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Gli stati arabi in ordine sparso. Ma saranno decisivi per governare Gaza

di Vittorio Ferla

 

L’attacco terroristico di Hamas del 7 ottobre rinnova la sindrome di accerchiamento di Israele, alimentata in queste settimane dalla reazione di diversi paesi del Medio Oriente e del mondo arabo che solidarizzano con la tragedia dei civili palestinesi.

Del resto, sappiamo bene ormai che Hamas può contare sul sostegno di un’ampia galassia di supporter nell’area, che va dall’Asse della Resistenza (animato dagli ayatollah iraniani e da Hezbollah in Libano) alla Turchia di Erdogan che considera Hamas “un gruppo di resistenti e di patrioti che combattono per la liberazione della Palestina”.

Tra gli Stati del mondo arabo pro-Hamas, c’è in primo luogo il Qatar, il cui “sostegno finanziario di 30 milioni di dollari al mese è dimostrato e pubblico”, come ha spiegato giorni fa a France 24 Didier Billion, vicedirettore dell’Iris, l’Istituto francese per gli affari internazionali e strategici. “Questi pagamenti sono giustificati per pagare i dipendenti pubblici a Gaza, e sappiamo perfettamente che questi ultimi sono membri di Hamas. Il denaro di Doha equivale quindi al sostegno diretto a questa organizzazione che da molti anni tiene l’enclave palestinese con il pugno di ferro”, ha chiarito Billion. Ma i legami del Qatar con Hamas sono anche politici. Il capo di Hamas Ismail Haniyeh risiede infatti a Doha dal 2012 e l’ufficio politico del movimento islamico si trova nella capitale del Qatar. In queste settimane Doha cerca di ricavarsi un ruolo come negoziatore sulla questione degli ostaggi israeliani: un modo per rafforzare ulteriormente il proprio ruolo nell’area. Inoltre Al Jazeera, la popolare rete televisiva del Qatar, è uno dei principali propagatori dell’odio nei confronti di Israele, sistematicamente mobilitata per diffondere menzogne al servizio di Hamas. 

Del resto, la maggior parte dei media nel mondo arabo si mostra ostile verso Israele. “Dopo il 7 ottobre, una serie di critiche, alcune esplicitamente antisemite, hanno inondato la stampa e i social media, perfino nei paesi che hanno firmato accordi di pace con Israele, come l’Egitto e la Giordania. La maggior parte di questi attacchi mediatici contro lo stato ebraico ignora le uccisioni e la prigionia di donne, bambini e anziani israeliani da parte di Hamas”, hanno raccontato su Jerusalem Post Elie Podeh, docente di studi mediorientali dell’Università Ebraica, ed Elad Giladi, esperto di Islam dell’Università di Haifa. Alcuni media arabi ammettono che Hamas ha perpetrato delle atrocità, ma le giustificano con l’occupazione israeliana della Cisgiordania, il prolungato assedio di Gaza e, a posteriori, la strage di palestinesi da parte dell’esercito israeliano.

Questo clima ostile nei confronti del governo di Tel Aviv ha investito anche i paesi confinanti, Egitto e Giordania, che hanno entrambi reagito con cautela subito dopo l’attacco. Il governo egiziano si è astenuto dal condannare Hamas, ha chiesto la riduzione della tensione e lo stop dei bombardamenti e ha criticato in generale le politiche israeliane nei confronti di Gaza e Cisgiordania. La Giordania ha reagito in modo simile, esprimendo sostegno alla causa palestinese. Del resto, le autorità giordane ed egiziane devono fare i conti con opinioni pubbliche che sostengono fortemente i palestinesi e hanno preoccupazioni immediate di sicurezza nazionale a cui pensare: nel caso dell’Egitto c’è il timore che un’onda di profughi da Gaza possa riversarsi all’improvviso nei propri confini.

Tuttavia, a dispetto della sua apparente omogeneità, il mondo arabo comincia a manifestare nette divisioni al suo interno. Il Bahrein e gli Emirati Arabi Uniti, che hanno sottoscritto gli Accordi di Abramo con Israele, hanno rilasciato dichiarazioni di chiara condanna nei confronti di Hamas.

