Energia, guerra, terrorismo, immigrazione. Il Niger è il nuovo banco di prova per l’Europa - Fondazione PER
20496
post-template-default,single,single-post,postid-20496,single-format-standard,theme-bridge,bridge-core-2.0.5,cookies-not-set,woocommerce-no-js,ajax_fade,page_not_loaded,,qode-title-hidden,columns-4,qode-child-theme-ver-1.0.0,qode-theme-ver-21.0,qode-theme-bridge,qode_header_in_grid,wpb-js-composer js-comp-ver-6.0.5,vc_responsive

Energia, guerra, terrorismo, immigrazione. Il Niger è il nuovo banco di prova per l’Europa

di Vittorio Ferla

 

Il Niger potrebbe diventare, dopo l’Ucraina, la nuova prova di forza per l’Unione europea? La domanda non è peregrina. Il colpo di stato della giunta militare guidata dal generale Abdourahamane Tchiani mostra di nuovo lo zampino della Russia nelle crisi africane. Da tempo Mosca è presente nella regione sub-sahariana con le sue truppe mercenarie per fomentare l’instabilità politica e sabotare i rapporti degli stati africani con l’Europa. In questo modo la Russia moltiplica le pressioni sui paesi europei per disperderne gli sforzi, ridurre l’attenzione verso l’Ucraina e attirare nella propria sfera di influenza un fronte alternativo a quello occidentale. Per Mykhailo Podolyak, consigliere del presidente ucraino, anche “il sostegno espresso ai ribelli dai rappresentanti dei filo-russi Mali e Burkina Faso aumenta la convinzione che la Russia voglia provocare instabilità e minare l’ordine di sicurezza globale”.

Il caso del Niger, se non governato, rischia infatti di sfociare in un vero e proprio conflitto regionale. Da una parte c’è la Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (Cedeao) che, nella riunione di domenica scorsa d Abuja, in Nigeria, ha imposto sanzioni alla giunta golpista e ha minacciato l’uso della forza, “se necessario”. Dall’altra, si profila una “alleanza dei golpisti”: i governi di Mali e Burkina Faso – paesi a loro volta segnati da colpi stato che hanno portato al potere giunte militari dichiaratamente filorusse – hanno fatto fronte comune contro un eventuale intervento militare della Cedeao, che considererebbero una “dichiarazione di guerra” nei loro confronti. Intanto a Niamey, capitale del Niger, migliaia di persone hanno preso d’assalto l’ambasciata francese con slogan e bandiere inneggianti alla Russia e al presidente Vladimir Putin. Il sentimento favorevole alla Russia attraversa tutto il Sahel, con il rischio di riprodurre in Africa un conflitto tra blocchi.

Di fronte a questa crisi, l’Unione europea è chiamata a esercitare la massima prudenza anche a causa dell’eredità ancora viva del passato coloniale. Il Niger è una ex colonia francese e l’avversione contro Parigi è ancora molto forte. Ieri la ministra dell’Europa e degli Affari esteri della Francia Catherine Colonna ha gettato acqua sul fuoco delle dichiarazioni piccate del presidente Emmanuel Macron, smentendo le accuse mosse dalla giunta militare nigerina secondo cui il governo di Parigi starebbe pianificando di attaccare la capitale. Un invito alla prudenza viene anche dal governo italiano che nel Niger è presente con un contingente di 350 soldati nell’ambito di missioni di partenariato militare. Secondo il ministro della Difesa Guido Crosetto, un intervento da “europei bianchi” in Niger rischia di avere “effetti deflagranti”.

