“Fu una cospirazione per frodare gli Usa”. Trump incriminato per l'attacco al Campidoglio - Fondazione PER
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“Fu una cospirazione per frodare gli Usa”. Trump incriminato per l’attacco al Campidoglio

di Vittorio Ferla

 

Ben quattro reati per tre cospirazioni. Obiettivo: sovvertire la democrazia americana e mantenere il potere alla Casa Bianca. Per Donald Trump arriva la terza incriminazione in quattro mesi, in assoluto la più pesante e imbarazzante. A formularla il procuratore speciale Jack Smith che mette al muro l’ex presidente Usa per aver favorito l’attacco al Congresso del 6 gennaio 2021 per aver cercato di impedire la certificazione della vittoria di Joe Biden nelle elezioni alla Casa Bianca. “L’attacco al Congresso è stato un assalto senza precedenti alla sede della democrazia americana, alimentato da menzogne su menzogne da parte dell’imputato”, accusa il procuratore Smith nelle 45 pagine dell’atto di incriminazione. Il primo capo d’accusa – cospirazione per frodare gli Stati Uniti – riguarda il piano del tycoon di “sovvertire i legittimi risultati delle elezioni del 2020” attraverso l’uso di “false dichiarazioni di frode elettorale”, con l’aiuto di sei complici, tra consiglieri e avvocati. Il secondo e il terzo capo d’imputazione riguardano gli sforzi per ostacolare la certificazione del voto, in programma il 6 gennaio 2021 al Congresso. Il quarto reato – violazione dei diritti civili – consiste nel tentativo di Trump di ribaltare l’esito del voto in sette Stati in cui, nel 2020, la distanza tra lui e Biden era risultata minima. In tutti e sette gli stati – Arizona, Georgia, Michigan, Nevada, New Mexico, Pennsylvania e Wisconsin – il candidato repubblicano aveva perso la sfida. “Nonostante la sconfitta Trump era determinato a restare al potere. E così per oltre due mesi dopo il voto ha diffuso bugie. Dichiarazioni false, che sapeva essere false”, si legge nell’incriminazione. L’ex presidente ha poi “disseminato queste bugie per farle apparire legittime e creare un’atmosfera di sfiducia e rabbia, ed erodere la fiducia pubblica nell’amministrazione delle elezioni”. Per raggiungere i suoi obiettivi, ha cercato di convincere il vicepresidente Mike Pence “a usare il suo ruolo istituzionale nella certificazione del voto, per alterare il risultato delle elezioni”. E quando Pence si è rifiutato di seguirlo, Trump lo ha accusato di essere “troppo onesto”. Fallito questo tentativo, si legge nell’incriminazione, Trump ha spostato la sua azione fuori dalle sedi istituzionali, usando “la folla dei suoi sostenitori radunata a Washington per fare pressione sul vicepresidente affinché alterasse in modo fraudolento i risultati elettorali” e rifiutando “ripetutamente di approvare un messaggio diretto ai rivoltosi” per chiedere loro di non aggredire il Congresso. Così, contro i suoi stessi collaboratori, il tycoon ha “postato due tweet in cui non solo non chiedeva ai rivoltosi di lasciare Capitol Hill ma sosteneva, dichiarando il falso, che la folla era pacifica”. Insomma, siamo di fronte a fatti ampiamente noti e illustrati dalle cronache di quei giorni. Oggi però, con l’iniziativa della procura generale, quei fatti sconvolgenti si trasformano in capi di imputazione.

Ma che cosa succederebbe in caso di condanna? Trump rischia fino a 20 anni di carcere solo per il più grave dei capi d’accusa, quello per ostruzione di un procedimento ufficiale (la cospirazione per frodare gli Stati Uniti, invece, è punibile con pene fino a cinque anni). L’ex presidente dovrà rispondere pure di 37 capi d’imputazione per il trasferimento di documenti classificati nella sua residenza privata di Mar-a-Lago. In tal caso, rischia pene dai tre a 20 anni di prigione. Sulla sua testa incombono poi altri 34 capi d’accusa per falsificazione di documenti fiscali, ciascuno dei quali punibile con quattro anni di reclusione. Ma non finisce qui. Un’altra incriminazione potrebbe arrivare presto dalla Georgia, dove Trump è indagato per le presunte pressioni esercitate sul segretario di stato Brad Raffensperger con l’obiettivo d’invertire il risultato delle elezioni del 2020 in quello Stato.

Ciò nonostante, nessuna legge impedisce a Trump di concorrere per la Casa Bianca e, in caso di vittoria alle elezioni del 2024, di esercitare per un secondo mandato le funzioni di presidente degli Stati Uniti. In tal caso, si aprirebbe un formidabile e inedito rompicapo giuridico e costituzionale. Probabilmente, per interdire un presidente (condannato) dall’esercizio delle sue funzioni, occorrerebbe una nuova messa in stato d’accusa da parte del Congresso oppure il ricorso al 14mo emendamento che, almeno teoricamente, prevede la possibilità d’interdire dai pubblici uffici funzionari politici coinvolti in atti di “insurrezione o ribellione” contro gli Stati Uniti. Problemi che torneranno d’attualità soltanto dopo lo svolgimento dei processi. La fine dei quali arriverà molto probabilmente ben oltre la conclusione delle primarie per scegliere il candidato repubblicano per le elezioni presidenziali del 2024. Il Gop sembra formalmente schierato a difesa di Trump, ma molti compagni di partito confidano nelle condanne per chiudere una imbarazzante stagione di populismo eversivo. Il governatore della Florida Ron DeSantis, l’avversario principale, tace. Ma l’ultimo sondaggio del New York Times per ora assegna a Trump il 57 per cento delle preferenze con ben 37 punti di vantaggio sul suo più accreditato rivale.

Vittorio Ferla
vittorinoferla@gmail.com

Giornalista, direttore di Libertà Eguale e della Fondazione PER. Collaboratore de ‘Linkiesta’ e de 'Il Riformista', si è occupato di comunicazione e media relations presso l’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale del Lazio. Direttore responsabile di Labsus, è stato componente della Direzione nazionale di Cittadinanzattiva dal 2000 al 2016 e, precedentemente, vicepresidente nazionale della Fuci. Ha collaborato con Cristiano sociali news, L’Unità, Il Sole 24 Ore, Europa, Critica Liberale e Democratica. Ha curato il volume “Riformisti. L’Italia che cambia e la nuova sovranità dell’Europa” (Rubbettino 2018).

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