile di Labsus, è stato componente della Direzione nazionale di Cittadinanzattiva dal 2000 al 2016 e, precedentemente, vicepresidente nazionale della Fuci. Ha collaborato con Cristiano sociali news, L’Unità, Il Sole 24 Ore, Europa, Critica Liberale e Democratica. Ha curato il volume “Riformisti. L’Italia che cambia e la nuova sovranità dell’Europa” (Rubbettino 2018).

Nessun commento

Rispondi con un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.