Globalizzare l’economia, un antidoto ai nazionalismi - Fondazione PER
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Globalizzare l’economia, un antidoto ai nazionalismi

di Amedeo Lepore

 

Il Financial Times ha osservato che le tensioni geopolitiche e il crescente protezionismo minacciano le prospettive dell’economia globale, rimodellando gli investimenti e gli approvvigionamenti mondiali, inibendo la produzione di ricchezza e procurando una maggiore instabilità finanziaria.

Secondo la Banca Mondiale, poi, il disaccoppiamento tecnologico tra Occidente e Oriente e le restrizioni commerciali stanno nuocendo all’elaborazione delle conoscenze e al trasferimento delle innovazioni nei due emisferi.

In questo quadro, tuttavia, è improprio sostenere che la globalizzazione sia finita. Oltre un secolo fa, prima della Grande Guerra, Norman Angell – un giornalista britannico, divenuto Nobel per la pace in ragione delle sue idee – scriveva che le interdipendenze economiche e finanziarie, nonché i movimenti di persone, beni e servizi, alla base della prima globalizzazione, avevano creato un complesso intreccio di relazioni internazionali. Perciò, “un’alterazione d’affari a New York provoca subito un disordine finanziario a Londra, e se grave, obbliga i finanzieri londinesi a cooperare d’accordo con quelli di New York per porre fine alla crisi: e questo non per altruismo, ma da parte di ognuno per la necessità commerciale di proteggere sé stesso”. Il brano proseguiva mettendo in risalto come questa condizione derivasse dall’impiego degli strumenti offerti dalle tecnologie dell’epoca: “la rapida posta, la diffusione istantanea di notizie finanziarie e commerciali per telegrafo, l’incredibile, universale progresso nella celerità delle comunicazioni che ha posto una mezza dozzina delle capitali di Europa in più stretto contatto finanziario, e le ha rese ben più dipendenti l’una dall’altra”. Nonostante ciò, l’umanità precipitò in un conflitto mondiale, provocato dall’insorgenza sempre più forte dello sciovinismo e della sete di conquista in seno al continente europeo. Dopo di allora, gli effetti dell’interruzione dei rapporti internazionali e delle distruzioni belliche cambiarono il volto del mondo, facendolo diventare torvo e chiuso.

Nella contingenza attuale, si può riproporre uno scenario analogo? Innanzitutto, la globalizzazione più recente è diversa da quella della seconda metà dell’Ottocento, fondata sull’imperialismo europeo e caratterizzata da costi più elevati, che la rendevano un fenomeno espressione in gran parte di élites.

Inoltre, nonostante la seria contrapposizione in atto, dovuta all’invasione russa dell’Ucraina e al “disaccoppiamento” tra Stati Uniti e Cina, gli scambi mondiali hanno ripreso il loro corso dopo la pandemia e la crisi energetica. In particolare, come ha notato Joseph S. Nye Jr. dell’Università di Harvard, la riduzione dei flussi commerciali da e per la Cina è meno sensibile di quanto appaia.

Le importazioni degli USA dal Paese di Mezzo sono aumentate del 6% rispetto a quelle pre-COVID, mentre la loro diminuzione di quattro punti tra il 2018 e il 2022 è stata ampiamente compensata da transazioni – spesso originate dalla Cina – intermediate da Vietnam, Bangladesh e Thailandia, che si sono innalzate più dell’80%. Basterebbero queste cifre, per indicare che la globalizzazione non si è conclusa, ma si è disposta quasi ad arcipelago, ripercorrendo temporaneamente la strada tracciata dall’economia-mondo di Fernand Braudel.

Si tratta, infatti, dell’economia di una parte del nostro pianeta, capace di dimostrarsi autosufficiente in quanto dotata di propri meccanismi di funzionamento e formata da un universo in sé compiuto, complementare a quello di altre parti di un mondo gerarchizzato “in un ordine geograficamente disegnato”. Questa configurazione, tuttavia, si presenta come una fase di passaggio verso una riglobalizzazione selettiva, in grado di contemperare la riorganizzazione degli assetti geopolitici e il rilancio delle interdipendenze economiche internazionali con un legame inedito tra intervento pubblico e mercato.

Questa è una delle possibilità che si aprono al futuro dell’umanità. Eppure, la sempre più netta divaricazione tra economia e politica rischia di pregiudicare una prospettiva di progresso.

In Europa, soprattutto, il pericolo di una ripresa dei nazionalismi e di una disarticolazione del quadro unitario maturato in risposta alle ultime crisi può comportare una regressione di non poca portata. L’aspetto più preoccupante non risiede solo nell’involuzione del contesto politico, ma nella diffusione di una cultura di esasperato individualismo, di un’aggressività sociale e di una rincorsa a posizioni di micropotere, a scapito di valori condivisi e di un disegno collettivo.

Il Direttore generale della Banca d’Italia, Luigi Federico Signorini, in un ampio e approfondito intervento su “Globalizzazione e frammentazione”, ha evidenziato che elementi di frattura iniziano a essere percepibili, portando a un rallentamento della globalizzazione (slowbalisation), scaturito anche da “un graduale cambio di rotta delle politiche, che nei paesi avanzati sono divenute meno incondizionatamente favorevoli alla libera circolazione di beni e persone”, sebbene sullo scenario mondiale “la riduzione della disuguaglianza realizzata negli ultimi decenni è stata in realtà straordinaria e il contributo della globalizzazione a questo fenomeno innegabile”.

La scelta dell’Unione Europea, condivisa dall’Italia, di predisporre un indirizzo di autonomia strategica aperta potrebbe contrastare il processo di scomposizione che sembra delinearsi sul versante politico, ma potrebbe non essere sufficiente senza una riproposizione più generale del multilateralismo e della cooperazione tra continenti e nazioni diverse tra loro. Sempre la Banca Mondiale ha sottolineato che, nella cornice odierna, occorre “uno sforzo politico collettivo di tipo erculeo per riportare la crescita nel prossimo decennio alla media del precedente”. All’altezza di problemi di questa dimensione si deve collocare l’impegno per comporre la scissione incombente tra politica ed economia e il tentativo di evitare all’umanità un destino drammatico, frutto dell’incertezza e della disgregazione, come quello della prima parte del Novecento.

Amedeo Lepore
lepore@per.it

Professore di Storia Economica presso il Dipartimento di Economia della Seconda Università di Napoli e docente presso il Dipartimento di Impresa e Management della Luiss – “Guido Carli” di Roma. È componente del Consiglio di Amministrazione e del Comitato di Presidenza della SVIMEZ. È stato assessore alle Attività produttive della Regione Campania. Ha pubblicato volumi e saggi, in Italia e all’estero. Tra i più recenti: "La Cassa per il Mezzogiorno e la Banca Mondiale: un modello per lo sviluppo economico italiano", Rubbettino; "Mercado y empresa en Europa", Universidad de Cadiz

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