Effetto virus sull'Europa. Von der Leyen: "Daremo all'Italia quello che serve" | Fondazione PER
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Effetto virus sull’Europa. Von der Leyen: “Daremo all’Italia quello che serve”

di Vittorio Ferla

 

“La Commissione europea autorizzerà vari tipi di aiuti di stato all’Italia per porre rimedio a questa situazione”. Ieri, la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha finalmente fatto sentire la voce dell’Europa sul rischio di disastro economico conseguente alla crisi sanitaria da Covid-19. L’altro ieri lo scivolone di Christine Lagarde, presidente della Bce, sugli spread (“non possiamo occuparcene noi”) aveva lasciato tutti di stucco al punto di provocare perfino l’intervento ufficiale del presidente Mattarella (“l’Europa sia solidale, non ci ostacoli”). Tocca così alla von der Leyen dare assicurazioni all’Italia: “Concederemo la massima flessibilità sul patto di stabilità”. Per fare in modo che lo shock sia limitato il più possibile, la Commissione europea si rende disponibile ad autorizzare gli aiuti di Stato necessari per favorire settori come il turismo, i trasporti e la distribuzione oltre a “misure di sostegno per sostenere le persone, ad esempio con contratti di lavoro ridotto”, dice von der Leyen. Massima flessibilità, insomma. E la promessa di un piano da 37 miliardi di euro per aiutare il settore sanitario e gli altri settori colpiti dalla crisi da pandemia. Le dichiarazioni del vertice della Commissione europea hanno così dato fiato alle Borse. Piazza Affari rimbalza del 17% a 17.453 punti, di fatto azzerando le perdite dell’altro ieri quando la Borsa di Milano aveva lasciato sul terreno il 16,92%, peggior crollo della sua storia. Forse è finalmente il segno che l’Europa sta trovando la quadra dell’unità di fronte alla minaccia del Coronavirus e della crisi economica conseguente? Se lo augurano tutti.

Sicuramente, tra questi c’è Macron, forse il più consapevole della necessità di un approccio unitario dell’Unione alla crisi che affronteremo nei mesi a venire. Una crisi che sarà economica, ma è, intanto, prima di tutto, sanitaria. Nel discorso di giovedì sera, dopo settimane di rimandi e di sottovalutazione del problema – all’inizio la Francia sembrava restia ad adottare misure severe come quelle che alla fine ha adottato l’Italia – Macron ha ammesso il problema con trasparenza: “Questa epidemia che colpisce tutti i continenti e colpisce tutti i paesi europei è la più grave crisi sanitaria che la Francia ha vissuto in un secolo”. Ha avvertito che questo è “solo l’inizio di questa epidemia” e che la “priorità assoluta per la nostra nazione sarà la nostra salute”. Ha messo al centro della sua azione la fiducia nella scienza, ricordando che la Francia può contare su virologi, epidemiologi, specialisti e clinici di livello eccelso. Ha avvertito che la massima priorità è “risparmiare tempo” per “proteggere i più vulnerabili” ed evitare il tracollo dell’assistenza ospedaliera. Parole che l’Italia, ormai, conosce bene. La Francia ha in programma di adottare misure sempre più drastiche – si comincia con la chiusura delle scuole – ma non è ancora al lockdown che vige nel nostro paese.

Per esempio, le elezioni di domenica per l’elezione del sindaco di Parigi si terranno regolarmente. Difficile immaginare che la capitale francese in questo momento così delicato possa restare senza guida. A sfidarsi saranno soprattutto tre donne: Anne Hidalgo, sindaca uscente, 60 anni, socialista; l’ex ministro della Giustizia, Rachida Dati, 55 anni, candidata di Les Republicains; Agnes Buzyn, ematologa, ex ministra della Sanità, 58 anni, sostenuta proprio da Macron. Resta il dubbio sulla data del ballottaggio che, come in Italia, si svolgerà quindici giorni dopo. A quel punto la crisi da Covid-19 potrebbe essere definitivamente esplosa: davvero difficile, dunque, fare previsioni sensate sull’esito di questa tornata amministrativa.

