E se il 2022 fosse l’anno del tracollo economico della Cina? - Fondazione PER
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E se il 2022 fosse l’anno del tracollo economico della Cina?

di Vittorio Ferla

 

L’anno scorso si era chiuso con una certezza: la Cina diventerà la prima potenza economica sul pianeta nel 2028, superando gli Stati Uniti con 5 anni di anticipo rispetto al previsto anche a causa della crisi del Covid-19. La previsione veniva dal Center for Economics and Business Research che aggiornava i calcoli rispetto a quando si pensava che il sorpasso del gigante asiatico sugli Usa sarebbe avvenuto nel 2033.

Nel giro di un anno, però, qualcosa è cambiato. Secondo l’Hudson Institute, un think tank statunitense, di orientamento conservatore, fondato nel 1961 a Croton-on-Hudson nello Stato di New York dal fisico Herman Kahn, “la Cina sta attraversando una crisi economica al rallentatore che potrebbe minare la stabilità dell’attuale regime”. E l’ottimismo sulle capacità di Xi Jinping di gestirla è “fuori luogo”.

A dicembre, infatti, le imprese di sviluppo immobiliari Evergrande e Kaisa si sono unite alla bancarotta di diverse altre aziende sovraindebitate, esponendo al default centinaia di miliardi di debiti denominati in yuan e dollari. Il settore immobiliare rappresenta circa il 30% dell’economia cinese, quasi il doppio dei livelli che hanno condotto alla crisi finanziaria del 2008-09 negli Stati Uniti, in Europa e in Uk. Ecco perché il rapporto Economic Cracks in the Great Wall of China: Is China’s Current Economic Model Sustainable? dell’Hudson Institute lancia l’allarme. “Il settore immobiliare è stato fondamentale per mantenere la crescita annua sopra il 6%. Eppure una bolla del debito si è gonfiata del 20% all’anno tra il 2014 e il 2018. Originariamente destinato ad accogliere una rapida urbanizzazione per l’economia industriale, il mercato immobiliare urbano è ora sovradimensionato”, avverte Thomas J. Duesterberg, senior fellow dell’Istituto. Che aggiunge: “circa il 90% delle famiglie urbane possiede proprietà proprie. Le vendite e i prezzi sono crollati quest’anno e i costruttori e i creditori eccessivamente indebitati ne stanno subendo le conseguenze”. Fino all’80% della ricchezza delle famiglie in Cina è in proprietà immobiliari, una copertura contro la debolezza della rete di sicurezza sociale. “Pertanto, il crollo economico del settore è una potenziale minaccia al patto sociale implicito in Cina tra governanti autoritari e una popolazione quiescente”, avvisa Duesterberg.

Dal canto suo, il presidente Xi ha sottoposto a un giro di vite le industrie più innovative del paese: il partito indirizza il credito alle imprese statali a scapito dell’industria privata, più dinamica e più capace di creare opportunità di lavoro. La repressione di settori innovativi come il car sharing, l’istruzione privata, i social media e l’assistenza sanitaria online e privata, è particolarmente dannosa per la crescita. “Xi sta privilegiando le componenti meno produttive e meno innovative dell’economia cinese, rafforzando il controllo, limitando i finanziamenti e punendo i leader imprenditoriali in molti settori leader. Non è una ricetta per mantenere una forte crescita economica”, avverte Duesterberg.

Inoltre, secondo uno studio del Mercator Institute for China Studies, un centro di ricerca tedesco con sede a Berlino, l’industria cinese dei semiconduttori è indietro di 10 anni rispetto ai leader mondiali e le sanzioni statunitensi hanno inibito la capacità di Huawei di realizzare i propri telefoni 5G. Inoltre, l’industria dell’aviazione commerciale cinese non ha un jet in grado di competere a livello internazionale. La biofarmaceutica cinese non è riuscita a produrre un vaccino efficace contro il Covid. Acciaio, batterie e ferrovie ad alta velocità sono a rischio di ritorsioni commerciali a causa di pratiche di produzione dannose per l’ambiente e furto di proprietà intellettuale. Il limite governativo ai flussi di dati potrebbe indebolire il presunto vantaggio della Cina nell’intelligenza artificiale. Infine, il sostegno di Xi alle imprese statali non migliorerà certamente i livelli di produttività complessiva della Cina, oggi inferiori a quelli di altre economie avanzate.

Questa situazione potrebbe essere ulteriormente aggravata dalle leggi commerciali imposte dagli Stati Uniti e dai loro alleati, dalle limitazioni all’accesso cinese alla tecnologia e ai finanziamenti occidentali e dalle sanzioni contro le violazioni dei diritti umani. Insomma, ce n’è abbastanza per rivalutare le dimensioni economiche della minaccia cinese in vista del 2022.

Vittorio Ferla
vittorinoferla@gmail.com

Giornalista, direttore di Libertà Eguale e della Fondazione PER. Collaboratore de ‘Linkiesta’ e de 'Il Riformista', si è occupato di comunicazione e media relations presso l’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale del Lazio. Direttore responsabile di Labsus, è stato componente della Direzione nazionale di Cittadinanzattiva dal 2000 al 2016 e, precedentemente, vicepresidente nazionale della Fuci. Ha collaborato con Cristiano sociali news, L’Unità, Il Sole 24 Ore, Europa, Critica Liberale e Democratica. Ha curato il volume “Riformisti. L’Italia che cambia e la nuova sovranità dell’Europa” (Rubbettino 2018).

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