Fine della società aperta? I rischi che corre la Cina - Fondazione PER
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Fine della società aperta? I rischi che corre la Cina

di Pietro Ichino*

 

Il gioco a somma positiva costituito dal sistema del libero scambio internazionale alla fine prevarrà sulle tendenze contrarie; ma questo non toglie che esso possa subire delle battute d’arresto anche assai brusche, alle quali i Paesi che scelgono il modello della società aperta devono sempre essere preparati.

 

A dicembre si sono compiuti i primi vent’anni della partecipazione della Cina al WTO, l’Organizzazione Mondiale del Commercio. La sua ammissione era avvenuta attraverso un processo lunghissimo, quindici anni di discussioni e gravi perplessità. Le quali alla fine erano state superate sulla base di quanto osservava l’economista e filosofo Frédéric Bastiat già due secoli fa, che costituisce il nocciolo della filosofia della globalizzazione: “dove non passano le merci passeranno gli eserciti”. Per dirla all’inverso: quanto più intensi saranno gli scambi commerciali internazionali con la Cina, tanto minore sarà il rischio di un conflitto armato con la Cina stessa e tanto più sicuro, dunque, sarà il mondo intero.

Ora sono in molti a pensare che le vicende di questi giorni smentiscano quell’affermazione.

Si osserva che il 24 febbraio scorso Vladimir Putin non poteva non aspettarsi, come conseguenza dell’invasione dell’Ucraina, una brusca recisione di mille canali di interscambio commerciale e finanziario con UE e USA; eppure la sua pulsione imperialista ha comunque prevalso sugli interessi commerciali della Russia.

Dobbiamo dunque considerare smentito il monito di Bastiat? Le ragioni del nazionalismo tornano a travolgere inesorabilmente quelle dell’economia?

Andiamoci piano. Il braccio di ferro tra le une e le altre è soltanto all’inizio. Se in Russia per il momento sono parse prevalere le prime, ora, a seguito della richiesta di assistenza militare rivolta da Vladimir Putin a Xi Jinping, lo stesso braccio di ferro si sta ripetendo su scala dieci volte maggiore a Pechino. E non è detto che l’esito sia lo stesso, perché la Cina è stata il Paese, fra tutti, che ha tratto il vantaggio di gran lunga maggiore dalla globalizzazione: un vantaggio enorme, al punto che del sistema del libero scambio internazionale il presidente Xi Jinping era diventato negli anni scorsi il massimo paladino mondiale.

Può essere che nei giorni prossimi anche a Pechino prevalga una sorta di “richiamo della foresta”: la tentazione di dar vita a un blocco eurasiatico Cina-Russia contrapposto all’Occidente liberal-democratico. Se questa sarà la scelta di Xi Jinping e del suo stato maggiore, ciò costituirà – certo – un ulteriore fattore di regresso del processo di globalizzazione. Si aprirà una nuova stagione di competizione arcigna tra due blocchi economico-culturali fra loro nettamente separati, che impoverirà il mondo intero.

Ma la Cina stessa pagherà per questo regresso un costo persino più alto di quello altissimo che la Russia sta già incominciando a pagare. Non è dunque irragionevole sperare che, invece, a Pechino sul richiamo della foresta prevalga la ragione economica. Sarebbe il segno che l’osservazione di Bastiat è ancora attualissima. E allora per Vladimir Putin le cose si metterebbero molto male e molto più rapidamente.

Anche in quest’ultimo caso, però, sarebbe un grave errore dimenticare quanto ci hanno insegnato i fatti di queste ultime settimane. Il gioco a somma positiva costituito dal sistema del libero scambio internazionale, che è una delle ragioni d’essere principali del modello della società aperta, costituisce un grande motore della storia dell’umanità ed è ragionevole pensare – o quanto meno sperare – che alla fine prevarrà sulle tendenze contrarie; ma questo non toglie che esso vada governato con grande attenzione e precisione; e non toglie che esso possa subire delle battute d’arresto anche assai brusche, alle quali i Paesi che scelgono il modello della società aperta devono sempre essere preparati.

 

*Editoriale pubblicato sulla Gazzetta di Parma il 20 marzo 2022 

Pietro Ichino
pietro.ichino@unimi.it

Già senatore del Partito democratico e membro della Commissione Lavoro, fa parte della presidenza di Libertàeguale. Ordinario di Diritto del lavoro all'Università statale di Milano, già dirigente sindacale della Cgil, ha diretto la Rivista italiana di diritto del lavoro e collabora con il Corriere della Sera. Twitter: @PietroIchino

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