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Georgia e Pennsylvania: il sorpasso che chiude la gara

di Vittorio Ferla

 

“Georgia on my mind” è la canzone scritta nel 1930 da Stuart Gorrell e da Hoagy Carmichael e portata al successo nel 1960 da Ray Charles. Nel 1979 l’Assemblea generale della Georgia la adottò come inno ufficiale dello stato dopo che Charles, un mese prima, l’aveva cantata in aula come simbolo di riconciliazione dopo la conquista dei diritti civili da parte degli afroamericani. “Georgia on my mind” potrebbe diventare anche la canzone del cuore di Joe Biden. Il sorpasso in Georgia ai danni di Donald Trump, infatti, è la svolta eclatante e inattesa di ieri. Di fatto, Joe Biden è il nuovo presidente degli Stati Uniti. C’è da credere davvero che la Georgia resti per sempre nella sua mente, nei suoi pensieri e nel suo cuore.

La conquista dello stato del sudest, fondato nell’Ottocento sull’economia del cotone e sulla sottomissione degli schiavi neri, ha un valore simbolico oltre che materiale. La Georgia fu uno dei tredici stati confederati che fecero la secessione e la guerra civile e, in tempi moderni, rappresenta una delle roccaforti del voto repubblicano. È anche lo stato dove sono nate due tra le le più importanti icone della lotta contro le discriminazioni razziali degli anni ’60: Martin Luther King, il pastore e attivista politico assassinato nel 1968, e John Lewis, leader dei movimenti per i diritti civili e, successivamente, rappresentante del partito democratico al Congresso. Lewis è scomparso proprio nel luglio di quest’anno, circondato da grande commozione. Nessuno avrebbe potuto immaginare che la poderosa affluenza al voto degli afroamericani, proprio nello stato che John Lewis rappresentava a Washington, avrebbe deciso la corsa verso la Casa Bianca.

Biden sorpassa Trump nella mattina di ieri (ora italiana) grazie all’enorme mobilitazione di elettori neri nella contea di Fulton e in altri sobborghi intorno ad Atlanta. Sobborghi trasformati dalla diversificazione sociale ed economica e sempre più abitati da giovani anti-Trump. L’ultimo candidato democratico per la presidenza a vincere in Georgia è stato Bill Clinton. Era il 1992, quasi quaranta anni fa. Clinton sconfisse l’ex presidente George H.W. Bush per un soffio, solo grazie all’exploit di Ross Perot, il terzo candidato indipendente (e miliardario) che riuscì a erodere il consenso del rivale repubblicano.

Nel corso del pomeriggio (ora italiana) arriva la seconda sorpresa: un altro sorpasso, questa volta in Pennsylvania, lo stato che il presidente repubblicano avrebbe dovuto vincere a tutti i costi per sperare di essere riconfermato. Joe Biden completa così la “reconquista” dell’area dei Grandi Laghi, un ampio distretto industriale – comprensivo di stati come il Michigan, il Wisconsin e, appunto, la Pennsylavania – che nel 2016 voltò le spalle a Hillary Clinton.

A questo punto, la corsa per la presidenza prende una direzione precisa e rapida. Pochi minuti dopo il sorpasso, un’agenzia batte la notizia che lo spazio aereo sopra la casa di Joe Biden è diventato off limits. Il segno che la sicurezza americana ha già attivato tutte le misure necessarie  per la tutela di quello che, nel frattempo, è diventato il presidente degli Stati Uniti.

Nel corso della notte tra giovedì e venerdì, una volta annusata l’aria, Trump aveva condotto una conferenza stampa delirante nella quale accusava i democratici di brogli, chiedeva l’interruzione del conteggio delle schede, minacciava azioni legali in tutti gli stati in bilico. “Il discorso di Trump dalla sala riunioni della Casa Bianca potrebbe essere una delle dichiarazioni presidenziali più pericolose nella storia americana”, spiegano i commentatori della Cnn. In un discorso sconclusionato, Trump rilascia una montagna dichiarazioni false: per esempio, che i voti espressi prima e durante le elezioni, ma contati dopo il giorno delle elezioni, sono voti illegali. Il presidente afferma di aver vinto chiaramente e che il suo vantaggio diminuisce solo perché i funzionari collusi continuano a contare schede elettorali fasulle. Ma i voti per corrispondenza contati nelle ultime ore favoriscono Biden semplicemente perché gli elettori democratici hanno preferito in larga parte questa modalità di espressione del voto. Ecco perché, nei mesi scorsi, Trump ha raccontato ai suoi elettori che non ci si poteva fidare del voto per corrispondenza. Ma lo stile di Trump lascia interdetti anche i repubblicani. È stato molto difficile guardare l’altra sera il discorso del presidente”, dichiara alla Nbc Pat Toomey, senatore repubblicano della Pennsylvania. “Le accuse di frode su larga scala e di furto delle elezioni formulate dal presidente non sono state provate. Non sono a conoscenza di alcun illecito significativo qui”, assicura. In più, nessun tribunale ha riscontrato irregolarità nel processo di conteggio delle schede a Philadelphia, la città più importante della Pennsylvania.

“Gli sforzi di Trump per mettere in dubbio i risultati delle elezioni sono stati amplificati dai media conservatori compiacenti”, avverte Philip Bump del Washington Post. “Trump – continua – è stato aiutato poi dalle legislature repubblicane negli stati del Michigan, del Wisconsin e della Pennsylvania, che hanno rifiutato di iniziare a contare le schede elettorali per corrispondenza prima del giorno delle elezioni, allungando i tempi del conteggio”. Un ottimo modo per scatenare il caos nei giorni seguenti, in coerenza con lo stile incendiario e populista del presidente. “Un presidente che attacca in modo disonesto le procedure elettorali è un pericolo per la democrazia”, conclude Bump, “così come è estremamente pericoloso strumentalizzare la fiducia dei suoi seguaci nel tentativo di mantenere il potere”.

Mentre il presidente uscente non vuole riconoscere la vittoria dell’avversario e ricorrerà in tutti gli stati per boicottare il risultato, Joe Biden invita alla calma. Sa che potrà entrare alla Casa Bianca soltanto il 20 gennaio 2021, quando scadrà ufficialmente il mandato del suo predecessore. E il periodo di transizione si svolgerà in questo clima rovente. Ma Joe è un negoziatore ben allenato, apprezzato dai repubblicani, con le qualità giuste per gestire questa fase. Potrebbe non bastare? “Come abbiamo detto il 19 luglio, il popolo americano deciderà queste elezioni. E il governo degli Stati Uniti è perfettamente in grado di scortare i trasgressori fuori dalla Casa Bianca”, dice Andrew Bates, il portavoce della campagna di Biden. La legge americana non ammette eccezioni: Trump deve preparare le valigie.

Vittorio Ferla
Vittorio Ferla
vittorinoferla@gmail.com

Giornalista, direttore di Libertà Eguale e della Fondazione PER. Collaboratore de ‘Linkiesta’ e de 'Il Riformista', si è occupato di comunicazione e media relations presso l’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale del Lazio. Direttore responsabile di Labsus, è stato componente della Direzione nazionale di Cittadinanzattiva dal 2000 al 2016 e, precedentemente, vicepresidente nazionale della Fuci. Ha collaborato con Cristiano sociali news, L’Unità, Il Sole 24 Ore, Europa, Critica Liberale e Democratica. Ha curato il volume “Riformisti. L’Italia che cambia e la nuova sovranità dell’Europa” (Rubbettino 2018).

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