Di sicuro, dopo il discorso di Macron, la Francia esprime una consapevolezza nuova nella lotta contro l’epidemia. Non è più il momento dei raduni da record come quello che, nel segno dei puffi, ha riunito qualche giorno fa in Bretagna 3500 francesi sotto lo slogan “pufferemo il Coronavirus”. Un evento che, oggi più che mai, dopo il discorso alla nazione di Macron, suona inappropriato e stravagante. Allo stesso modo stravaganti appaiono i due “puffi” per eccellenza della politica internazionale: Donald Trump e Boris Johnson. I due leader sembrano in queste ore legati dalla “corda dell’impiccato” del sovranismo che negli ultimi anni domina le due democrazie che hanno fatto l’occidente: gli Usa e il Regno Unito. Il Presidente degli Stati Uniti ha prima cercato di minimizzare il problema, perfino sbeffeggiando gli scienziati e i politici che, in America, hanno sollevato l’allarme. Poi l’ha buttata in caciara, accusando il “virus straniero” e chiudendo il traffico aereo con l’Europa (ma non con il Regno Unito), come se l’epidemia avesse confini o si muovesse per ordine di qualche stato. Inoltre Trump, con grande fastidio, ha rifiutato di sottoporsi ai controlli sanitari nonostante il sospetto di contagio per aver partecipato a riunioni con interlocutori – come un componente dello staff del presidente brasiliano Bolsonaro e alcuni deputati americani – che oggi risultano positivi al Coronavirus. Dal canto suo, sempre in tema di epidemia, Boris Johnson ha indirizzato ai suoi concittadini un annuncio choc: “abituatevi a perdere i vostri cari”, ha detto, lasciando intendere che, al di là di alcune precauzioni necessarie (come quella di lavare le mani), la vita nel paese continuerà uguale a prima. Sir Patrick Vallance, esperto sanitario del governo guidato da Johnson, ha avvertito su Sky News che “il 60% dei britannici dovrà contrarre il Covid19 per sviluppare l’immunità di gregge”. Dichiarazioni che hanno ovviamente scatenato una valanga di perplessità e di critiche: la strategia sembra un vero e proprio azzardo perché mette a rischio centinaia di migliaia di persone. Davvero si può parlare di una vera e propria Brexit sanitaria, dopo quella politica e istituzionale. In queste ore, infatti, nei paesi europei, man mano che la consapevolezza della minaccia pandemica cresce, si adottano misure di contenimento sempre più drastiche. La Danimarca va verso un lockdown appena più leggero rispetto a quello dell’Italia. In Spagna le scuole sono già chiuse da giorni (e per due settimane anche il Parlamento). Polonia e Irlanda hanno annunciato la chiusura delle scuole e, dopo il discorso di Macron, farà lo stesso la Francia.

E così, mentre gli Usa ci voltano le spalle (e in Italia arrivano nove medici specializzati dalla Cina), l’Europa va ancora un po’ in ordine sparso. Ecco perché per l’Ue, l’iniziativa di ieri della von der Leyen potrebbe diventare finalmente l’inizio della resilienza e del cambiamento.

 

Vittorio Ferla
Vittorio Ferla
vittorinoferla@gmail.com

Giornalista, direttore di Libertà Eguale e della Fondazione PER. Collaboratore de ‘Linkiesta’ e de 'Il Riformista', si è occupato di comunicazione e media relations presso l’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale del Lazio. Direttore responsabile di Labsus, è stato componente della Direzione nazionale di Cittadinanzattiva dal 2000 al 2016 e, precedentemente, vicepresidente nazionale della Fuci. Ha collaborato con Cristiano sociali news, L’Unità, Il Sole 24 Ore, Europa, Critica Liberale e Democratica. Ha curato il volume “Riformisti. L’Italia che cambia e la nuova sovranità dell’Europa” (Rubbettino 2018).

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