I maxidebiti e lo spettro dell'inflazione alla Weimar | Fondazione PER
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I maxidebiti e lo spettro dell’inflazione alla Weimar

di Amedeo Lepore

In un recente intervento sulla persistenza del Covid-19 e sulle sue implicazioni economiche, Olivier Blanchard e Jean Pisani-Ferry hanno paventato il rischio di una “isteresi” (gli effetti in prospettiva di scosse temporanee). I due economisti notano che una parte del costo delle insolvenze aziendali si trasferirà alle finanze pubbliche e che le misure a tutela delle famiglie e delle imprese, così come il sostegno alla domanda aggregata per preservare il potenziale dell’economia, benché calato, diventeranno un onere di bilancio rilevante. La loro conclusione è che se i vaccini non avranno una rapida efficacia, la strategia di politica economica dovrà essere modificata.

Secondo Michael Spence, tra riduzioni momentanee dell’offerta e un prevedibile incremento della domanda, è probabile un picco di inflazione, ma transitorio. Nouriel Roubini ha valutato che il pacchetto di salvataggio dell’economia statunitense, pari a 1.900 miliardi di dollari, si tramuterà in spesa effettiva solo per un terzo circa dello stimolo, con una crescita dell’inflazione inferiore alle attese. Tuttavia, Roubini paventa che la combinazione di deficit fiscali monetizzati e diminuzione dell’offerta possa portare a una stagflazione. Continuando in questa rassegna, si registrano varie opinioni sul pericolo più o meno imminente di un aumento dell’inflazione.

A parere di altri studiosi (Harold James, Markus Brunnermeier e Jean-Pierre Landau), il mantenimento di basse aspettative di inflazione a lungo termine dipenderà da quando si avrà certezza della fine delle condizioni di emergenza pandemica. Axel A. Weber ammonisce sulla plausibilità dell’innesco di un’inflazione più elevata delle attuali attese, a causa delle politiche fiscali e monetarie espansive. Kenneth Rogoff evidenzia un timore eccessivo dei mercati per i rischi di inflazione durante quest’anno, mentre, a suo avviso, dovrebbero allarmarsi per i pericoli a lungo termine che derivano dalle minacce all’autonomia della banca centrale e alla globalizzazione.

Robert J. Barro avverte troppa sicurezza della Federal Reserve sulla capacità di garantire, in una prospettiva duratura, aspettative di moderata inflazione di fronte a una spesa pubblica esorbitante. Claudia Sahm, infine, avvalora la scelta della Fed di privilegiare la crescita dell’occupazione rispetto alla stabilità dei prezzi. Il disallineamento sotto il cielo delle previsioni degli economisti è grande, ma non possiamo ritenere che la situazione sia eccellente. Nel marzo di un anno fa sulle colonne del Financial Times, Martin Wolf paragonava le conseguenze del Covid-19 a una guerra, per l’enorme dilatazione della spesa pubblica e del sostegno monetario, che lascia in eredità un lungo ciclo del debito e, alla fine, una presumibile inflazione.

Dopo la prima guerra mondiale, la Germania vide tradursi i debiti di guerra in un’iperinflazione, che minò la compattezza nazionale della Repubblica di Weimar. Da quell’esperienza sono sorte le comprensibili paure per il ritorno a un’instabilità monetaria incontrollata e le meno comprensibili politiche di austerity che hanno connotato negativamente le risposte alla crisi del debito sovrano. Dopo la seconda guerra mondiale, il debito del Regno Unito salì al 250% del Pil, perché si dava per scontato che vincere la guerra fosse più importante dell’esposizione finanziaria futura. Il debito britannico tornò al 50% del Pil solo nel 1975, ma una modesta inflazione contribuì a eroderne prontamente una parte e la costruzione dello “Stato del benessere”, in ogni caso, ha confortato l’idea di strategie espansive. Riscontri diversi, in tempi diversi.

In una lunga intervista, il capo economista della Bce Philip Lane ha previsto che la crisi odierna finirà per avere un impatto “relativamente contenuto” sulla produzione e che, a breve, sarà una “salita in salita” riportare l’inflazione al livello del 2%. Tuttavia, in prospettiva conta anche il tempo più lungo e la storia dell’inflazione di alcuni Paesi europei è molto diversa dall’esperienza americana. Lane afferma che è troppo presto per valutare se si potranno ancorare le aspettative inflazionistiche, magari intorno a una media flessibile. Novità immediate sull’inflazione, più che dall’Europa, possono venire dagli Stati Uniti e dai loro indirizzi finanziari e di crescita. L’Italia, che è particolarmente esposta a tensioni durevoli al lievitare continuo del suo passivo, deve propendere decisamente per una spesa selettiva di “debito buono” e per un forte incremento del denominatore del reddito, allo scopo di avviare una risoluta ripresa ed evitare i rischi di una repentina caduta.

