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Ecco perché il terremoto politico nella Cdu può destabilizzare l’Europa

di Vittorio Ferla

 

L’instabilità politica della Germania dopo il caso Turingia e le dimissioni di Annegret Kramp-Karrenbauer potrebbero diventare un serio problema per tutta l’Europa. Il 1° luglio di quest’anno la Germania assumerà la presidenza di turno dell’Unione proprio nel bel mezzo di un tentativo di rinnovamento della Ue sul piano politico, istituzionale ed economico di cui la Merkel doveva essere protagonista. Per la cancelliera (e per la Germania) il 2020 doveva essere un periodo relativamente tranquillo: l’ultimo anno in carica in vista della pensione politica. L’anno ideale, dunque, per concentrarsi sulle urgenti sfide collegate al rafforzamento dell’Unione Europea e, in particolare, dell’area dell’Euro. I dossier aperti sono tanti. Il ripensamento del bilancio comunitario, l’interpretazione del Green Deal, la convenzione per il futuro dell’Europa che partirà il 9 maggio, il completamento dell’Unione bancaria e altre forme di condivisione delle risorse, il processo di convergenza verso una difesa europea finalmente comune. Per le istituzioni europee che devono portare a casa qualche risultato, cercando di fronteggiare le spinte centripete dei sovranismi, non basta l’iperattivismo napoleonico di Emmanuel Macron: la guida attiva della Germania è indispensabile.

Il problema è che, nel frattempo, i fatti della Turingia hanno sconvolto la politica tedesca scatenando il caos. Come ha raccontato bene Edoardo Toniolatti su Linkiesta nel “land” della ex Germania orientale, la Cdu locale ha deciso di sfidare il divieto tacito di alleanze con l’estrema destra aprendo all’AfD. Questa decisione è stata definita “imperdonabile” dalla Merkel, che nel frattempo era in visita in Sudafrica. La presidente della Cdu, Annegret Kramp-Karrenbauer (spesso chiamata con il solo acronimo AKK), è rimasta schiacciata, così, tra la sua incapacità di gestire con il giusto polso la vicenda e il peso politico, ancora enorme, della Merkel. Inevitabili, a quel punto, le dimissioni della Kramp-Karrenbauer, che avrebbe dovuto succedere alla Merkel non solo nel partito ma anche nella corsa futura al cancellierato (in Germania si voterà per le politiche nel 2021). Un terremoto politico imprevedibile che potrebbe, prima, travolgere il partito conservatore tedesco e, successivamente, destabilizzare l’Europa.

Bisogna ricordare, infatti, che la forma di governo parlamentare tedesca non si regge solo su un sistema elettorale e su norme costituzionali espresse, ma su una decisiva norma non scritta: la carica di Cancelliere viene assegnata automaticamente al partito che vince le elezioni e coincide con la leadership interna al partito. Questa norma resta valida anche nel caso di coalizioni che si stabiliscono sulla base di un preciso patto, come nel caso del governo attuale. Una prassi fondamentale, perché, in assenza di questa, non c’è funzionamento efficiente della forma parlamentare tedesca. La Merkel, pertanto, guida la Germania sulla base del fatto che, al momento delle elezioni, era anche la leader del proprio partito, la Cdu, il più votato nella coalizione attualmente al governo.

Il problema è che, nel dicembre del 2018, la Cdu ha tenuto un Congresso che ha eletto come nuova presidente Kramp-Karrenbauer. Ciononostante, pur avendo abbandonato il ruolo di presidente della Cdu, Angela Merkel non ha rinunciato all’incarico di cancelliera della Repubblica Federale di Germania (incarico che manterrà fino alle prossime elezioni politiche del 2021). Questa decisione rappresenta pertanto un cambiamento di rotta per la tradizione politica tedesca che ha sempre visto la presidenza del partito e la cancelleria coincidere nella stessa persona. Il superamento di quella norma ‘invisibile’ doveva avere prima o poi delle conseguenze: o sulla cancelleria oppure sulla presidenza del partito principale, la Cdu. L’autorevolezza della Merkel, alla lunga, ha compresso le aspirazioni della Kramp-Karrenbauer. La presidente della Cdu lo ha spiegato chiaramente nel discorso con il quale ha rinunciato alla candidatura per la cancelleria del 2021. Questo precedente ha delle conseguenze fondamentali sul futuro del partito: il presidente che sarà eletto al prossimo Congresso – chiunque egli sia – dovrà presentarsi al voto chiedendo contemporaneamente le dimissioni della Merkel dal ruolo di cancelliera. L’elezione del prossimo presidente della Cdu coinciderà dunque con una crisi di governo? Difficile forse, perché nel dopoguerra la Germania è andata solo tre volte al voto anticipato per causa di crisi politiche (nel 1990 lo scioglimento del Bundestag fu deciso per andare al primo voto della Germania riunificata).

