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Filiere regionali e capitalismo digitale. Come cambia l’economia dopo Covid-19

di Andrea Goldstein

 

Sono passati 100 giorni da quando il “Mostro” ha destato l’attenzione di alcuni medici di Wuhan, una megalopoli cinese che nessuno conosceva e che certamente sarebbe stato meglio se fosse restata sconosciuta. Un lasso di tempo tutto sommato modesto, rispetto agli effetti devastanti che Covid-19 sta avendo sulla vita delle persone e delle imprese, in tutto il mondo. È presto per tirare le conclusioni, ma non per cercare di capire quali sono gli effetti economici.

 

1- Crisi certa e gravissima

Nella storia ci sono state recessioni e depressioni, ma sempre riconducibili a problemi, anche serissimi, sul lato della domanda. Il 2020 verrà sicuramente ricordato negli annali come l’anno in cui l’offerta, cioè l’economia reale, è collassata. Questa volta la crescita del PIL sarà negativa almeno del 2% per ogni mese che la produzione di beni e la fornitura di servizi è sospesa a causa delle misure di contenimento dell’epidemia – distanziamento sociale (che in realtà è soprattutto fisico), lockdown delle persone, chiusura di stabilimenti. Secondo la Banque de France, il costo è ancora più alto, 1,5 punti percentuali ogni 15 giorni.

Attese a fine aprile, le prime cifre ufficiali di contabilità nazionale, ancorché ancora provvisorie, daranno conto delle devastazioni prodotte nei primi tre mesi dell’anno. Le previsioni, con tutta l’incertezza che caratterizza questo frangente – quando finiranno le misure di confinamento? Con quali modalità avverrà il ritorno alla normalità, ammesso che sia possibile? Ci sarà una seconda ondata di contagio? – sono drammatiche. Un esempio tra tutti quello della Germania, per la quale i cinque principali istituti di ricerca prevedono un crollo del PIL del 10% nel secondo trimestre, il più profondo dal 1970 (quando venne attivato il Sistema dei conti nazionali) e due volte più grande che nel momento più serio della crisi finanziaria del 2008-09.

 

2- Effetti diversi

Tutti sono ugualmente vulnerabili di fronte al virus – e il ricovero di Boris Johnson lo testimonia – ma alcuni sono più uguali degli altri. Questo vale per gli individui, le imprese, i paesi e le zone geografiche. A costo di semplificazioni eccessive, ecco qualche categorizzazione.

A soffrire di più di fronte alla crisi sono i lavoratori del settore informale che rappresentano il grosso della forza lavoro nei paesi più poveri. Non guadagnano, non possono stare a casa perché non ce l’hanno, oppure non hanno l’allacciamento idrico, e non sono coperti dal sistema di sicurezza sociale. Sopra di loro in questa scala della sofferenza stanno i precari della gig economy nei paesi ricchi, che quantomeno possono trarre qualche limitato beneficio dalla rapida crescita del commercio elettronico e delle piattaforme di delivery provocato dalla chiusura dei canali tradizionali.

Arrivando nel settore formale dell’economia, i più vulnerabili sono come al solito coloro che non hanno skills, oppure ne hanno poche e generali. Chi svolge mansioni di concetto può continuare a lavorare online, chi invece lavora soprattutto con le mani ha probabilmente già perso l’impiego. Negli Stati Uniti, quasi 17 milioni di persone hanno perso il lavoro tra marzo e inizio aprile.

Questo ragionamento vale anche per le imprese e i settori. Il manifatturiero è meno colpito dei servizi alla persona o nei quali è necessario un contatto diretto con le persone, ma ci sono differenze tra i diversi coparti. Per la Francia, uno studio del deputato MoDem Jean-Noël Barrot e di Basile Grassi e Julien Sauvagnat della Bocconi stima che a subire un crollo particolarmente grave del valore aggiunto siano l’industria estrattiva e la trasformazione di prodotti petroliferi, mentre l’agroalimentare dovrebbe uscirne con perdite limitate (ma non gli agricoltori). Ci sono poi ulteriori eccezioni e aggiustamenti. Quando si osserva genericamente che il travel and tourism è destinato a soffrire a lungo, si mescola un’industria che impiega forza lavoro qualificata (il trasporto aereo) con una che invece occupa soprattutto lavoratori manuali (alberghiero e ristorazione) 

Infine, tutti i paesi sono destinati a perdere per strada una quota importante del PIL e dell’occupazione, ma una volta ancora ci sono differenze tra nazioni. La Germania in particolare sembra in migliore posizione che altri paesi europei: anche se nel 2020 subisce la crisi, conserva i livelli occupazionali grazie al ricorso diffuso al lavoro parziale (Kurzarbeit) e ha già dimostrato in passato di potersi risollevare velocemente una volta che la domanda estera si rafforza. Ma è la Cina, senza dubbio, la grande vincitrice della crisi provocata dal “virus cinese”, come lo ha chiamato Donald Trump. In tutti i settori e in tutte le filiali produttive, si è dimostrata quasi plasticamente la grande dipendenza dall’Impero di mezzo – si pensi alla farmaceutica, bloccata ovunque durante il lockdown industriale cinese perché è da lì che proviene l’80% dei principali attivi. Cina che malgrado si sia quasi fermata durante l’inverno, registrerà comunque una cresci nel 2020, sebbene la più debole da decenni a questa parte.

