Harris vs Pence. In America c'è voglia di normalità | Fondazione PER
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Harris vs Pence. In America c’è voglia di normalità

di Vittorio Ferla

Elegante, decisa, assertiva. In una parola: presidenziale. Kamala Harris si presenta così alla sua prima performance da vicepresidente in pectore. Atteggiamento più che sufficiente per vincere il dibattito di mercoledì notte con il robotico Mike Pence, svoltosi nell’Università dello Utah a Salt Lake City. Secondo la Cnn, infatti, unica rete televisiva che ha trasmesso instant poll, la Harris convince il 59% degli intervistati. Il 38% assegna invece la vittoria al vicepresidente Mike Pence. Harris stravince tra le donne (69% contro il 30% per Pence) e il suo tasso di popolarità sale dal 56% pre-dibattito al 63% post-dibattito.

Se si pensa ai colpi di clava sferrati da Trump contro Biden nel match precedente, la sfida tv – sarà l’unica, non ce ne saranno altre – risulta obiettivamente un po’ sottotono. Salvo qualche eccezione – Harris che apostrofa Pence: “Scusa signor vicepresidente, sto parlando io!” – i due candidati sono tutto sommato preparati e rispettosi, abili nell’evitare praticamente tutte le domande più scivolose rivolte dalla moderatrice Susan Page, capo della redazione di Washington di Usa Today.

Un dibattito tradizionale, secondo Ryan Lizza di Politico: “politici professionisti, per lo più civili gli uni con gli altri, che esprimono il loro punto di vista, a volte aggirano le regole del dibattito e spesso rivoltano i fatti. Molto da criticare, certo, ma i contendenti restano ispirati da un senso di correttezza condiviso”. Dopo le intemperanze di Trump sembra un ritorno al futuro della politica americana. Una riedizione del buon vecchio dibattito di una volta e un annuncio di normalità per la politica americana dopo la parentesi cafona dell’ex conduttore di “The Apprentice”. D’altra parte, i due vice rappresentano in modo appropriato le due Americhe che si confrontano alle elezioni. Da una parte, una donna proveniente da una famiglia multirazziale di immigrati intellettuali della West Coast liberal. Dall’altra, un uomo che incarna il prototipo bianco, conservatore ed evangelico del cuore della provincia statunitense.

Alla fine, un dibattito che non cambierà il risultato finale – visto come una vittoria per Pence da parte dei repubblicani e una vittoria per Harris da parte dei democratici – ma che mette in luce una Kamala Harris ben preparata ma moderata. Un po’ per calcolo un po’ per indole, Harris sembra più interessata a presentarsi con uno stile civile e presidenziale. Visto l’aria che tira – e la profonda delusione degli spettatori dopo la sfida Trump-Biden – potrebbe essere una mossa politicamente astuta. Il ticket democratico è avanti nei sondaggi e per la Harris presentarsi con l’autorevolezza del vicepresidente, piuttosto che come una killer da talk show, appare un’ottima scelta.

Dopo il ricovero di Trump e con la Casa bianca trasformata in un focolaio di infezioni, Covid-19 è ovviamente il principale terreno di scontro. Così, già nei minuti di apertura del dibattito, Harris condanna la gestione del coronavirus da parte dell’amministrazione Trump: 210 mila morti e più di 7,5 milioni di americani infetti.

“Il popolo americano è testimone del più grande fallimento di qualsiasi amministrazione presidenziale nella storia del nostro paese”, dice Harris ricordando che Trump ha trattato il Covid-19 come una bufala e ha incitato le persone a non indossare le mascherine. Inevitabili le ripercussioni sull’economia, che fino a qualche mese fa era il cavallo di battaglia dell’amministrazione in carica. “Un’azienda su cinque chiusa. I lavoratori in prima linea esposti al sacrificio. Oltre 30 milioni di persone negli ultimi mesi hanno presentato istanza di disoccupazione”, aggiunge Harris.

Alla fine di gennaio, come si è appreso dalle anticipazioni del libro del leggendario giornalista Bob Woodward, il presidente e il vicepresidente erano informati della natura letale della pandemia. “Sapevano cosa stava succedendo e non ve l’hanno detto”, dice Harris. “Lo sapevano e l’hanno nascosto”.

In più occasioni, Mike Pence cerca di difendere il suo capo su questioni chiave: l’economia forte, gli accordi di pace, la protezione commerciale.

Alla fine, i due schermi di plexiglass – resisi necessari per creare una barriera fisica tra i duellanti dopo il contagio di Trump – rappresentano plasticamente per il vice l’imbarazzo ereditato dalle politiche fallimentari del suo presidente (e resteranno negli annali della storia). Mentre la mosca che si annida nei capelli di Pence per più di due minuti – fastidiosi per lui, memorabili per gli spettatori – potrebbe essere ricordata come un beffardo segno del destino.

A mettere di nuovo parecchio pepe nella sfida dei prossimi giorni ci pensa ancora Trump. La commissione che organizza il prossimo dibattito tra il presidente degli Stati Uniti e lo sfidante democratico ha deciso ieri che si svolgerà a distanza: i due rivali “da remoto” e “da due luoghi differenti”, mentre il pubblico e il moderatore Steve Scully di C-Span si troveranno come previsto all’Adrienne Arsht Center for the Performing Arts di Miami. Trump ha replicato nettamente, rifiutando il dibattito virtuale: “Non ho intenzione di sprecare il mio tempo. Non sono contagioso, sto benissimo”. Per il presidente le nuove regole sono una “triste scusa per salvare Joe Biden”. Ecco di nuovo Trump, il principe del caos.

Vittorio Ferla
Vittorio Ferla
vittorinoferla@gmail.com

Giornalista, direttore di Libertà Eguale e della Fondazione PER. Collaboratore de ‘Linkiesta’ e de 'Il Riformista', si è occupato di comunicazione e media relations presso l’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale del Lazio. Direttore responsabile di Labsus, è stato componente della Direzione nazionale di Cittadinanzattiva dal 2000 al 2016 e, precedentemente, vicepresidente nazionale della Fuci. Ha collaborato con Cristiano sociali news, L’Unità, Il Sole 24 Ore, Europa, Critica Liberale e Democratica. Ha curato il volume “Riformisti. L’Italia che cambia e la nuova sovranità dell’Europa” (Rubbettino 2018).

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