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I dubbi sulla reazione di Israele

di Alessandro Maran

 

The Economist vede restringersi la “finestra di legittimità” che ha sostenuto la reazione di Israele. Organismi internazionali e organizzazioni per i diritti umani, tra cui l’Onu, Amnesty International e Medici Senza Frontiere, hanno chiesto un cessate il fuoco, menzionando la distruzione, l’incredibile numero di vittime civili e la mancanza di beni di prima necessità a Gaza. Anche l’editorialista di Foreign Policy Howard French mette in guardia da quello che vede come l’impulso israeliano verso una “vendetta in stile biblico” dopo i massacri di Hamas (👉 https://foreignpolicy.com/2023/11/02/israel-gaza-international-law-jabalia-refugee-camp/). French scrive di poter sostenere solo “fino a un certo punto” l’idea, espressa dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu in un editoriale del Wall Street Journal (👉 https://www.wsj.com/articles/the-battle-of-civilization-in-gaza-israel-hamas-3236b023), secondo cui Israele non ha altra scelta che colpire Hamas anche se usa i civili palestinesi come scudi umani.
Alcuni commentatori si sono chiesti quanto tempo passerà prima che i sostenitori internazionali di Israele – in particolare gli Stati Uniti – impongano uno stop. Per Washington quel momento sembra avvicinarsi. Durante una raccolta fondi, il presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha risposto ad uno del pubblico che gli chiedeva di sollecitare un cessate il fuoco: “Penso che abbiamo bisogno di una pausa” per far uscire i prigionieri di Hamas da Gaza. In una conferenza stampa della Casa Bianca, il portavoce della sicurezza nazionale, l’ammiraglio John Kirby (in pensione), ha sostenuto “pause temporanee e localizzate nei combattimenti” per spostare le persone dentro e fuori Gaza, mentre a Tel Aviv, come riferisce Jennifer Hansler della Cnn, il segretario di Stato Antony Blinken ha fatto pressione sui leader israeliani affinché facciano di più per proteggere i civili palestinesi (👉 https://edition.cnn.com/…/blinken-israel-gaza/index.html?)
Ma c’è soprattutto una domanda, ripetuta da molti osservatori politici ed esperti regionali, che incombe sulla guerra di Israele contro Hamas: cosa accadrà dopo?
Nessuno sembra avere una risposta. Israele si è ritirato da Gaza nel 2005, e gli osservatori hanno rilevato che anche se l’esercito israeliano dovesse sconfiggere Hamas, sarebbe comunque difficile (per usare un eufemismo) per Israele riprendere a governare Gaza. C’è chi ha individuato alcune conclusioni ideali. Ad esempio, nell’articolo sulla New York Review of Books che ho segnalato la scorsa settimana, l’ex consigliere di politica estera di Obama, Ben Rhodes, ha osservato che, in teoria, dopo la possibile sconfitta di Hamas, i paesi arabi potrebbero sostenere “una leadership palestinese alternativa e una Gaza ricostruita” (👉 https://www.nybooks.com/…/18/gaza-the-cost-of-escalation/). Vari analisti hanno alluso inoltre alla possibilità di una forza araba multinazionale e al ripristino dell’Autorità Palestinese per governare una Gaza post-Hamas. Ma per molti analisti, compresi quelli che hanno identificato queste potenziali soluzioni, si tratta di soluzioni improbabili.
Due articoli apparsi su l’Economist evidenziano le sfide e i possibili modi per superarle. Nel primo, il politico palestinese ed ex ministro degli Esteri palestinese Nasser al-Kidwa ha scritto il mese scorso che la leadership palestinese deve essere riorganizzata, a suo avviso idealmente sotto l’egida dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP). “Ora è chiaro che il futuro prevederà probabilmente un diverso governo israeliano, una diversa leadership palestinese e, probabilmente, un diverso Hamas”, scrive al-Kidwa. Al-Kidwa sostiene che Hamas dovrà essere integrato in una struttura di leadership palestinese riconfigurata, altrimenti le promesse di pace del dopoguerra non potranno essere credibili (👉 https://www.economist.com/…/nasser-al-kidwa-on-why-it…).
Nel secondo articolo, l’Economist osserva che i potenziali contorni della soluzione a due Stati, che molti ritengono sia l’unico modo per garantire la pace in modo duraturo dopo la guerra in corso, non sono cambiati molto nel corso dei decenni, anche se i nuovi attori non statali (come Hamas e Hezbollah) rendono l’accordo diplomatico più difficile e anche se la recente devastazione a Gaza rende la ricostruzione più costosa. “Il problema più grande, tuttavia, non sta nei dettagli di una soluzione, ma nella volontà politica di negoziarne e di attuarne una”, scrive la rivista. Da un lato, come può esservi pace se Hamas è impegnato nella distruzione di Israele, se si impegna a ripetere le atrocità del 7 ottobre ancora e ancora, se l’antisemitismo è usato come ideologia e come programma? Dall’altro, sottolinea l’Economist, “non ci sarà alcun serio processo di pace con la coalizione di politici religiosi e di estrema destra guidata da Netanyahu. È improbabile che questa coalizione sopravviva a lungo dopo la guerra di Gaza, e gli oppositori di Netanyahu sperano che il prossimo governo sarà più disponibile ai colloqui con i palestinesi. … Come sempre in Israele, alcuni dei più forti sostenitori della fine dell’occupazione sono gli uomini incaricati di gestirla. In seguito all’attacco di Hamas, pochi israeliani parlano pubblicamente della soluzione dei due Stati – o di qualsiasi altra soluzione al conflitto. Ma i funzionari della difesa ne stanno discutendo in stanze chiuse” (👉 https://www.economist.com/…/is-a-two-state-solution…).
Molti commentatori stanno perciò esortando Israele a considerare il possibile esito finale in modo più attivo: su Bloomberg, ad esempio, l’editorialista Marc Champion scrive che la missione militare è chiara, ma manca una strategia politica più ampia (👉 https://www.bloomberg.com/…/israel-s-gaza-siege-will…). Sul punto si sofferma anche Giovanni Maria Cominelli sul settimanale della diocesi di Bergamo: “Israele ha diritto di difendersi contro Hamas, che continua a tenere 230 ostaggi, che usa i civili come scudi umani, collocando strutture di comando sotto abitazioni, moschee e ospedali, e che continua a lanciare centinaia di razzi e missili ogni giorno (…) Tuttavia, supposto che la necessaria operazione riesca in breve tempo – solo alcune piazze americane ed europee suggeriscono a Israele di arrendersi e di sparire dalla Palestina – resta un vuoto di prospettive strategiche (👉 https://www.santalessandro.org/…/israeliani-e…/).
Alessandro Maran
maran@perfondazione.eu

Già senatore del Partito democratico, membro della Commissione Esteri e della Commissione Politiche Ue, fa parte della presidenza di Libertàeguale. Parlamentare dal 2001 al 2018, è stato segretario regionale dei Ds del Friuli Venezia Giulia.

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