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Gli israeliani: uniti contro Hamas… e contro Netanyahu

di Alessandro Maran
🇮🇱 La guerra di Israele contro Hamas a Gaza ha approfondito la spaccatura tra Israele e il mondo arabo e ne ha aperta una nuova tra il primo ministro Benjamin Netanyahu e il presidente degli Stati Uniti Joe Biden. Sta anche scavando un solco all’interno di Israele.
Nell’ultima settimana, gli israeliani hanno protestato sia contro i camion degli aiuti diretti a Gaza che contro il governo Netanyahu. Dato che Netanyahu mantiene l’obiettivo della vittoria totale su Hamas, i critici si chiedono se ciò sia realistico. Sono emerse divisioni anche all’interno del governo israeliano: giovedì il ministro del gabinetto di guerra Gadi Eisenkot ha detto a un’emittente israeliana che una vittoria assoluta su Hamas è molto improbabile e ha chiesto nuove elezioni (👉 https://edition.cnn.com/…/eisenkot-netanyahu…/index.html).
In questa guerra, Israele persegue due obiettivi diversi che, secondo molti commentatori, potrebbero non essere compatibili. Il primo è sconfiggere completamente Hamas; l’altro è riportare a casa gli ostaggi israeliani tenuti a Gaza. Descrivendo i contrasti in Israele, Roni Caryn Rabin, Aaron Boxerman, Anushka Patil e Thomas Fuller del New York Times giudicano questi due obiettivi in conflitto, dato che proprio i negoziati e il cessate il fuoco si profilano come un possibile percorso per riportare a casa gli ostaggi (👉 https://www.nytimes.com/…/divisions-israel-gaza…).
La divisione politica non è una novità, così come non lo è la rabbia nei confronti del governo Netanyahu. Sul quotidiano israeliano di sinistra Haaretz, interventi ed editoriali criticano sia la prosecuzione della guerra da parte del governo Netanyahu sia le sue possibili conseguenze (👉 https://www.haaretz.com/…/0000018d-4252-dc44-a5bf…). Sul New York Times, all’inizio di novembre, l’editorialista Bret Stephens ha registrato la rabbia nei confronti del governo nel periodo immediatamente successivo allo strazio del 7 ottobre, quando i ministri del governo non potevano “mostrare il loro volto ai funerali, agli shiva o nelle sale d’attesa degli ospedali per paura di venire strapazzati e cacciati” (👉 https://www.nytimes.com/…/israel-national-crisis.html).
“Basta ascoltare le famiglie degli ostaggi rimasti e i loro numerosi sostenitori, che ora protestano davanti alla casa di Netanyahu, o il generale Gadi Eisenkot, ex capo di stato maggiore delle forze armate e ora ministro senza portafoglio nel gabinetto di guerra di Netanyahu, che ha perso suo figlio nei combattimenti”, scrive Marc Champion, editorialista di Bloomberg ed ex capo dell’ufficio di Istanbul. “Queste persone vogliono un cessate il fuoco. Lo vedono come l’unico modo in cui gli ostaggi possono essere riportati a casa in sicurezza” (👉 https://www.bloomberg.com/…/gaza-war-don-t-confuse…).
La divisione emergente “è in gran parte una divisione tra sinistra e destra”, scrive Paul Scham per il Middle East Institute (👉 https://www.mei.edu/…/monday-briefing-growing…), riflettendo sulla possibilità che Israele ritorni ai tumulti politici che avevano travolto il paese prima del 7 ottobre, quando la spinta a realizzare una controversa riforma giudiziaria portò massicce proteste nelle strade israeliane per gran parte del 2023. In questo momento, né la coalizione che chiede la vittoria totale su Hamas né quella che chiede il ritorno degli ostaggi sono “dominanti” in Israele, scrive Meron Rapoport da Tel Aviv per Middle East Eye. “Un cambiamento molto piccolo potrebbe far pendere da un lato la bilancia” (👉 https://www.middleeasteye.net/…/war-gaza-netanyahu…).
C’è poi Netanyahu, che incombe sulla discussione in compagnia di un incentivo perverso contro cui alcuni hanno messo in guardia. Netanyahu è sotto processo per corruzione, ma come primo ministro gode dell’immunità dai procedimenti giudiziari. Alcuni sostengono che si stia aggrappando al potere indossando appunto i panni del wartime leader.
Netanyahu ha difeso il suo obiettivo di sconfiggere Hamas e la sua opposizione alla politica degli Stati Uniti di procedere verso la creazione di uno Stato palestinese dopo la fine della guerra, giudicandoli necessari per mantenere al sicuro gli israeliani.
Alcuni sono d’accordo: su The Times of Israel, un editoriale di Shimon Glick e Mark Clarfield contesta le richieste internazionali rivolte a Israele di smettere di combattere a Gaza: “Cosa fareste se il vostro Paese venisse attaccato in questo modo?”, chiedono (👉 https://blogs.timesofisrael.com/an-open-query-to-all…/). Senza contare che Yahya Sinwar, il leader di Hamas a Gaza, è sempre stato chiaro: combatte per la fine di Israele, non per la convivenza.
Altri osservatori sono più critici. Scham del Middle East Institute scrive: “Gli israeliani sanno e sono sempre più arrabbiati perché Netanyahu è fortemente incentivato a portare avanti questa guerra – o qualsiasi guerra – il più a lungo possibile, poiché una volta finita, potrebbe essere impossibile evitare nuove elezioni, in cui probabilmente perderà la carica di primo ministro e quindi rischierà di essere mandato in prigione se ritenuto colpevole di frode nel corso del suo interminabile processo” (👉 https://www.mei.edu/…/monday-briefing-growing…). Marc Champion di Bloomberg concorda: “Sia l’amministrazione Biden che gli stessi israeliani devono distinguere gli interessi delle loro nazioni da quelli di Netanyahu e dei suoi sostenitori di estrema destra” (👉 https://www.bloomberg.com/…/gaza-war-don-t-confuse…).
Su The Atlantic, Isabel Fattal chiede a Yair Rosenberg se la carriera politica di Netanyahu potrà sopravvivere oltre la fine della guerra. Citando sondaggi scoraggianti, Rosenberg osserva: “Gli israeliani si sono radunati attorno alla bandiera dopo il massacro di Hamas, ma non si sono radunati attorno a Netanyahu. È molto coerente” (👉https://www.theatlantic.com/…/can-netanyahu…/677239/).
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Alessandro Maran
maran@perfondazione.eu

Già senatore del Partito democratico, membro della Commissione Esteri e della Commissione Politiche Ue, fa parte della presidenza di Libertàeguale. Parlamentare dal 2001 al 2018, è stato segretario regionale dei Ds del Friuli Venezia Giulia.

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