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G20 contro la minaccia nucleare. E la Russia appare sempre più isolata

di Vittorio Ferla

 

Non poteva essere diversamente: la guerra in Ucraina è la tragica questione che segna il G20 di Bali di questi giorni. D’altra parte, è il primo vertice che si svolge dopo l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia. La giornata di ieri comincia con il videocollegamento del presidente Volodymyr Zelensky che da Kiev chiede una pace sostanziale, basata sul rispetto del diritto internazionale. È proprio questo, infatti, il punto dirimente quando si tratta di pace. Che soprattutto il pacifismo nostrano dimentica con eccessiva superficialità e noncuranza. Riferendosi ai due accordi falliti per porre fine al conflitto in Ucraina, Zelensky esclude con fermezza una “Minsk 3”. Il motivo è semplice: “non permetteremo alla Russia di aspettare, costruire le sue forze e quindi iniziare una nuova serie di terrore e destabilizzazione globale. Non ci sarà una Minsk 3 che la Russia violerà subito dopo l’accordo. Esiste una formula ucraina per la pace. Pace per l’Ucraina, l’Europa e il mondo. E c’è un insieme di soluzioni che possono essere attuate per garantire davvero la pace”, dice Zelensky in diretta streaming. Escluse le cessioni di territorio ucraino all’invasore – “non vale la pena offrire all’Ucraina compromessi su sovranità, territorio e indipendenza” – le condizioni indicate dal presidente ucraino sono dieci: sicurezza nucleare, sicurezza alimentare, sicurezza energetica, liberazione di tutti i prigionieri e deportati, attuazione della Carta delle Nazioni Unite e ripristino dell’integrità territoriale dell’Ucraina e dell’ordine mondiale, ritiro delle truppe russe e cessazione delle ostilità, ripristinare la giustizia, no all’ecocidio, prevenzione dell’escalation, fissazione della fine della guerra. Tutte condizioni ovvie e scontate se davvero valesse il rispetto del diritto internazionale. Purtroppo non è così. Dopo le dichiarazioni di Zelensky, la Russia reagisce malamente. In una dichiarazione a Ria Novosti il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov spiega che l’Ucraina “non vuole tenere negoziati con la Russia” e aggiunge che “gli obiettivi della Russia saranno raggiunti proseguendo l’operazione militare speciale”. Anche il ministro degli esteri russo Sergei Lavrov dichiara a Bali che Mosca “non si rifiuta di negoziare”, piuttosto “se qualcuno respinge questa strada, è l’Ucraina”. Quindi definisce “irrealistiche” le condizioni di Kiev per l’avvio dei negoziati di pace. Ma la voce più importante è quella delle armi. Infatti, subito dopo l’intervento di Zelensky – nel quale il presidente ucraino paragona la liberazione di Kherson “al D-Day, lo sbarco in Normandia, che non fu la fine nella lotta contro il male, ma determinò l’intero successivo corso degli eventi” – la Russia ha ripreso una raffica di bombardamenti che hanno colpito diverse città del paese a partire dalla capitale Kiev. L’Ucraina risponde tramite il suo ambasciatore all’Onu, Sergiy Kyslytsya, che su Twitter considera i missili di ieri contro l’Ucraina “uno sputo in faccia” della Russia contro i partecipanti al summit del G20 in corso a Bali. Un po’ come capitò al segretario generale dell’Onu Antonio Guterres quando si recò in visita nel paese aggredito. E proprio l’Onu è tornata a farsi sentire ieri con una risoluzione approvata dall’Assemblea Generale che prevede che la Russia paghi all’Ucraina i risarcimenti necessari per coprire i danni provocati dalla guerra. La risposta di Mosca non si è fatta attendere. “Naturalmente, gli organizzatori di questo processo stanno cercando di completare il furto delle nostre riserve auree e valutarie, che sono state bloccate illegalmente, e questa è la formalizzazione di una rapina utilizzando la piattaforma delle Nazioni Unite”, accusa il portavoce del Cremlino Peskov. Una ulteriore dimostrazione che la Russia, benché membro del Consiglio di sicurezza dell’Onu, sembra ormai sostanzialmente fuori dalla filosofia e dalle norme che ispirano il diritto e le organizzazioni internazionali.