Molto diversa la situazione per le economie in via di sviluppo ed emergenti, colpite simultaneamente da crollo della domanda estera, sbriciolamento dei prezzi delle commodities e fuga di capitali, tutto mentre cercano di affrontare la pandemia con sistemi sanitari palesemente inadeguati in tempi normali, figuriamoci in quelli attuali.

 

3- Diverse risposte al dilemma salute vs economia

Covid-19 ha riaperto un dibattito di lunghissima data, quello sull’equilibrio tra crescita economica e protezione della salute e pertanto, almeno laddove questo dibattito è serio e non semplicemente urlato, della possibilità di attribuire un valore monetario alla vita umana. Se l’Italia sembra l’esempio paradigmatico del paese che ha privilegiato – apparentemente – la salute all’economia, dall’altro troviamo la Svezia, dove effettivamente la scelta del business as usual ha consentito di limitare l’aumento della disoccupazione, rispetto alla Norvegia per esempio (che però è stata colpita anche dal crollo del prezzo del petrolio), ma con un numero di decessi molto superiore.

 

4- Garantire la liquidità è la priorità della politica economica

Non essendo questa una crisi finanziaria, come nel 2008, sarebbe improprio pensare che le banche centrali, attraverso la politica monetaria, possano risolverla da sole. In tutti i paesi al mondo, probabilmente anche in Corea del Nord di cui poco si sa, le politiche economiche d’emergenza hanno attivato in primis le leve fiscali.

Priorità è stata data alla spesa per la salute, sotto forma di maggiori dotazioni per gli ospedali, incremento dei test, alleggerimento della pressione fiscale per i lavoratori della salute, esenzioni sull’IVA per l’acquisto di medicine e macchinari. Una seconda area d’intervento sono le misure di sostegno al reddito come riduzione della durata del lavoro, facilitazione dei permessi per malattia, allungamento dei termini di pagamento dei tributi, garanzie pubbliche sui prestiti ai privati. Infine ci sono gli aiuti alle imprese, che assumono forme diverse: acquisto di titoli di Stato e di azioni, sostegno alla liquidità, misure di sostegno all’attività creditizia come le riduzioni dei requisiti di riserva obbligatoria e l’alleggerimento della regolazione prudenziale e, ovviamente, i tagli ai tassi d’interesse.

Nel complesso le somme sono vertiginose, anche se vale la pena considerare le cifre solo come orientative perché nei fatti non c’è grande certezza su quanto, come e quando venga effettivamente speso. In ogni caso, il piano degli Stati Uniti ammonta a 2000 miliardi di dollari (circa 1830 miliardi di euro), quelli dei quattro principali paesi dell’Eurozona a 1200.

 

5- Ruolo dello Stato

Come detto, le misure di sostegno all’economia sono di dimensioni inusitate e danno già conto dell’aumento della presenza pubblica nell’economia. Queste hanno finalità immediate – fare argine al crollo dell’offerta e quindi salvare le imprese dal fallimento e le persone dalla povertà – ma dispiegheranno i propri effetti anche nella fase che si augura quanto mai prossima di ripresa e rilancio. Senza prendere per oro colato quello che viene detto nel pieno mezzo di una pandemia di queste proporzioni, sembra infatti farsi strada la consapevolezza che le politiche di contenimento della spesa pubblica degli ultimi decenni sono state eccessive e che la capacità d’intervento dello Stato va rafforzata.

Di questo aggiornamento è testimonianza eloquente la nazionalizzazione per sei mesi delle ferrovie britanniche, la cui privatizzazione nel 1993 era stata l’apoteosi della retorica TINA – per there is no alternative. In Italia si moltiplicano le richieste di creare una nuova Iri. Ma nel medio periodo la vera rivoluzione sarebbe quella di costruire sulle ceneri del Covid-19 uno Stato veramente moderno, capace di interventi microeconomici chirurgici, che in qualche circostanza possono anche coincidere con le partecipazioni statali, ma il più delle volte prendano la forma di costruire un sistema sperimentale di incentivi, un obiettivo diventato realistico grazie ai Big Data. Certo questo genera il rischio di rafforzare ulteriormente il capitalismo di sorveglianza, per il momento dominato dai GAFA (Google, Apple, Facebook, Amazon).

 

6- Rischio protezionismi

Il commercio e gli investimenti internazionali, che insieme alle migrazioni e alle rimesse sono stati i motori della globalizzazione che, pur con i suoi limiti sociali ed ambientali, ha permesso a centinaia di milioni di individui di uscire dalla povertà negli ultimi 30 anni, sono crollati nel primo trimestre del 2020 e avranno grandi difficoltà a riprendersi nel breve periodo.

