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Foibe: cosa bisogna ricordare il 10 febbraio di ogni anno

di Alberto De Bernardi

 

Di che parliamo?

Facciamo una dichiarazione d’intenti iniziale, sgombrando il capo della contesa tra le memorie intrise di nazionalismo della destra neofascista e quelle dell’antifascismo comunista che presidia l’Anpi: le foibe non furono né un genocidio, né pulizia etnica, ma  non furono neanche il mero esito delle violenze perpetrate dai fascisti sul confine orientale fin dagli anni venti e proseguite soprattutto dopo il ‘41 durante l’occupazione italiana in Slovenia e nei territori sotto il suo controllo dopo la spartizione della Jugoslavia tra le potenze dell’Asse.

Queste due versioni che si contendono lo spazio pubblico sono entrambe false: la prima perché nelle foibe non si riscontra nessuno dei caratteri che la giurisprudenza internazionale sui diritti umani ha utilizzato per decidere cosa sia un genocidio o un atto di pulizia etnica; la seconda omette consapevolmente una parte dei processo storico che stette alla base delle foibe perché rimuove il nesso tra queste e l’affermazione del potere comunista in Iugoslavia.

Il “ricordo” che bisogna alimentare il 10 febbraio non è dunque quello che questi due approcci manichei e riduzionisti ci propongono dal 2005, ma quello che proviene dall’apporto che la ricerca storica sul “confine orientale” ha in questi ultimi vent’anni enormemente incrementato e che riguarda le tragedie connesse da un lato  alla lunga guerra civile europea cominciata nel ‘1914 e dall’altro allo scontro tra totalitarismo e democrazia che attraversa tutto il XX secolo. E’una battaglia culturale difficilissima, che diventa impossibile, se anche il Miur attraverso una circolare redatta da un suo alto dirigente, entra a gamba tesa contro la realtà storica sostenendo la tesi della destra neofascista, come “verità di stato”.

 

Le foibe del ‘43

Lo schema interpretativo delle foibe come reazione antifascista alla barbarie fascista regge per la prima ondata di infoibamenti: quella  del ’43, dopo l’ 8 settembre e la battaglia di Gorizia, che si configura come un capitolo della guerra civile europea tra fascismo e antifascismo: separare le violenze antifasciste dalla sanguinosa catena di violenze fasciste come vorrebbe la ricostruzione storica della destra per trasformare uno degli episodi più drammatici della lotta di liberazione in una sorta di  “olocausto italiano” rappresenta una oggettiva falsificazione della memoria a fini politici.

Non si può infatti negare la violenza genocidaria dell’occupazione italiana della Slovenia guidata da un vero e proprio carnefice come il generale Roatta, a lungo  occultata all’opinione pubblica italiana da un storiografia compiacente,  ma soprattutto   nelle foibe del ’43 non si rintracciano componenti etniche significative, ascrivibili ad una persecuzione nei confronti degli italiani perpetrata dai partigiani jugoslavi.  Emergono invece tutte le dinamiche dello scontro tra fascismo e antifascismo che in quel martoriato confine non riguardano solo la guerra civile italiana, ma anche la lotta di librazione delle popolazioni slave dall’oppressione italiana.

 

Antifascismo e comunismo

Ma la  questione nazionale su quel confine gioca un ruolo del tutto particolare. Infatti fin dal 1941 il Partito comunista sloveno rivendicò l’annessione di tutte i territori ad est dell’Isonzo, mettendo in discussione   la legittimità del confine con l’Italia . Inoltre  il Fronte di Liberazione Sloveno pretese di avere il comando di tutte le operazioni militari sottoponendo al controllo del Esercito popolare di liberazione della Jugoslavia le altre formazioni partigiane secondo i dettami della III Internazionale in accordo con quella del Partito comunista. Il “nemico”, dunque, non era soltanto l’occupante nazifascista ma anche tutti coloro i quali si opponevano alle rivendicazioni territoriali jugoslave  dettate dal progetto di fondare la nuova Jugoslavia comunista. Solo le brigate comuniste accettarono questa imposizione in nome della identità ideologica, determinando però l’esito nefasto di spezzare l’unità antifascista del CLN, con una serie di nefaste conseguenze.

 

Le seconde foibe

Il controverso rapporto tra nazione italiana e rivoluzione comunista  esplose  nell’aprile-maggio ‘45  durante l’occupazione jugoslava di Trieste, quando la città e tutta l’area giuliana vengono sottoposte a un governo dittatoriale che opera con l’intento di costituire le condizioni di un annessione di quei territori alla nuova Jugoslavia comunista, servendosi di un uso indiscriminato  della violenza. Come ha sottolineato la commissione italoslovena incaricata di fare luce su quella tragedia la violenza che si scatena sulle vittime non è più legata all’azione di bande di combattenti che operano in un contesto di guerra civile all’interno di una guerra tra stati ancora in pieno svolgimento: è  violenza di una potere statale in costruzione che combatte i suoi “nemici”, che non sono più solo i fascisti ma sono quegli italiani,  anche antifascisti,  che si oppongono non solo a cedere la sovranità nazionale, ma rifiutano l’esito comunista della guerra contro il fascismo: rifuggono cioè dall’idea di passare da un totalitarismo all’altro.