La conferma dell’isolamento sempre più profondo della Russia sullo scacchiere globale viene proprio dal G20 di Bali. Proprio oggi i paesi membri diffonderanno alla fine del vertice una dichiarazione congiunta, frutto di ore di negoziato, che sancirà la condanna della guerra in Ucraina e diffiderà dall’uso delle armi atomiche. Nella bozza anticipata dal quotidiano giapponese Nikkei, i leader del G20 affermano che “l’utilizzo o la minaccia d’impiego delle armi nucleari è inammissibile”, e che “la risoluzione pacifica dei conflitti, gli sforzi per far fronte alle crisi, la diplomazia e il dialogo sono vitali. Questa non deve essere un’era segnata dalle guerre”. Anche il Financial Times anticipa una bozza nella quale si legge: “La maggior parte dei membri ha condannato fermamente la guerra in Ucraina e ha sottolineato che sta causando immense sofferenze umane e aggravando le fragilità esistenti nell’economia globale”. I rumors dal vertice rivelano in sostanza che, nonostante alcuni tentativi di edulcorare il linguaggio della dichiarazione, emerge alla fine una posizione comune di condanna dell’aggressione russa che va ben oltre le aspettative degli stati occidentali. Nel suo intervento in apertura del summit, infatti, il leader indonesiano Joko Widodo aveva rivolto ai colleghi un appello a favorire la fine della guerra, ma non aveva mai menzionato esplicitamente la Russia. Allo stesso modo, la Cina si è unita alla Russia nell’opporsi all’uso della parola “guerra” nel comunicato congiunto. Il ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, dopo l’incontro con l’omologo russo Lavrov, ha comunicato di apprezzare “le dichiarazioni della Russia sull’importanza di evitare una guerra nucleare in Ucraina”, che, a suo modo di vedere, dimostrano “responsabilità e razionalità”. Tuttavia, al di là di questi distinguo, resta il fatto che i paesi del G20 sembrano sostanzialmente uniti nella condanna dell’azione militare del Cremlino. Tra i capi di governo asiatici più attivi in questa direzione anche il premier indiano Narendra Modi che, pur mantenendo i suoi consueti toni cauti in ragione dei rapporti economici con la Russia, durante la sessione plenaria ha rivolto un accorato appello a ripristinare la pace in Ucraina, riaffermando la necessità di una “determinazione concreta e collettiva per la pace”. Dall’altra parte, una spinta molto forte per una dichiarazione finale che condanni esplicitamente la Russia per l’invasione dell’Ucraina viene dai leader del cosiddetto “Occidente allargato”, comprensivo in particolare dei paesi europei e atlantici. Tra questi uno dei più attivi è la Francia con il presidente francese Emmanuel Macron, che ieri ha incontrato Xi Jinping e gli ha chiesto di sfruttare i suoi rapporti con Vladimir Putin per riportarlo al tavolo dei negoziati. Ovviamente, alla base della sostanziale unità dei paesi del G20 – che rappresentano oltre l’80% del prodotto interno lordo mondiale e il 60% della popolazione del pianeta – c’è anche l’interesse comune di Cina e Stati Uniti per una stabilizzazione del quadro internazionale. I due colossi economici sanno bene che la competizione dei prossimi anni sarà tra di loro e le velleitarie aspirazioni espansionistiche della Russia costituiscono un elemento di turbamento dell’assetto delle relazioni globali. Anche per questo la Russia appare sempre più isolata.

Vittorio Ferla
vittorinoferla@gmail.com

Giornalista, direttore di Libertà Eguale e della Fondazione PER. Collaboratore de ‘Linkiesta’ e de 'Il Riformista', si è occupato di comunicazione e media relations presso l’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale del Lazio. Direttore responsabile di Labsus, è stato componente della Direzione nazionale di Cittadinanzattiva dal 2000 al 2016 e, precedentemente, vicepresidente nazionale della Fuci. Ha collaborato con Cristiano sociali news, L’Unità, Il Sole 24 Ore, Europa, Critica Liberale e Democratica. Ha curato il volume “Riformisti. L’Italia che cambia e la nuova sovranità dell’Europa” (Rubbettino 2018).

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