Hamas e Putin sono la stessa cosa: l'appello di Biden agli americani - Fondazione PER
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Hamas e Putin sono la stessa cosa: l’appello di Biden agli americani

di Vittorio Ferla

 

“Siamo di fronte a un punto di svolta nella storia. Uno di quei momenti in cui le decisioni che prendiamo oggi determineranno il futuro per i decenni a venire”. L’esordio del discorso che Joe Biden rivolge giovedì sera (nella notte italiana) agli americani, seduto alla scrivania dello studio ovale della Casa Bianca, è costruito con la retorica dei tempi di guerra. Di fronte all’America si sta disegnando un mondo sempre più pericoloso, dove la furia bellica rischia di prendere il definitivo sopravvento. Biden racconta ai suoi concittadini l’esperienza appena vissuta nel viaggio in Israele e ricorda di essere il primo presidente americano a recarsi nello stato ebraico mentre è in corso una guerra. Soprattutto, scolpisce la scena del nuovo disordine mondiale nel quale le contrapposizioni emergono sempre più chiare. Da una parte, c’è il blocco dei regimi autocratici e dei movimenti terroristici che scatena focolai di guerra e di rivolta in giro per il pianeta. “Il gruppo terroristico Hamas ha scatenato il male puro nel mondo, ma purtroppo il popolo ebraico sa, forse meglio di chiunque altro, che non c’è limite alla depravazione delle persone quando vogliono infliggere dolore agli altri”, spiega Biden. Allo stesso tempo, continua, “l’assalto a Israele fa eco a quasi 20 mesi di guerra, tragedia e brutalità inflitte al popolo ucraino, popolo che è stato gravemente violentato da quando Putin ha lanciato la sua invasione a tutto campo”. E ricorda le fosse comuni, il ritrovamento dei corpi torturati, lo stupro usato come arma dai russi, le migliaia di bambini ucraini sottratti ai genitori e deportati in Russia. Il punto fondamentale è che Hamas e Putin hanno molto in comune: “entrambi vogliono annientare completamente una democrazia vicina”. Nel primo caso, “lo scopo dichiarato dell’esistenza di Hamas è la distruzione dello Stato di Israele e l’assassinio del popolo ebraico”. Ecco perché Hamas “non rappresenta il popolo palestinese” e, anzi, “usa i civili palestinesi come scudi umani”. Nel secondo caso, c’è un tiranno, Putin, che nega l’esistenza stessa dell’Ucraina come stato autonomo: per il capo del Cremlino, l’Ucraina è solo una creatura dell’Unione Sovietica e per questo può essere distrutta e riassorbita dalla Russia. A tutto ciò bisogna aggiungere il ruolo degli alleati: l’Iran, che rifornisce di armi sia Hamas che Putin, e la Cina, che ha steso il suo velo protettivo sulla Russia e cerca di accrescere l’influenza di Teheran come potenza regionale del Medio Oriente. Insomma, si profila una minacciosa coalizione del terrore che, se non viene stoppata, rischia di incendiare tutto il globo. Joe Biden si rivolge agli americani – ma sarebbe utile che lo ascoltassero anche gli europei – per spiegare questo e per ricordare che se gli Usa tentennassero o, addirittura, abbandonassero il campo, l’aggressività dei dispotismi e dei fondamentalisti in poco tempo travolgerebbe i paesi vicini. “Se non fermiamo la sete di potere e controllo di Putin in Ucraina, non si limiterà solo all’Ucraina”, avverte Biden. La prova è che “Putin ha già minacciato di ricordare alla Polonia che la loro terra occidentale era un dono della Russia” e che “uno dei suoi migliori consiglieri, ex presidente della Russia, ha definito Estonia, Lettonia e Lituania le ‘province baltiche’ della Russia”. Insomma, se quei paesi dell’Europa orientale non sono stati ancora invasi lo si deve soltanto alla forza deterrente della Nato. Una copertura che è mancata all’Ucraina, con le conseguenze che sono sotto i nostri occhi. Ora, se si abbassa la guardia, “se