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I cubani sono scesi in piazza e potrebbero restarci

di Alessandro Maran

 

Domenica scorsa, migliaia di cubani, in modo del tutto inconsueto, sono scesi in piazza per contestare pubblicamente il governo. Tanto che parecchi cronisti e opinionisti sono stati colti di sorpresa.

Su GZero MediaCarlos Santamaria ha riassunto i problemi che hanno alimentato le proteste: dal collasso economico (nel 2020 il Pil ha subito un calo dell’11%) alla carenza di beni alimentari, di medicine e di vaccini contro il Covid-19. Senza contare che le restrizioni americane volute da Trump hanno limitato il flusso di petrolio dal Venezuela e hanno reso più difficile per i cubano-statunitensi mandare rimesse a Cuba.

Per la prima volta dal 1959, dopo che lo scorso aprile Raúl (il fratello di Fidel) ha lasciato la guida del Partito comunista cubano, l’isola non è governata da un Castro. Non è chiaro, osserva Santamaria, come farà fronte al malcontento, nel medio periodo, il presidente Miguel Díaz-Canel. Per ora, come da copione, ha accusato gli Stati Uniti di essere all’origine della crisi e delle proteste (con l’embargo economico e il sostegno ai dissidenti) e si è appellato ai sostenitori del governo perché si mobilitino contro i dimostranti. I filmati diffusi anche da Human Rights Watch hanno mostrato squadre armate di bastoni, pestaggi e arresti; e secondo un rapporto diffuso dal sito 14ymedio sarebbero più di cinquemila le persone arrestate durante i tre giorni di proteste contro il governo, tra cui 120 attivisti e giornalisti.

Come ha scritto Frida Ghitis per la CNN, finora sembra che il governo abbia scelto la strada della «forza bruta» (sebbene non sia così scontato che possa funzionare anche stavolta), ma nel frattempo, in seguito alle manifestazioni, ha temporaneamente revocato i dazi sull’importazione di cibo, medicinali e altri beni essenziali.

«Manifestazioni di questa ampiezza non si vedono da decenni», scrive Ghitis. «L’ultima volta, nel 1994, (Fidel) Castro ha allentato la pressione consentendo ai cubani di andarsene», e qualcosa come 35.000 cubani sono scappati con le barche e le zattere verso gli Stati Uniti. Ma, scrive Ghitis,  dopo il giro di vite imposto nel 2012 con la Ley Migratoria, aprire semplicemente i cancelli potrebbe non funzionare.

Sebbene la polizia abbia ridotto al silenzio, come le cattive, i manifestanti, i problemi di Cuba non se ne andranno così facilmente. E, come scrive l’Economist, la grande incognita ha a che fare con la capacità di resistenza dei dimostranti. «I prossimi giorni ci diranno se la riposta di sempre del regime, quella di schiacciare ogni segno di dissenso, sarà in grado di funzionare ancora». «Cuba – prosegue il magazine – è stata colpita duramente dal Covid-19 e dal crollo verticale del turismo, dal quale dipende pesantemente. La carenza di valuta straniera con la quale pagare le importazioni ha condotto ad una acuta carenza di cibo e all’interruzione di corrente elettrica. Sotto l’amministrazione di Donald Trump gli Stati Uniti hanno rafforzato le sanzioni su Cuba. E queste hanno aggravato i problemi economici dell’isola».

Il regime autoritario cubano ha perciò uno spazio di manovra molto limitato. E non è detto che riesca a «comprare» la pace sociale.

Alessandro Maran
maran@perfondazione.eu

Già senatore del Partito democratico, membro della Commissione Esteri e della Commissione Politiche Ue, fa parte della presidenza di Libertàeguale. Parlamentare dal 2001 al 2018, è stato segretario regionale dei Ds del Friuli Venezia Giulia.

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