Resta il fatto che, nel frattempo, il sistema politico tedesco si sta trasformando. In primo luogo, le due forze più estreme, ovvero la Linke, a sinistra, e l’Afd, a destra, stanno crescendo esponenzialmente in quella che era un tempo la Germania orientale. In generale, in tutto il paese, i due partiti principali – la Spd e la Cdu – hanno perso la forza numerica che li aveva sorretti nella seconda metà del secolo scorso garantendo l’alternanza bipolare nel paese. Così, da alcuni anni sono costretti a convivere al governo per resistere all’avanzare del populismo e del nazionalismo. La Spd, come dimostra la sua nuova recente leadership, soffre sempre di più l’alleanza con i democristiani. Allo stesso tempo, però, non ha più quella forza e quei numeri che nel passato le permettevano di costituire l’alternativa al centro moderato. Si apre una fase difficile: sia nei Lander che sul piano nazionale, potrebbe aprirsi una nuova stagione di coalizioni. Finora a livello regionale ha funzionato il veto contro l’estrema destra, ma che cosa succederà in futuro? Fino a quando resisterà il tabu dell’alleanza con i nazionalisti? Un altro fronte aperto è quello del rapporto con i Verdi: la centralità delle politiche di tutela dell’ambiente anche a livello europeo è una novità recente e potrebbe diventare la base per nuove intese. Ad oggi, tuttavia, l’unica certezza resta la progressiva erosione dei consensi e della forza dei due tradizionali partiti di massa: l’Spd e la Cdu.

Ma la Cdu non è soltanto il partito che ha governato la Germania per 50 degli ultimi 70 anni. Bisogna, infatti, ricordare il ruolo cruciale che il partito democristiano ha avuto in questi anni per l’Europa. Basti pensare ai leader che ha espresso. Uno dei padri della comunità europea è stato il democristiano tedesco Konrad Adenuauer, uno degli statisti più importanti della storia europea dopo la fine della Seconda Guerra mondiale. Helmut Kohl, nel corso del suo lungo cancellierato, ha gestito l’unificazione della Germania dopo la caduta del Muro di Berlino ed è stato tra gli architetti del Trattato di Maastricht. Infine, la Merkel, ovviamente, la statista che ha svolto un ruolo cruciale nella governance dell’Unione europea nel corso dei primi due decenni del 21° secolo. Fino alla recente indicazione di Ursula von der Leyen, anch’essa esponente della Cdu e più volte ministro in Germania, alla guida della Commissione europea. Finora la Cdu è stata lo scheletro sul quale si sono rette non soltanto la politica tedesca ma anche l’economia europea. In più, è stata il muro sul quale si è infranta l’onda lunga dei populismi e dei sovranismi europei.

Si capisce, dunque, perché dalle sorti della Cdu non dipende soltanto la Germania ma tutta l’Europa.

 

Vittorio Ferla
Vittorio Ferla
vittorinoferla@gmail.com

Giornalista, direttore di Libertà Eguale e della Fondazione PER. Collaboratore de ‘Linkiesta’ e de 'Il Riformista', si è occupato di comunicazione e media relations presso l’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale del Lazio. Direttore responsabile di Labsus, è stato componente della Direzione nazionale di Cittadinanzattiva dal 2000 al 2016 e, precedentemente, vicepresidente nazionale della Fuci. Ha collaborato con Cristiano sociali news, L’Unità, Il Sole 24 Ore, Europa, Critica Liberale e Democratica. Ha curato il volume “Riformisti. L’Italia che cambia e la nuova sovranità dell’Europa” (Rubbettino 2018).

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