 

La questione comunista

Dietro le foibe del ’45 emerge dunque un’altra dicotomia: non più quella tra fascismo e antifascismo, ma quella tra antifascismo e comunismo, che aveva attraversato il campo antifascista per tutti gli anni trenta. La responsabilità di quelle morti e di quegli eccidi non rimanda al fascismo oppressore, ma alla volontà di potenza del comunismo jugoslavo, che usa l’antifascismo come paravento ideologico di stato per consolidare la sua egemonia nell’area. Ma su questo mutamento di orizzonte vacilla la narrazione della sinistra militante, perché vittima di una resistenza ideologica a prendere atto che antifascismo e comunismo sono due campi di forza ideologici e politici che solo in determinate circostanze coincisero. Il faticoso cammino dell’antifascismo impegnato nella rifondazione democratica dell’Italia e la strategia comunista basata sulla rivoluzione proletaria seguirono percorsi diversi, in qualche caso antagonisti. E sul fronte orientale queste divergenze assunsero la forma più drammatica, non solo per i fatti di sangue che determinarono, ma anche perché il Pci si trovò nella difficile condizione di combattere per obbiettivi e fini diversi da quelli che perseguiva nel resto del paese: qui la rinascita della nazione, là l’egemonia comunista a dispetto proprio dell’integrità della nazione.

Nella  Giornata del Ricordo quindi non si può omettere questa parte della storia, né ritenere retorica di destra l’evocazione del dramma degli italiani, colpiti in quanto nemici potenziali o reali del nuovo regime. In Istria, Dalmazia e Venezia Giulia si verificò una effettiva rappresaglia politica, non etnica,  del nuovo governo comunista che aveva per oggetto la comunità italiana in quanto tale.

 

Esodo

Il dramma del confine orientale però non si ferma con il maggio ’45, né con il Trattato di Parigi del ’47 che riconobbe alla Jugoslavia  la provincia del Carnaro, la provincia di Zara (gran parte della provincia dell’Istria, del Carso triestino e goriziano, e l’alta valle dell’Isonzo, ma si dispiega fino alla fine  degli anni Cinquanta quando cessò l’esodo degli italiani da quelle zone, che avevano abitato per moltissimo tempo, e che ora erano parte integrante della democrazia popolare costruita dal Maresciallo Tito. La perdita della cittadinanza italiana, l’adesione coatta al regime comunista, la manifesta volontà epuratrice del regime titino, mescolate a una crescente clima sociale antitaliano legato alla volontà di “slavizzare” molto rapidamente quei nuovi territori entrati a fare parte dello stato comunista – con procedure molto simili a quelle utilizzate  negli stessi luoghi dal fascismo italiano negli anni Venti –  spinse molti italiani ad abbandonate le loro case, le loro proprietà,  che vennero immediatamente confiscate,  e riparare in Italia: se ne andarono circa 250/300 mila persone e oggi gli italiani rimasi soprattutto in Istria sono poco più di 20.000.

Il dramma nel dramma  è che  ne andarono con il marchio di fascisti, e con lo stesso marchio vennero accolti da più parti  anche in Italia,  soprattutto dal Pci, che li condannò per non aver aderito al sogno del socialismo reale e di essere portatori di una ideologia nazionalista e reazionaria. Su questi italiani “a metà” soggetti a numerose tribolazioni, venne poi steso un velo di oblio, che solo di recente è stato parzialmente squarciato. 

Le foibe e l’esodo chiamano dunque in causa un giudizio sul comunismo e sui meccanismi di potere che lo hanno caratterizzato, che non può essere celato dietro il paravento dell’antifascismo e dei crimini del regime in quel martoriato confine; nè tanto meno  la lotta contro la destra,  allora come oggi,  non può essere condotta in nome di quei frusti ideale tragicamente smentiti dalla storia. Ricordare quei morti è possibile se si tiene insieme in una sintesi culturalmente avanzata antifascismo e anticomunismo.

Alberto De Bernardi
debernardi@perfondazione.eu

Professore onorario Alma Mater dell’Università di Bologna, dove ha insegnato Storia contemporanea e Storia Globale. Ha compiuto numerosi soggiorni di studio a Parigi presso Université Paris Diderot 7 e in Portogallo presso l’Università di Coimbra e l’Università di Lisbona. E’ stato visiting professor presso la Brown University (Providence RI) e l’Ucla (Università della California) di Berkeley. E’ stato direttore scientifico e poi vicepresidente dell’Istituto Nazionale Ferruccio Parri (2011-2018). E’ stato presidente dell'Istituto storico per la storia e le memorie del '900-Parri Emilia-Romagna (2010-2016). Ha fondato e diretto le riviste “Società e Storia”, “I Viaggi di Erodoto”, “I Democratici”, “Storicamente”. E’ presidente di REFAT, Rete internazionale per la studio del fascismo, autoritarismo, totalitarismo e transizioni verso la democrazia, e della Fondazione PER – Progresso,Europa,Riforme. Le sue ultime pubblicano sono: "Un paese in bilico. L’Italia negli ultimi trent’anni" (Laterza,2014), "Fascismo e antifascismo. Storia, memoria, culture politiche" (Donzelli,2018), "Il paese dei maccheroni. Storia sociale della pasta" (Donzelli, 2019)

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