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Fiume, la Croazia e la memoria degli italiani

di Severino Dianich

 

1. Ripristino della memoria

“Di dove sei?” “Di Fiume” “Fiume?!”
Così mille volte mi sono ritrovato, lungo cinquant’anni, con persone più giovani di me.
Ricordo con melanconia le fatiche e le proteste che abbiamo dovuto fare, per ottenere che i diversi uffici pubblici aggiornassero i loro pc per essere in grado di scrivere “nato a Fiume”, invece che in Croazia.
Finalmente le nostre terre sono ritornate a vivere nella memoria degli italiani.

Ringrazio il Presidente del Consiglio per questo invito che, personalmente mi onora, ma che soprattutto mi rallegra perché intende ricordare a Firenze e agli italiani la mia città, Fiume, carica quest’anno dell’onore e dell’onere di essere capitale europea della cultura, e che vuol essere doveroso omaggio alle vittime, ai morti e agli ormai pochi superstiti, dei drammi e delle tragedie seguite all’occupazione iugoslava dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia.

 

2. Precedenti storici

La nostra è una terra del grande incrocio di popoli e culture: vi approda il mondo tedesco, quello italiano, il magiaro e quello di diversi popoli slavi, lo slovero, il croato e più di recente anche il serbo: i fiumani campanilisti dicevano che a Fiume i più ignoranti parlano quattro lingue.
E’ stata la sua ricchezza culturale caratterizzata da una visione aperta delle cose, da capacità di confronto e di dialogo.
Un esempio: Fiume aveva, oltre alle chiese cattoliche, due sinagoghe, di cui una monumentale neogotica con due cupole bizantineggianti, una chiesa ortodossa e diverse chiese evangeliche.

Da Parenzo e la costa occidentale dell’Istria, a Ragusa vicina al confine albanese, sono territori di colonizzazione romana e poi di dominazione veneziana, fortemente urbanizzati, con un retroterra di campagne abitate da popolazione slava.
Negli ultimi secoli l’impero Austroungarico e quello Ottomano garantivano una pacifica convivenza fra le differenze in Europa centrale, nei Balcani e nel Medio Oriente, dove ancor oggi si risentono le tragiche conseguenze della loro dissoluzione decretata dopo la prima guerra mondiale dal Trattato di Versailles (1919) e da quello di Sèvres (1920).

Il disgregarsi dell’impero Austro-Ungarico scatenò gli opposti nazionalismi. Fiume aveva la maggioranza della popolazione italiana e, al di là della sua Fiumara, il fiume Eneo, le si affiancava il sobborgo di Sušak con popolazione croata. All’interno dell’impero era un corpus separatum sotto la corona ungherese, dotato di notevoli autonomie, per cui il Trattato di pace vi costituiva lo Stato Libero di Fiume, mentre i movimenti irredentisti ne reclamavano, assieme alla Dalmazia, l’annessione all’Italia.

Gabriele D’Annunzio, contro la debolezza del governo, tenta di raggiungerla con la forza, ma l’avventura si concluderà con il tragico Natale di sangue del 1920: morti ventidue legionari di D’Annunzio, diciassette soldati italiani e cinque civili.

Sarà il Trattato di Roma del 1924 ad assegnare la città all’Italia, fissando il confine sul fiume Eneo, e lasciando Sušak al Regno di Jugoslavia. La raggiunta italianità della regione verrà guastata dal regime fascista con la forzata italianizzazione della popolazione slovena e croata delle campagne.

 

3. La guerra

Già nell’aprile del 1941 noi fiumani fummo evacuati dalla città in vista dell’apertura del fronte da parte dell’Italia sul confine di Sušak, nel quadro dell’invasione dei Balcani da parte dei paesi dell’Asse, Italia compresa, con la conseguenza della feroce repressione da parte delle milizie fasciste nei territori occupati.

La resistenza all’occupazione nazifascista si mosse sul filone dei cetnici monarchici e dei partigiani comunisti di Tito, che nel 1945 giungeranno ad occupare anche la Dalmazia, Fiume e l’Istria. Doveva essere anche per noi la fine dei terribili bombardamenti degli Alleati e la liberazione dai tedeschi: questa era la nostra illusoria speranza.

 

4. La tragedia della “liberazione”

Ricordo molto bene la notte del 2 maggio 1945: in Via Belvedere, dove abitavamo, messi in allarme da uno strano rumore, ci affacciamo alle finestre: era, perfettamente schierato e silenzioso, l’esercito tedesco in ritirata verso il Nord, davanti all’avanzare delle armate di Tito. La mattina del 3 il primo movimento intorno alla sguarnita Platzkommandatur, di fronte a casa nostra, fu quello della gente che corse a smontare i cavalli di Frisia per portarsi via il legname e potersi cucinare qualcosa, dopo giorni dal fuoco spento.

A mattinata inoltrata ecco arrivare i “liberatori”. Erano le avanguardie raccogliticce dell’esercito di Tito, armati, ma vestiti da straccioni, affiancati dai cetnici, dalle lunghe barbe incolte, che avevano il voto di non radersi finché il re fosse tornato sul trono di Jugoslavia.
Solo più tardi l’esercito dei partigiani di Tito comincerà a prendere posizione nei luoghi strategici della città.