ce ne andassimo e lasciassimo che Putin cancellasse l’indipendenza dell’Ucraina, i potenziali aggressori in tutto il mondo sarebbero incoraggiati a provare lo stesso”, ammonisce Biden. E il rischio di conflitti e caos potrebbe diffondersi nell’Indo-Pacifico e in tutto il Medio Oriente. Perché Biden sceglie di drammatizzare la vicenda? Il motivo è semplice. Se, per ora, il sostegno degli americani a Israele è maggioritario, la stessa cosa non può dirsi per l’Ucraina. In un sondaggio della CNN/SSRS pubblicato ad agosto, il 55% degli intervistati ha affermato che il Congresso non dovrebbe autorizzare ulteriori finanziamenti per sostenere l’Ucraina. Viceversa, in un sondaggio CBS/YouGov all’indomani degli attacchi di Hamas in Israele, il 76% degli americani ha affermato che gli Stati Uniti dovrebbero inviare aiuti umanitari a Israele e circa la metà si è detta favorevole all’invio di armi e rifornimenti. Oggi Biden ha l’urgente necessità di convincere gli americani più scettici che difendere l’Ucraina è questione vitale per la sicurezza dell’America stessa e che, senza il sostegno delle forniture militari statunitensi, l’Ucraina sarebbe abbandonata a se stessa con l’effetto a catena che si può immaginare. Le dichiarazioni di ieri di Ursula von der Leyen – “Voglio che l’Europa svolga un ruolo centrale nel garantire la sicurezza a lungo termine dell’Ucraina. Per questo dobbiamo aumentare la spesa per la difesa e la nostra base industriale” – sono apprezzabili, ma non rassicurano affatto la Casa Bianca sulla capacità autonoma dell’Unione europea di insistere nella difesa dell’Ucraina. A Biden serve un nuovo poderoso investimento per la spesa militare a vantaggio di Kiev (pari a 60 miliardi), proprio mentre gli americani vorrebbero dirottare quelle risorse sull’economia e sul welfare nazionali. In più, il presidente deve affrontare la resistenza dei repubblicani che sono favorevoli al finanziamento della lotta di Israele contro Hamas, ma che non vedono l’Ucraina come un interesse critico degli Stati Uniti. Così, lo scontro politico a Washington diventerà sempre più feroce, proprio mentre il fallimento del GOP nella ricerca di un accordo sul nuovo speaker della Camera (dopo la cacciata di Kevin McCarthy più di due settimane fa) mette in dubbio gli aiuti a sostegno di Israele e Ucraina e, paralizzando il Congresso, trasmette un messaggio di debolezza delle istituzioni americane. Russia, Cina e Iran, determinati a sfidare l’ordine internazionale governato dagli Stati Uniti, gongolano e ringraziano. Sullo sfondo c’è anche la campagna presidenziale: un eventuale remake della presidenza Trump riporterebbe l’America all’isolazionismo populista, comprensivo verso i despoti e confuso sull’impostazione strategica, con la conseguenza di seminare definitivamente il caos nello scacchiere internazionale. Ecco perché Biden, a dispetto dell’età anagrafica che lo fa apparire impacciato e debole, ha cercato di attingere alle sue migliori risorse retoriche per chiarire la posta in gioco ai cittadini americani e riconquistarne il consenso. 

Vittorio Ferla
vittorinoferla@gmail.com

Giornalista, direttore di Libertà Eguale e della Fondazione PER. Collaboratore de ‘Linkiesta’ e de 'Il Riformista', si è occupato di comunicazione e media relations presso l’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale del Lazio. Direttore responsabile di Labsus, è stato componente della Direzione nazionale di Cittadinanzattiva dal 2000 al 2016 e, precedentemente, vicepresidente nazionale della Fuci. Ha collaborato con Cristiano sociali news, L’Unità, Il Sole 24 Ore, Europa, Critica Liberale e Democratica. Ha curato il volume “Riformisti. L’Italia che cambia e la nuova sovranità dell’Europa” (Rubbettino 2018).

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