Ma la prudenza non basta. L’Ue ha interessi concreti nel Niger perché è il suo principale fornitore di uranio in forma grezza: l’instabilità può mettere in difficoltà il mercato europeo dell’energia nucleare. La relazione della Commissione europea sul mercato di uranio, con dati aggiornati al 2021, afferma che “analogamente agli anni precedenti, Niger, Kazakistan e Russia sono stati i primi tre paesi a fornire uranio naturale all’Ue nel 2021, fornendo il 66,94 per cento del totale”. Il Niger da solo arriva a rappresentare un quarto dell’import complessivo, pari al 24,26 per cento. La lotta al cambiamento climatico e la necessità di trovare fonti di energia alternative in seguito alla guerra in Ucraina spingono i paesi dell’Ue a ricorrere alle energie rinnovabili ma anche alla necessità di accesso sicuro alle materie prime. Inoltre, per l’Europa, l’attuazione della transizione ecologica passa soprattutto dalla possibilità di attingere in modo cospicuo alle cosiddette ‘terre rare’, cioè ai minerali (manganese, rame, litio, nickel, cobalto) indispensabili per realizzare le tecnologie occidentali e alimentare l’industria europea. L’Africa già oggi potrebbe coprire il 30 per cento di questo mercato con la possibilità di espandere ulteriormente la propria produzione. Questi fattori chiariscono il ruolo strategico che diversi paesi africani svolgeranno in futuro e i rischi che potrebbero derivare per l’economia europea dall’allargamento di una crisi geopolitica nell’area sub-sahariana. Ma c’è di più. Il Sahel centrale è lo scenario di espansione del jihadismo: i tre stati golpisti rischiano di esaltare di nuovo il protagonismo del terrorismo islamico. Proprio per questo il Niger è diventato in anni recenti un interlocutore necessario per Usa e Ue nel contenimento dei fenomeni terroristici. Ultimo ma non ultimo, il tema dell’immigrazione. Dopo il golpe, l’instabilità politica potrebbe scatenare la fuga dei civili verso Nord per attraversare il Mediterraneo. Con la conseguenza di vanificare i pur timidi tentativi messi in campo dall’Europa per frenare l’immigrazione, compreso l’ultimo accordo con la Tunisia che ha visto protagonista la premier italiana Giorgia Meloni.

In questo scenario esplosivo, si capisce bene che l’Ue non può più muoversi in ordine sparso come continua a succedere pure in Niger dove la Francia pensa ancora di esercitare un ruolo che la decolonizzazione ha ormai cancellato. E l’Italia? L’intuizione di Meloni di guardare all’Africa è ottima, ma pensare di farlo da soli e solo con mezzi propri – alla conferenza di Roma su sviluppo e immigrazione la Francia non è stata invitata – è un’ingenuità. Nè si può più pensare di ricorrere sempre al soccorso degli Stati Uniti d’America, impegnati sul fronte dell’Asia-Pacifico. Nello scenario fin qui descritto, non c’è più spazio per un sovranismo miope e ottuso: gli interessi nazionali – tanto cruciali nella retorica di Meloni – si difendono soltanto con un approccio comune dell’Unione europea. A partire da una politica di sicurezza e difesa unitaria che presuppone, per esempio, un esercito comune ma soprattutto il superamento dei poteri di veto. Così nei prossimi mesi capiremo se, dopo l’Ucraina, il Niger sarà la il nuovo banco di prova per l’unità politica (e strategica) dell’Europa.

Vittorio Ferla
vittorinoferla@gmail.com

Giornalista, direttore di Libertà Eguale e della Fondazione PER. Collaboratore de ‘Linkiesta’ e de 'Il Riformista', si è occupato di comunicazione e media relations presso l’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale del Lazio. Direttore responsabile di Labsus, è stato componente della Direzione nazionale di Cittadinanzattiva dal 2000 al 2016 e, precedentemente, vicepresidente nazionale della Fuci. Ha collaborato con Cristiano sociali news, L’Unità, Il Sole 24 Ore, Europa, Critica Liberale e Democratica. Ha curato il volume “Riformisti. L’Italia che cambia e la nuova sovranità dell’Europa” (Rubbettino 2018).

Nessun commento

Rispondi con un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.