Secondo il WTO, quest’anno Covid-19 porterà a una riduzione degli scambi del 32%, molto più profonda che nel 2009 (quando fu “solo” del 12%). Per gli investimenti cross-border, che molto spesso si realizzano attraverso fusioni ed acquisizioni, l’attività è in questo momento praticamente nulla e stenterà a riprendere fino a che non verrà garantita la circolazione aerea.

Un numero mostra gli effetti devastanti, e tragici, che sta avendo la crisi sulle politiche comerciali. Nelle prime 13 settimane del 2020 sono stati introdotti 46 limiti all’export di ventilatori e altri macchinari sanitari da parte di 54 governi (dati del Global Trade Alert). Più in generale, negli ultimi mesi si sono moltiplicate le restrizioni alla libertà di circolazione di beni, capitali e persone. Che siano i raccoglitori stagionali di frutta e verdura dei Balcani che non possono più lavorare in Europa occidentale, con un costo sia sui loro redditi che su quelli degli agricoltori che vedono marcire asparagi, mele e fragole, oppure le migliaia di etiopi rimpatriati dall’Arabia Saudita, senza nessun controllo medico e con il rischio che diffondano il coronavirus in Africa orientale, i drammi umanitari del protezionismo sono immensi.

 

7- Auspicabile multilateralismo

Durante la fase più acuta della crisi finanziaria, la risposta dei governi del G20 e del G7 era stata forte, coordinata e globale e la Recessione, per quanto notoriamente Grande, era durata appena tre trimestri. Nulla di questo serio impegno sembra trasparire attualmente, in una scena internazionale dominata da figure come Donald Trump, Jair Bolsonaro, Vladimir Putin, lo stesso Boris Johnson, che al multilateralismo volgono platealmente le spalle.

Eppure le questioni sulla quale discutere ed agire a livello multilaterale non mancano certo. In primo luogo un piano globale per aumentare la produzione di attrezzature medico-sanitarie, garantire l’accesso ai paesi più fragili e accelerare la ricerca nei vaccini. Poi il coordinamento delle politiche di sostegno fiscale e monetario, evitando di indebolire le economie più indebitate e anzi cercando soluzioni anche estreme come il condono proposto dalla Francia. Infine, dai Grandi della Terra è lecito attendersi segnali, sforzi e risultati forti nel delineare una governance globale che sappia prevenire gli shock del futuro e gestirne le conseguenze. Una sfida cui anche l’Italia dovrebbe cercare di rispondere, a partire dal G20 del 2021 di cui dovrà assumere la presidenza. 

 

8- Verso un nuovo modello di capitalismo?

Sono molti a pensare, e non pochi ad augurarsi, che da questa crisi senza precedenti nasca un capitalismo diverso, più inclusivo, più attento all’ambiente e alla sostenibilità. È possibile, del resto tanti segnali si erano accumulati anche nel periodo precedente, dal successo dei libri di Thomas Piketty alla riflessione dei capitani d’industria del Business Roundtable statunitense.

Meglio però non farsi illusioni, mantenere il giusto grado di pragmatismo e limitarsi a ciò che effettivamente sta avvenendo e non perdere troppo tempo in discussioni certo interessanti ma in cui si rischia di scambiare i propri desideri per realtà. Due tendenze sono abbastanza strutturali e stanno vivendo un’accelerazione sotto i nostri occhi.

La prima è l’accorciamento delle filiere produttive, che da globali che erano in molti casi diventate (si è detto della farmaceutica, si possono citare moltissimi altri casi, per esempio lo stabilimento serbo della Fiat che già a metà febbraio aveva sospeso la produzione della 500L per mancanza di parti e componenti cinesi) si stanno rapidamente regionalizzando o addirittura vengono rimpatriate. Certo nulla è automatico, onshoring e reindustrializzazione sono formule che piacciono, ma che non sono alla portata di tutti i paesi e di tutti i territori.

La seconda è l’affermarsi del capitalismo digitale, che superi l’ideale della terziarizzazione dell’economia, che ha generato soprattutto mini-jobs e poca crescita aggregata. Nel nuovo mondo, è l’essere umano stesso che è ricondotto a un insieme di informazioni, di dati, di codici che può essere gestito a distanza senza più bisogno d’interazioni face-to-face. Lavorare, farsi curare, apprendere, divertirsi, tutte attività che in questo momento svolgiamo tra le mure domestiche e che costano meno alle imprese che affittare palazzi di uffici in pieno centro, costruire ospedali e sale cinematografiche, pagare docenti per insegnare in aula.

Se veramente dopo Covid-19 questo è il capitalismo, sarebbe la sparizione delle promesse umaniste della società post-industriale.

Andrea Goldstein
Andrea Goldstein
goldstein@per.eu

Economista e saggista, consigliere delegato di Nomisma. Laureato alla Bocconi e specializzato in Relazioni internazionali alla Columbia University di New York. Studioso del rapporto tra paesi sviluppati e in via di sviluppo, ha lavorato in numerose organizzazioni internazionali: Ocse (Development Center ed Economics Department), Onu (Commissione Economica e Sociale per l'Asia e il Pacifico) e Banca Mondiale (International Finance Corporation).

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