In un recente intervento sulla persistenza del Covid-19 e sulle sue implicazioni economiche, Olivier Blanchard e Jean Pisani-Ferry hanno paventato il rischio di una “isteresi” (gli effetti in prospettiva di scosse temporanee). I due economisti notano che una parte del costo delle insolvenze aziendali si trasferirà alle finanze pubbliche e che le misure a tutela delle famiglie e delle imprese, così come il sostegno alla domanda aggregata per preservare il potenziale dell’economia, benché calato, diventeranno un onere di bilancio rilevante. La loro conclusione è che se i vaccini non avranno una rapida efficacia, la strategia di politica economica dovrà essere modificata. Secondo Michael Spence, tra riduzioni momentanee dell’offerta e un prevedibile incremento della domanda, è probabile un picco di inflazione, ma transitorio.

Nouriel Roubini ha valutato che il pacchetto di salvataggio dell’economia statunitense, pari a 1.900 miliardi di dollari, si tramuterà in spesa effettiva solo per un terzo circa dello stimolo, con una crescita dell’inflazione inferiore alle attese. Tuttavia, Roubini paventa che la combinazione di deficit fiscali monetizzati e diminuzione dell’offerta possa portare a una stagflazione. Continuando in questa rassegna, si registrano varie opinioni sul pericolo più o meno imminente di un aumento dell’inflazione. A parere di altri studiosi (Harold James, Markus Brunnermeier e Jean-Pierre Landau), il mantenimento di basse aspettative di inflazione a lungo termine dipenderà da quando si avrà certezza della fine delle condizioni di emergenza pandemica.

Axel A. Weber ammonisce sulla plausibilità dell’innesco di un’inflazione più elevata delle attuali attese, a causa delle politiche fiscali e monetarie espansive. Kenneth Rogoff evidenzia un timore eccessivo dei mercati per i rischi di inflazione durante quest’anno, mentre, a suo avviso, dovrebbero allarmarsi per i pericoli a lungo termine che derivano dalle minacce all’autonomia della banca centrale e alla globalizzazione. Robert J. Barro avverte troppa sicurezza della Federal Reserve sulla capacità di garantire, in una prospettiva duratura, aspettative di moderata inflazione di fronte a una spesa pubblica esorbitante. Claudia Sahm, infine, avvalora la scelta della Fed di privilegiare la crescita dell’occupazione rispetto alla stabilità dei prezzi.

Il disallineamento sotto il cielo delle previsioni degli economisti è grande, ma non possiamo ritenere che la situazione sia eccellente. Nel marzo di un anno fa sulle colonne del Financial Times, Martin Wolf paragonava le conseguenze del Covid-19 a una guerra, per l’enorme dilatazione della spesa pubblica e del sostegno monetario, che lascia in eredità un lungo ciclo del debito e, alla fine, una presumibile inflazione. Dopo la prima guerra mondiale, la Germania vide tradursi i debiti di guerra in un’iperinflazione, che minò la compattezza nazionale della Repubblica di Weimar. Da quell’esperienza sono sorte le comprensibili paure per il ritorno a un’instabilità monetaria incontrollata e le meno comprensibili politiche di austerity che hanno connotato negativamente le risposte alla crisi del debito sovrano.

Dopo la seconda guerra mondiale, il debito del Regno Unito salì al 250% del Pil, perché si dava per scontato che vincere la guerra fosse più importante dell’esposizione finanziaria futura. Il debito britannico tornò al 50% del Pil solo nel 1975, ma una modesta inflazione contribuì a eroderne prontamente una parte e la costruzione dello “Stato del benessere”, in ogni caso, ha confortato l’idea di strategie espansive. Riscontri diversi, in tempi diversi.

In una lunga intervista, il capo economista della Bce Philip Lane ha previsto che la crisi odierna finirà per avere un impatto “relativamente contenuto” sulla produzione e che, a breve, sarà una “salita in salita” a  riportare l’inflazione al livello del 2%. Tuttavia, in prospettiva conta anche il tempo più lungo e la storia dell’inflazione di alcuni Paesi europei è molto diversa dall’esperienza americana. Lane afferma che è troppo presto per valutare se si potranno ancorare le aspettative inflazionistiche, magari intorno a una media flessibile. Novità immediate sull’inflazione, più che dall’Europa, possono venire dagli Stati Uniti e dai loro indirizzi finanziari e di crescita. L’Italia, che è particolarmente esposta a tensioni durevoli al lievitare continuo del suo passivo, deve propendere decisamente per una spesa selettiva di “debito buono” e per un forte incremento del denominatore del reddito, allo scopo di avviare una risoluta ripresa ed evitare i rischi di una repentina caduta.

 

 

Amedeo Lepore
Amedeo Lepore
lepore@per.it

Professore di Storia Economica presso il Dipartimento di Economia della Seconda Università di Napoli e docente presso il Dipartimento di Impresa e Management della Luiss – “Guido Carli” di Roma. È componente del Consiglio di Amministrazione e del Comitato di Presidenza della SVIMEZ. È stato assessore alle Attività produttive della Regione Campania. Ha pubblicato volumi e saggi, in Italia e all’estero. Tra i più recenti: "La Cassa per il Mezzogiorno e la Banca Mondiale: un modello per lo sviluppo economico italiano", Rubbettino; "Mercado y empresa en Europa", Universidad de Cadiz

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