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Europeista e liberale: ecco chi era Valéry Giscard d’Estaing

di Michele Marchi

 

Con la scomparsa di Valéry Giscard d’Estaing (2 dicembre 2020) non muore soltanto il terzo presidente della Quinta Repubblica francese, ma se ne va anche uno dei politici europei che meglio ha incarnato il ruolo della Francia nello sviluppo dell’Occidente euro-atlantico nel cinquantennio successivo al secondo conflitto mondiale.

Giscard è innanzitutto un classico prodotto dell’alta formazione transalpina. Studi all’Ecole polytechnique, poi Ecole nationale d’administation e infine approdo all’Inspection générale des Finances. È un esempio virtuoso di tecnico pronto ad essere prestato alla politica o di civil servant nell’accezione migliore di matrice anglosassone. Da qui parte anche la sua carriera politica, prima accanto al radicale Edgar Faure, nella morente IV Repubblica (eletto deputato nel 1956 a trent’anni appena compiuti) e poi nel governo di Michel Debré una volta tornato all’Eliseo il generale de Gaulle e fondata la nuova Repubblica. A 32 anni Giscard è sottosegretario del Ministro delle finanze Antoine Pinay e inizia a muovere i suoi passi all’interno di quella destra centrista e filo-europea definita dallo storico Réné Rémond come orleanista (da non confondere con le altre due destre, quella legittimista/autoritaria e quella bonapartista/gollista). Chiusa la parentesi algerina e nato il nuovo governo Pompidou, de Gaulle lo vuole alla guida del Ministero delle finanze dove resterà dal 1962 al 1974 con la sola parentesi di interruzione 1966-1969, abilmente in rottura con il Generale, per le sue scelte anti-europee ed anti-atlantiche.

Proprio questa presa di distanza da un oramai declinante de Gaulle permette di spiegare al meglio cosa rappresenti Giscard per la Francia al momento della sua elezione all’Eliseo nel 1974, dopo la drammatica e prematura scomparsa di Georges Pompidou. Due termini apparentemente semplici aiutano a definire bene il profilo del più giovane presidente della Quinta Repubblica (naturalmente prima dell’elezione nel 2017 del non ancora quarantenne Macron), entrato all’Eliseo a 48 anni. E queste due parole sono liberalismo ed europeismo.

Rispetto alla prima Giscard è consapevole, alla metà degli anni Settanta, che il gollismo del Generale e di Pompidou hanno dato al Paese solide istituzioni, un rango internazionale e un impianto macro-economico (al quale lo stesso Giscard ha contribuito) per sfruttare al meglio la grande crescita dei cosiddetti “Trenta gloriosi”. Da un lato però la crisi petrolifera del 1973 e le turbolenze monetarie tra le due sponde dell’Atlantico hanno messo in discussione definitivamente il quadro. Dall’altro lato la società francese, dopo il maggio ’68, non si è sufficientemente modernizzata, permangono in essa un mix per nulla virtuoso di centralismo ed anti-individualismo. Giscard si applica in maniera forte per scardinare questa cappa opprimente, per fare entrare il Paese nel post-materialismo, per iniettarvi forti dosi di liberalismo di ispirazione anglosassone. Al suo nome sono legate la fine del monopolio di Stato sull’audiovisivo, l’introduzione della Corte costituzionale, l’introduzione del voto per i diciottenni e, punto forse più alto di questo sforzo di liberalizzazione dei costumi, la legalizzazione dell’aborto (Legge Veil di fine 1974) e quella del divorzio consensuale (inizio 1975).

Accanto al liberalismo Giscard colloca l’europeismo, da intendersi come strumento per cercare di trovare una soluzione alla doppia grande crisi che si trova a dover gestire dalla metà degli anni Settanta: quella della fine della crescita economica esponenziale (con conseguente avvio di patologie sconosciute nel ventennio precedente quali stagflazione e disoccupazione) e quella del sempre meno univoco e costantemente più complesso rapporto tra le due sponde dell’Atlantico. Giscard è convinto che la soluzione sia da cercare in un europeismo centrato sull’attivismo franco-tedesco, ancorato ad un maturo ma leale legame transatlantico. Ed è questo approccio che fa di Giscard, insieme al cancelliere dell’allora Germania Federale Helmut Schmidt, il padre della moneta unica europea. Complice la turbolenza definitivamente innescata dalla scelta unilaterale di Nixon di chiudere con Bretton Woods nell’agosto del 1971, l’ipotesi di andare verso una qualche forma di armonizzazione monetaria e delle politiche economiche degli allora Paesi della Cee diventa realtà proprio grazie al lavoro della coppia Giscard-Schmidt. Prima come rispettivi ministri dell’Economia e delle Finanze tra il 1972 e il 1974, poi come presidente francese e cancelliere tedesco occidentale, la coppia raccoglie il rilancio del presidente della Commissione Roy Jenkins, nel famoso discorso pronunciato a Fiesole nell’ottobre 1977 e conduce in porto, a fine 1978, la nascita del Sistema Monetario Europeo, alla base del completamento di Maastricht e della nascita della moneta unica.