In molti aspettano di verificare il posizionamento dell’Arabia Saudita che, prima del 7 ottobre, era in procinto di sottoscrivere un accordo storico con Israele per normalizzare le relazioni grazie alla mediazione dell’amministrazione Biden.

Nell’ottica della Casa Bianca questi negoziati dovevano servire a fare dell’Arabia Saudita un alleato strategico degli Stati Uniti in un momento in cui Washington sembrava allontanarsi dal Medio Oriente e miravano pure a definire significativi impegni da parte israeliani verso la soluzione della questione palestinese. Con lo scoppio della guerra tra Hamas e Israele, questi colloqui si sono interrotti. Ed è probabile, del resto, che l’attacco di Hamas mirasse proprio a interrompere il riavvicinamento tra Riyad e Tel Aviv.

D’altronde, i discorsi sulla normalizzazione con Israele avevano esposto il regno saudita all’accusa di abbandonare la questione palestinese. Nel breve termine, pertanto, mentre proseguono i combattimenti a Gaza, un accordo con Israele è fuori questione. Ma nel lungo termine quegli spazi si riapriranno perché l’Arabia Saudita vuole rafforzare il suo ruolo di leader in Medio Oriente a dispetto dell’Iran, alleato di Hamas con l’obiettivo ‘religioso’ di distruggere Israele.

Insomma, il contenimento dell’Iran e la limitazione dell’estremismo islamico (insieme con il rafforzamento delle rispettive economie) restano, in prospettiva, obiettivi comuni di Riyad e Tel Aviv.

Allo stesso tempo, però, l’Arabia Saudita resta fedele al suo obiettivo di creare uno Stato palestinese. Oggi dunque deve, prima di tutto, ribadire le sue credenziali filo-palestinesi. Solo in un secondo momento – dopo l’esaurimento dell’operazione militare di Israele a Gaza – sarà possibile riaprire un dialogo produttivo.

Nel frattempo c’è da monitorare attentamente la situazione della Cisgiordania, dove sta emergendo un vuoto politico e strategico. Qui, infatti, l’Autorità Palestinese sempre più debole è pressata dalla reazione rabbiosa della popolazione contro Israele. Finora Ramallah ha condannato pubblicamente Israele per l’escalation contro Hamas ma coltiva ancora un profondo desiderio di stabilità che rischia di restare un’illusione se la guerra a Gaza dovesse diventare più sanguinosa: una eventuale escalation in Cisgiordania con il collasso dell’Autorità palestinese potrebbe essere uno degli obiettivi degli agenti del terrore che sono all’opera in Medio Oriente. Ecco perché tenere in piedi il presidente Mahmud Abbas resta prioritario per gli Stati Uniti.

Come ha scritto su Foreign Affairs Ghaith Al-Omari, Senior Fellow presso il Washington Institute for Near East Policy, “una volta che i combattimenti a Gaza finiranno, gli Stati Uniti dovrebbero esplorare il ruolo degli stati arabi nella ricostruzione postbellica e, se Hamas venisse cacciato, nella gestione di Gaza. Inoltre, Washington dovrebbe prendere in considerazione misure per stabilizzare la Cisgiordania attraverso misure economiche e di sicurezza urgenti”. Insomma, la via della sicurezza di Israele passa ancora per il mondo arabo.

Vittorio Ferla
vittorinoferla@gmail.com

Giornalista, direttore di Libertà Eguale e della Fondazione PER. Collaboratore de ‘Linkiesta’ e de 'Il Riformista', si è occupato di comunicazione e media relations presso l’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale del Lazio. Direttore responsabile di Labsus, è stato componente della Direzione nazionale di Cittadinanzattiva dal 2000 al 2016 e, precedentemente, vicepresidente nazionale della Fuci. Ha collaborato con Cristiano sociali news, L’Unità, Il Sole 24 Ore, Europa, Critica Liberale e Democratica. Ha curato il volume “Riformisti. L’Italia che cambia e la nuova sovranità dell’Europa” (Rubbettino 2018).

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