Guerra e inflazione, il tempo dell'incertezza - Fondazione PER
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Guerra e inflazione, il tempo dell’incertezza

di Amedeo Lepore

 

La guerra devasta le città e la popolazione dell’Ucraina, con incursioni efferate in luoghi distanti dagli obiettivi militari, provocando l’eccidio di bambini e donne inermi. Perciò, va fermata al più presto, impiegando ogni sensato mezzo.

L’Europa, che è l’area più direttamente investita dal conflitto e dalle sue implicazioni, ha dimostrato finora una capacità di reazione efficace, con inusitate misure economiche, interventi di accoglienza umanitaria e sostegno avveduto alla resistenza.

Eppure, questa parte del mondo è chiamata ad affrontare un altro fattore destabilizzante, insieme a quelli dell’emergenza bellica e degli equilibri geopolitici in bilico. Agli occhi di tutti, a cominciare dai più indigenti, dalle famiglie e dai percettori di reddito fisso, è apparso un incremento fuori controllo dei prezzi, che ora colpisce l’Europa con un ritmo dell’inflazione vicino al 6% su base annua.

Anche per l’Economist Intelligence Unit è questo, insieme a una nuova interruzione delle catene di approvvigionamento, l’effetto economico più serio delle ostilità. La guerra, infatti, ha intensificato a dismisura un fenomeno in atto ormai da un anno, amplificando le pressioni inflazionistiche su energia, alimentari e materie prime e deprimendo le prospettive di crescita globale, dagli Stati Uniti alla Cina.

Secondo Nicolai Tangen, l’amministratore del più grande fondo sovrano del mondo, l’invasione russa ha accentuato le preoccupazioni per una contrazione dei rendimenti sui mercati finanziari nel prossimo decennio. All’avvio di un ciclo di rialzo dei tassi di interesse più veloce del previsto e alla caduta dei titoli tecnologici, si è aggiunto il conflitto a indurre un riassetto degli strumenti finanziari detenuti dagli investitori.

Scrivere di questi problemi può apparire astruso mentre cadono le bombe, ma nelle attuali circostanze occorre concentrarsi sui vari aspetti di un mondo in grave sofferenza. E se l’economia può offrire strumenti per affrontare tempi difficili, potrebbe anche complicare le cose, se i suoi movimenti minacciosi non venissero sollecitamente percepiti e contrastati.

A parere di Willem H. Buiter, al di fuori di Russia e Ucraina, gli esiti economici e finanziari a breve termine sarebbero gestibili, se la guerra non si diffondesse. Ma è del tutto evidente che la durata di questa fase non sarà limitata e che lo shock negativo sull’offerta imposto dalla recrudescenza dei prezzi delle risorse energetiche (gas e petrolio, in primis) e di altre provviste (grano, alluminio, palladio e materie non solo strategiche) non sarà l’unico.

Oltre all’impatto della scarsità di combustibili fossili e di una possibile stagflazione, emergono serie strozzature nei consumi e nei rifornimenti internazionali, con costi alle stelle e materiali introvabili. A lungo termine, si potrà registrare una riallocazione finanziaria difensiva rispetto ai rischi degli investimenti, con il pericolo di un ripiegamento della capacità produttiva globale. Le conseguenze sui redditi, sull’occupazione e sulle condizioni di vita, su iniquità e disuguaglianze, che si moltiplicherebbero in questo quadro, sono del tutto chiare.

Notizie meno fosche arrivano da un’editoriale di Paul Krugman sul New York Times, secondo cui lo “shock di Putin” sarà duro ma non catastrofico, anche se il prezzo reale del petrolio è balzato ai livelli della rivoluzione iraniana del 1979. Secondo Krugman, mentre il rialzo dei prezzi del grano sarà doloroso, ma non come per le aree più povere, l’Europa avrà tempo fino alla fine dell’anno per rendersi meno vulnerabile sul versante energetico. Per Barry Eichengreen, in questo modo, potrà svezzarsi da petrolio e gas russi.

Un compito arduo e complesso spetta all’Unione Europea, ben oltre il dilemma posto dalla crisi ucraina alle politiche monetarie della BCE. Ai provvedimenti straordinari per fronteggiare l’impellenza energetica, a partire dall’aumento della produzione interna e degli stoccaggi, e a uno sforzo imponente per contenere nell’immediato l’impennata dei prezzi e sostenere le imprese, va affiancato un impegno profondo per l’aggiornamento delle strategie di transizione e sviluppo. Andrebbe in questa direzione – oltre alla proposta di Valdis Dombrovskis per l’utilizzo di 200 miliardi di prestiti disponibili – l’apertura al vertice europeo di uno scenario per la prosecuzione della sospensione del patto di stabilità e per nuove forme di finanziamento di investimenti in energia, forniture e difesa.

Questo periodo di turbolenze inasprisce le condizioni di incertezza generali, mentre il rischio di uno scontro ancora più ampio e cruento può essere suscitato, come in altre epoche, dal peso degli eventi economici incombenti, non solo dall’irragionevolezza dei comportamenti umani. Perciò, è inevitabile impegnarsi allo stremo per far cessare la logica delle armi e realizzare nuove politiche di ricostruzione e di ripresa in questo stesso drammatico tempo.

Amedeo Lepore
lepore@per.it

Professore di Storia Economica presso il Dipartimento di Economia della Seconda Università di Napoli e docente presso il Dipartimento di Impresa e Management della Luiss – “Guido Carli” di Roma. È componente del Consiglio di Amministrazione e del Comitato di Presidenza della SVIMEZ. È stato assessore alle Attività produttive della Regione Campania. Ha pubblicato volumi e saggi, in Italia e all’estero. Tra i più recenti: "La Cassa per il Mezzogiorno e la Banca Mondiale: un modello per lo sviluppo economico italiano", Rubbettino; "Mercado y empresa en Europa", Universidad de Cadiz

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