Da un punto di vista del metodo, l’europeismo giscardiano si presenta come una miscela sapiente tra dimensione intergovernativa e concessioni a quella sovranazionale. È a Giscard che si deve l’istituzionalizzazione del Consiglio europeo, come organo politico e con tre riunioni fisse all’anno. Ma è legato allo stesso Giscard il completamento dell’iter che conduce alla prima elezione diretta del Parlamento di Strasburgo. Il suo è dunque un gollismo temperato, fatto di autonomia (force de frappe e permanenza fuori dal comando integrato Nato, così come voluto dal Generale nel 1966) ma anche di un razionale desiderio di non recidere i legami euro-atlantici. E così si spiega il suo sforzo per rimettere insieme i cocci di un ammaccato Occidente dopo le scaramucce del 1971-1973, simboleggiato dal lancio del G6 (poi G7), nella prima riunione francese nel Castello di Rambouillet nel novembre del 1975.

Il talento nel conciliare gli opposti è evidentissimo in Giscard anche se per un attimo si ritorna alla dimensione di politica interna. Il liberale, pronto ad innovare a livello socio-culturale, si è però impegnato a mantenere inalterata la lettura “monarchica” della Quinta Repubblica, mostrandosi da questo punto di vista fedele interprete del dettato gollista. Tutto ciò ha anche contribuito a veicolare quell’immagine un po’ fredda e distaccata sempre rimproveratagli dall’opinione pubblica francese, non indifferente peraltro nel costargli la riconferma nel 1981. In questo senso il “liberale freddo” Giscard rappresenta, nello spazio della destra repubblicana francese, l’alter ego dell’amatissimo e “caldo” Jacques Chirac, artefice della sua elezione nel 1974 (il giovane ministro gollista pugnalò infatti alle spalle il candidato ufficiale del gollismo Chaban-Delmas), per poi sostanzialmente “giustiziarlo” nel 1981, dopo aver rotto con lui nel 1976 e aver guidato cinque anni di fronda interna. 

Sfrattato dall’Eliseo dal “monarca socialista” Mitterrand, Giscard ha faticato a trovare una reale collocazione. Troppo giovane, poco più che cinquantenne, per essere un ex-presidente, numerosi sono stati i suoi tentativi di rientro sulla scena politica, in realtà mai abbandonata sino alla sua morte. Oltre al ruolo all’interno del Conseil constitutionnel e ai due mandati come parlamentare europeo (1989-1999), proprio a livello continentale Giscard ha offerto ancora una volta il suo contributo migliore. La presidenza (2001-2004) della Convenzione europea incaricata di redigere il Trattato costituzionale non è stato per lui un incarico simbolico, né solo di rappresentanza. Giscard, dopo aver compreso che la via europea era l’unica per fornire un futuro alla Francia e con essa all’Europa occidentale di fronte alla frattura degli anni Settanta, ha sin da subito ritenuto necessario ripensare il progetto di integrazione alla luce della fine della Guerra fredda e dei successivi allargamenti. In definitiva la lunga carriera politica di Giscard si chiude il 29 maggio 2005, quando una Francia attraversata da pulsioni anti-europee ed anti-sistema boccia il “suo” Trattato costituzionale europeo ed impedisce il necessario salto di qualità istituzionale e, di conseguenza, geo-politico al processo di integrazione europeo.

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Michele Marchi
marchi@per.it

Professore di Storia Contemporanea presso il Dipartimento di Beni Culturali dell'Università di Bologna. Si occupa di storia politica dell’Europa del XX secolo con particolare attenzione per quella francese e per il rapporto tra politica e religione in Francia ed in Italia. Per Rubbettino ha pubblicato "Alla ricerca del cattolicesimo politico. Politica e religione in Francia da Pétain a de Gaulle" (2012). Membro del comitato di redazione della "Rivista di Politica", della redazione della rivista "Ricerche di Storia Politica" e della rivista "Nuova Informazione Bibliografica".

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