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Europa e Cina fanno affari. E gli Usa restano a guardare

di Vittorio Ferla

 

“Complimenti alla Commissione Europea. Con il completamento di un importante trattato di investimento tra l’Unione europea e la Cina, il nuovo anno inizierà su basi promettenti”: questo il commento di Jeffrey D. Sachs, professore di economia ad Harvard, apparso sulla rivista Project Syndacate nei giorni successivi al trattato sugli investimenti siglato dall’Unione Europea e dalla Cina: il Comprehensive Agreement on Investment (CAI). Per il celebre economista “è ora il momento per le principali potenze mondiali di iniziare a unirsi per porre fine alla pandemia e preparare il terreno per una ripresa globale verde e digitale”. Ma gli Usa sono tutt’altro che felici dell’accordo. “I leader di entrambi i partiti politici statunitensi e del governo degli Stati Uniti sono perplessi e sbalorditi dal fatto che l’UE concluda un nuovo trattato di investimento proprio alla vigilia di una nuova amministrazione statunitense”, afferma Matt Pottinger, vice consigliere per la sicurezza nazionale dell’amministrazione Trump. Per una volta, in questo caso, Trump e Biden saranno d’accordo. Anche il presidente neoeletto, infatti, ha da recriminare: come spiega infatti James Griffiths della Cnn, “il fatto che gli alleati europei di Washington siano andati avanti mette in dubbio la capacità futura di Biden di costruire una coalizione di paesi democratici che condividono le stesse idee per contrastare Pechino. Specie se l’Ue, il blocco commerciale più grande del mondo, diventa ancora più strettamente legata all’economia cinese”.

Pure in Europa si registrano voci discordanti. Reinhard Bütikofer, presidente della delegazione del Parlamento europeo per le relazioni con la Cina, ha scritto su Twitter che “è ridicolo [per l’Ue] cercare di venderlo come un successo”. Come spiega l’agenzia europea Politico, gli esponenti governativi di Italia, Polonia, Belgio e Spagna hanno criticato il modo in cui la Germania ha promosso l’accordo di investimento con la Cina negli ultimi giorni della presidenza tedesca del Consiglio dell’Ue, nonostante i loro avvertimenti sulle violazioni dei diritti di cui la Cina continua a rendersi protagonista.

Ma che cosa prevede l’accordo in concreto per i paesi europei? In primo luogo, dovrebbe garantire la parità di condizioni per gli investitori dell’Unione Europea, anche attraverso il divieto di pratiche distorsive. Altre parti dell’accordo riguardano diritti di accesso al mercato specifici settore per settore, rimuovendo gli ostacoli come i requisiti per le aziende di avere partnership con aziende locali in joint venture ed eliminando i limiti ai livelli di investimento. I settori in cui le aziende dell’Ue otterranno maggiori diritti di accesso includono il settore automobilistico, le apparecchiature per le telecomunicazioni, il cloud computing, l’assistenza sanitaria privata e i servizi ausiliari per il trasporto aereo.

Ma chi gongola davvero è la Cina, entrata nei colloqui con meno obiettivi di accesso al mercato rispetto all’Ue, che sostiene di essere vittima di un campo di gioco irregolare. L’accordo blocca i diritti esistenti per le società cinesi nel mercato europeo in un momento in cui l’Ue sta cercando di espandere il proprio arsenale legale contro la concorrenza estera sleale. Offre inoltre alla Cina nuove opportunità nel settore manifatturiero e nel crescente mercato dell’Ue per le energie rinnovabili. Più in generale, per Pechino questa è una vittoria diplomatica, conclusa nonostante l’oppressione violenta esercitata dal governo cinese sui cittadini di Hong Kong e sugli Uiguri dello Xinjiang. Il Global Times, un tabloid statale nazionalista, spiega che l’accordo è “un regalo di Capodanno dalla Cina e dall’Ue al mondo intero” e critica quelli che “chiacchierano di geopolitica e valori quando il popolo chiedo prima di tutto uno sviluppo pacifico”. Così, mentre l’Europa chiude gli occhi sulle violazioni dei diritti per aprire alle proprie imprese un varco nel mercato cinese, gli Stati Uniti, scalzati dall’antica primazia globale, si preparano a un decennio assai complicato.

Vittorio Ferla
Vittorio Ferla
vittorinoferla@gmail.com

Giornalista, direttore di Libertà Eguale e della Fondazione PER. Collaboratore de ‘Linkiesta’ e de 'Il Riformista', si è occupato di comunicazione e media relations presso l’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale del Lazio. Direttore responsabile di Labsus, è stato componente della Direzione nazionale di Cittadinanzattiva dal 2000 al 2016 e, precedentemente, vicepresidente nazionale della Fuci. Ha collaborato con Cristiano sociali news, L’Unità, Il Sole 24 Ore, Europa, Critica Liberale e Democratica. Ha curato il volume “Riformisti. L’Italia che cambia e la nuova sovranità dell’Europa” (Rubbettino 2018).

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