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Ecco il liberismo che serve ai deboli

di Alberto Alesina e Francesco Giavazzi

 

È di sinistra la scelta di una crescita per ridurre le povertà. Anche da questa riflessione dovrebbe partire una forza come il Pd che si avvia al proprio congresso

 

Un tempo «sinistra» e «popolo» erano sinonimi. Oggi non più. La parola «popolo» è stata fatta propria dai populisti, di destra e di sinistra, in realtà indistinguibili. La domanda però rimane quella che ponevamo dieci anni fa alla sinistra in un libretto intitolato «Il liberismo è di sinistra» (Il Saggiatore). Secondo noi il liberismo è certamente «di sinistra» se per sinistra si intende crescita per ridurre la povertà senza eccessive diseguaglianze, mobilità sociale, attenzione ai più deboli e abolizione di privilegi immeritati. Questa è la riflessione dalla quale dovrebbe partire una forza come il Pd nel momento in cui si avvia verso il proprio congresso.

Se per «sinistra» si intende attenzione ai più deboli e all’equità, allora mercati liberi in cui le lobby non la fanno da padroni sono certamente di sinistra. È di sinistra anche favorire lo spostamento di risorse da settori e imprese meno produttive a quelle più produttive per aumentare «la torta», cioè il Pil poi da dividere più equamente, mentre non è di «sinistra» proteggere ad infinitum imprese decotte. Liberalizzare il mercato del lavoro per favorire la mobilità verso la parte più produttiva del Paese, e quindi verso salari più elevati, è «di sinistra». Premiare il merito (e punire il demerito) per favorire la mobilità sociale è «di sinistra». Cercare di offrire pari opportunità il più possibile senza penalizzare chi lavora con una tassazione asfissiante è «di sinistra». Anche bloccare i trasferimenti a pioggia a questa o quella categoria che riesce ad alzare la voce più di altre e «di sinistra».

Nel campo dei populisti invece la negazione del liberismo è evidente. In Italia, ad esempio, Lega e Movimento 5 Stelle dimostrano una fiducia sconfinata nella capacità dello Stato di risolvere tutti i problemi, dalla costruzione delle infrastrutture all’offerta di servizi pubblici locali. Al punto di adoperarsi per vanificare le norme esistenti volte a ridurre il numero delle circa 10.000 aziende pubbliche locali; mantenendo in vita aziende pubbliche prive di dipendenti, con un numero di amministratori superiore a quello dei dipendenti e persino quelle che hanno avuto un risultato negativo per quattro dei cinque anni precedenti.

«Non preoccupatevi», ha detto Di Maio, «aziende come Eni, Enel, Enav non andranno in mani private. Nel nostro piano di dismissioni sono stati previsti solo immobili e beni di secondaria importanza». Un altro esempio è la decisione di riportare in vita la cassa integrazione, un meccanismo che illude i lavoratori che un’impresa che non ha futuro possa ancora garantire loro un impiego, e nel frattempo fa perdere opportunità. E ancora: un continuo trasferimento di risorse dai giovani agli anziani, attraverso pensioni e debito, senza parlare delle pulsioni sovraniste e del rifiuto della globalizzazione.

Se si hanno davvero a cuore le sorti dei più deboli si lasci ai populisti il rifiuto della globalizzazione, le tariffe, l’arroccamento entro i propri confini, la supponenza sovranista stile l’«America First» di Trump. La crescita del commercio internazionale ha ridotto come non mai la povertà nel mondo. La proporzione di persone che vive con meno di 2 dollari al giorno è scesa dal 60% per cento negli anni 80 a meno del 40 per cento oggi, un miglioramento mai visto prima. La diseguaglianza nel mondo è scesa enormemente perché i Paesi più poveri, inclusi quelli africani, sono cresciuti più di quelli ricchi ed hanno recuperato un po’ delle enormi differenze. Sarebbe di sinistra ricacciare questi poveri nella miseria? Certo la globalizzazione ha creato problemi di aggiustamento nei Paesi ricchi, ma questi hanno le risorse per compensare i perdenti facilitando le trasformazioni necessarie, senza chiudersi in se stessi.

Aiuta forse i più deboli moltiplicare leggi, leggine e regolamenti che hanno il solo scopo di proteggere questa o quella categoria avvantaggiando gli imprenditori più abili nell’aggirarsi nei ministeri? È forse dalla parte dei più deboli tassare sempre di più i giovani per finanziare pensioni sempre più generose per gli anziani? È forse dalla parte dei più deboli lasciare un debito enorme ai nostri figli e nipoti? È forse dalla parte dei più deboli tassare chi produce, lavoratori e imprenditori, per sostenere uno stato sociale che scoraggia a trovare un lavoro (tranne nell’economia sommersa) chi il lavoro non l’ha? È forse dalla parte dei più deboli spendere denaro pubblico per sussidi a pioggia a chi non lavora invece che per mettere in sicurezza scuole fatiscenti? È forse dalla parte dei più deboli pagare tutti gli impiegati pubblici allo stesso modo indipendentemente dal costo della vita nella regione in cui vivono, della loro professionalità e del loro impegno? È forse dalla parte dei più deboli pagare uno scienziato trentenne in traiettoria per il premio Nobel meno di un professore sessantenne che non pubblica da decenni, solo perché quest’ultimo ha accumulato più anni di anzianità?

A noi pare che la risposta a tutte queste domande sia «no». Ma allora chi vuole difendere i più deboli e per questo si ritiene di sinistra, il Pd, è a un bivio. Una strada è quella di rincorrere i populisti facendo loro concorrenza sul medesimo terreno. L’altra è quella di costruire un programma liberista. La prima strada potrebbe dare qualche vantaggio nel breve periodo. Ma si trasformerà in un fallimento quando il populismo si infrangerà, da noi e altrove, contro il muro dei suoi errori. Speriamo che accada prima che il populismo consumi in pieno i suoi fallimenti, come è accaduto tante volte in Sud America. La seconda strada non sarà facile nel breve periodo, ma sarà vincente con un po’ di pazienza. Purtroppo questa non è una virtù dei politici.

 

(Tratto dal Corriere della Sera, 16 novembre 2018)

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