Dal panorama che ci si disegnava davanti, si capì subito che non c’era nulla da festeggiare. In città circolano notizie terribili: hanno ucciso il senatore Gigante, il dott. Blasich è stato strangolato nel suo letto, l’ing. Skull è stato trovato ucciso a colpi di pistola, è sparito questo e quello e di loro non si sa più nulla. Lungo la Fiumara, vedo gente assiepata: da ragazzino dodicenne curioso, mi infilo facilmente e giungo sulla riva: galleggiava nella darsena un uomo con le braccia legate con il filo di ferro dietro la schiena.

Non sapevamo nulla delle foibe: era solo che la gente spariva, si moltiplicavano i desaparecidos. Illusi, speravamo che l’occupazione finisse e passassimo sotto l’amministrazione degli Alleati, mentre si consolidava col pugno di ferro su tutte le nostre libertà. Le uniche reazioni possibili erano quelle dei ragazzini e degli studenti, oppure quella delle chiese affollate anche da atei e anticlericali per rendere onore al vescovo mons. Camozzo o per ascoltare le coraggiose prediche di don Janni Sabucco e di don Alberto Cvecich.

Alle violenze poi si aggiunse la miseria e la fame, conseguenze della dissennata nazionalizzazione delle aziende e dei negozi. Su tutto questo l’oppressione di un durissimo controllo poliziesco, esercitato capillarmente dagli agit prop del partito comunista, preposti ad ogni condominio.

Le illusioni di una liberazione dai liberatori crollano impietosamente con il Trattato di pace del 1947.
Vi è sancito il diritto degli italiani di optare per la conservazione della cittadinanza: da qui l’avvio di un esodo di circa trecentomila italiani dei territori occupati, che non di rado, come annotava il presidente Mattarella nello scorso Giorno del ricordo, “guardavano alla madrepatria con speranza e fiducia e non sempre vi trovarono la comprensione e il sostegno dovuti”.

Ancor oggi lo Stato non ha assolto, in maniera minimamente adeguata, al suo dovere di risarcire i cittadini per i beni abbandonati.

 

5. Verso il futuro

Sarebbe del tutto irrealistico ed antistorico avanzare rivendicazioni territoriali, come sarebbe insensato alimentare conflitti fra italiani e croati. Per quanto il nazionalismo croato vi si fosse intrecciato, resta vero che il fattore determinante del dramma è stato il regime comunista di Tito: lo osservava un anno fa il presidente Mattarella: “fu il braccio violento del regime comunista ad abbattersi furiosamente cancellando storia, diversità, pluralismo, convivenza, sotto una cupa cappa di omologazione e di terrore”.

La maggioranza dei cittadini croati ha sofferto quanto gli italiani. Ricordo vicini di casa che facevano carte false per passare da italiani e poter venir via con noi.

Oggi, l’adesione della Croazia all’Unione europea ha aperto prospettive nuove e le nostre associazioni degli esuli sono passate da una politica di rivendicazione, alla collaborazione con la comunità degli italiani rimasti, per conservare e valorizzazione la tradizione culturale italiana delle nostre terre.

Concludo con le parole del presidente Mattarella sulla “ricomposizione avvenuta con i Paesi amici di Slovenia e Croazia, nel comune ripudio di ogni ideologia totalitaria, nella condivisa necessità di rispettare sempre i diritti della persona e di rifiutare l’estremismo nazionalista. Oggi, … non ci sono più cortine, né frontiere, né guerre. … Al loro posto c’è l’Europa, spazio comune di integrazione, di dialogo, di promozione dei diritti, che ha eliminato al suo interno muri e guerre”.

 

* intervento al Consiglio comunale di Firenze, 10.2.2020

Severino Dianich
Severino Dianich
dianich@perfondazione.eu

Severino Dianich, nato nel 1934, prete della diocesi di Pisa, si è laureato in teologia alla Pontificia Università Gregoriana, è stato professore ordinario di ecclesiologia e cristologia alla Facoltà di Teologia di Firenze, dove ha diretto un Master in Teologia e Architettura di Chiese. Negli ultimi anni la sua ricerca si è orientata sui problemi della relazione fra espressioni artistiche e riflessione teologica. Nel 1967 è stato tra i fondatori dell’ATI, la Associazione teologica italiana, diventandone presidente dal 1989 al 1995. La sua è una vasta bibliografia: La chiesa mistero di comunione (Marietti, 1990); per le Edizioni San Paolo, La Chiesa e le sue chiese. Teologia e architettura (2009); Per una teologia del papato (2010), La chiesa, una "realtà complessa" tra istituzione e mistero (2010), con Lambertus J. Lietaert Peerbolte Fino agli estremi confini. La missione nella testimonianza biblica e nella fede cristiana (2010) e Chiesa e laicità dello stato (2011). Per Queriniana ha pubblicato: Trattato sulla Chiesa (2002, con Serena Noceti), La Chiesa cattolica verso la sua riforma (2014).

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