Gli Usa fanno scudo contro la Cina. Ma il dialogo con Xi resta indispensabile - Fondazione PER
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Gli Usa fanno scudo contro la Cina. Ma il dialogo con Xi resta indispensabile

di Vittorio Ferla

 

A San Francisco si confrontano le due maggiori economie del mondo. A un anno esatto dal loro ultimo incontro, il presidente americano Joe Biden e il leader cinese Xi Jinping cercano di fissare i paletti di una competizione che negli ultimi anni è cresciuta e che dominerà il prossimo decennio. L’esplosione tumultuosa dell’economia cinese con lo sviluppo dell’industria tecnologica del colosso asiatico e un atteggiamento sempre più minaccioso sul versante strategico con il tentativo di Xi Jinping di egemonizzare l’Asia-Pacifico e di pilotare le principali crisi nel resto del mondo hanno dato una sveglia al mondo politico americano. In uno scenario polarizzato, la competizione con la Cina rimane forse l’unica materia condivisa in modo bipartisan da democratici e repubblicani. Questi ultimi hanno maturato nel tempo una visione radicalizzata del confronto: vivono la Cina come una minaccia esistenziale e vedono nella contrapposizione tra le due grandi potenze la Guerra Fredda di questo secolo. Dall’altra parte, quando lo stesso Joe Biden cominciò a parlare nel 2020 della necessità di un’alleanza delle democrazie contro i regimi autocratici pensava prima di tutto al governo di Pechino.

Da qui la necessità di erigere uno scudo a difesa della propria economia e della propria sicurezza. L’amministrazione Biden ha introdotto così una serie di provvedimenti per restringere l’accesso cinese alle tecnologie più avanzate prodotte dagli Stati Uniti e dai loro alleati. Come ricorda l’Ispi, l’Istituto per gli studi di politica internazionale, l’attenzione ricade soprattutto sui semiconduttori di ultima generazione, caratterizzati da una catena del valore molto estesa, che coinvolge aziende americane, taiwanesi (Tsmc), coreane (Samsung), giapponesi e olandesi (Asml). Il Chips Act dell’agosto 2022 promuove massicci investimenti nella ricerca e nella produzione di semiconduttori e altre tecnologie avanzate. L’emendamento alle Export Administration Regulations approvato il 7 ottobre 2022 proibisce la vendita alla Cina di semiconduttori avanzati e altre tecnologie funzionali allo sviluppo nel settore dell’IA. Nel 2023 i controlli alle esportazioni sono stati ampliati e consolidati grazie a un accordo con Olanda e Giappone, che hanno accettato di allinearsi alle posizioni americane, nonostante i notevoli costi economici legati alla rinuncia al mercato cinese nel settore. Inoltre, la batteria di provvedimenti economici adottati dall’amministrazione Biden – dall’investimento sul welfare allo sviluppo delle infrastrutture sino alla lotta all’inflazione – non è servita solo a fronteggiare la crisi ma anche per dare solidità all’economia statunitense nel confronto con quella cinese sostenuta dal ‘capitalismo politico’ dello Stato assoluto guidato da Xi.

Nel frattempo, qualche nube comincia a oscurare il cielo di Pechino, fino ad oggi sereno. Come riporta il quotidiano americano online Axios, gli investimenti esteri in Cina sono diventati negativi per la prima volta nella storia nel terzo trimestre: l’amministrazione statale cinese dei cambi ha mostrato un deflusso di 11,8 miliardi di dollari nel terzo trimestre, il primo dato negativo da quando l’agenzia ha iniziato a compilare i dati nel 1998. Un segno meno che riflette il forte deterioramento delle prospettive economiche della Cina. La seconda economia più grande del mondo cerca di riprendersi dopo l’impatto violento della pandemia mentre la fiducia dei consumatori e delle imprese è in calo e i rischi legati al decoupling (il disaccoppiamento da altre economie) e alla deglobalizzazione aumentano. Appare evidente che i deflussi di capitali esteri riflettono il crollo della fiducia delle imprese nel modello economico statale sotto la guida di Xi Jinping. Il presidente cinese ha impegnato in questi anni tutto il Partito Comunista verso un unico obiettivo: far diventare la Cina la prima potenza globale. Ma, nel farlo, ha spinto troppo in là l’influenza dell’amministrazione pubblica sull’economia (provocando una serie di effetti collaterali), ha spaventato gli interlocutori commerciali globali e non ha fatto abbastanza per migliorare gli standard di vita dei cittadini cinesi. Ecco perché Xi Jinping si è presentato al colloquio con Biden con l’intenzione di mantenere spazi di collaborazione, pur nell’evidenza della rivalità. Una apertura che viene anche da parte americana. “Abbiamo una relazione commerciale da 700 miliardi di dollari. E la stragrande maggioranza non è interessata dalle restrizioni sulle esportazioni”, ha detto Gina Raimondo, segretaria al Commercio nei giorni prima del vertice. Per Jake Sullivan, consigliere per la Sicurezza nazionale, i due paesi sono “economicamente interdipendenti”. Infine, Janet Yellen, segretaria del Tesoro, ha avvertito che un ipotetico decoupling “avrebbe significative ripercussioni globali”. È l’inizio di una nuova fase di relazioni concilianti? La risposta non può essere positiva. La Cina continua a sostenere la Russia nell’aggressione all’Ucraina, a fiancheggiare l’Iran nella sua volontà di primeggiare in Medio Oriente contro Israele e Arabia Saudita, a reprimere il dissenso interno, a opprimere la libertà di Hong Kong, a violare i diritti umani degli Uiguri e a minacciare Taiwan che terrà le proprie elezioni a gennaio. In sostanza, l’ambizione di Xi resta una minaccia. Ma proprio per questo dialogare con il presidente cinese è un passaggio inevitabile per tentare di risolvere alcune crisi.

Vittorio Ferla
vittorinoferla@gmail.com

Giornalista, direttore di Libertà Eguale e della Fondazione PER. Collaboratore de ‘Linkiesta’ e de 'Il Riformista', si è occupato di comunicazione e media relations presso l’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale del Lazio. Direttore responsabile di Labsus, è stato componente della Direzione nazionale di Cittadinanzattiva dal 2000 al 2016 e, precedentemente, vicepresidente nazionale della Fuci. Ha collaborato con Cristiano sociali news, L’Unità, Il Sole 24 Ore, Europa, Critica Liberale e Democratica. Ha curato il volume “Riformisti. L’Italia che cambia e la nuova sovranità dell’Europa” (Rubbettino 2018).

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