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I riformisti dalla parte dei produttori

di Enrico Morando

 

Consapevole delle critiche di unilateralismo che questo approccio mi procurerà, faccio mio il giudizio di sintesi che emerge dal libro di Luca Ricolfi: La società signorile di massa (Editrice La nave di Teseo). L’Italia è un paese nel quale:

a- Il numero dei cittadini che non lavorano ha progressivamente superato – a partire dagli anni 60 del secolo scorso – il numero dei cittadini che lavorano (cioè, danno un attivo contributo al processo produttivo di beni e servizi, sia come lavoratori dipendenti, sia come lavoratori autonomi, sia come imprenditori);

b- L’accesso a consumi opulenti da parte di chi non lavora è ormai “di massa”;

c- L’economia è prima entrata in fase di rallentamento (crescita nettamente inferiore a quella media dell’area dell’euro); poi, con la Grande Recessione, di drastica decrescita (-10 punti di PIL pro capite); e ora, di stagnazione.

Questo insieme di fattori determina fenomeni di enorme portata – sul piano civile, culturale e sociale -, che non hanno eguali in altri paesi dell’area euro e dell’OCSE. Tra tutti quelli che Ricolfi richiama, uno mi ha colpito più di altri: in Italia, la spesa annuale per il gioco legale sostanzialmente eguaglia la spesa per il Servizio Sanitario Nazionale. Ho avuto queste due cifre sotto gli occhi per anni, praticamente ogni giorno. Mi sono però occupato dell’una e dell’altra in modo settoriale, senza metterle in relazione tra loro. Senza cioè chiedermi cosa ci dicesse – sul paese, sul suo presente e sul suo futuro – il fatto che per giocare noi italiani si spenda tanto quanto spendiamo per prenderci cura della nostra salute.

 

Cambiare per non morire

Un paese così, ha di fronte a sé un’alternativa precisa e drammatica: cambiare radicalmente strada, per tornare a crescere a buon ritmo sul piano economico e arrestare il declino demografico; oppure rassegnarsi a fare la fine dei nobili decaduti (prima o poi, se non c’è incremento del reddito, anche il patrimonio finisce).

Cambiare per avere un futuro di prosperità e benessere. Bene. Ma cambiare in che senso? Lungo quale direzione? Emerge qui il tema del “punto di vista” dal quale guardare alla realtà, per ispirare l’azione (sociale, politica, culturale) volta a trasformarla. Per la sinistra – sto parlando ora di quella riformista, non solo di quella che ha perseguito il “salto di sistema” – c’è stato per anni un punto di vista solido e (almeno fino alla fase fordista) fecondo: il punto di vista della classe. Nella sua versione socialdemocratica, si è trattato del punto di vista che ha animato la stagione dei 30 anni gloriosi del 900: più crescita, più lavoro, più benessere, più eguaglianza.

Quando il valore di un bene o di un servizio prodotti ha preso a dipendere più dalla conoscenza incorporata in quel prodotto che dalla quantità e qualità del lavoro necessario a produrlo, la fecondità di quel punto di vista ha cominciato a scemare. La sinistra riformista ha operato allora una significativa correzione del suo punto di vista. Senza abbandonare l’ideologia del conflitto tra capitale e lavoro, essa ne ha adottato una versione più corrispondente alla realtà dei fattori del dinamismo economico e sociale: in Italia, fu il PSI di Craxi e Martelli – con l’idea della alleanza tra merito e bisogno – a guidare la “ristrutturazione” del punto di vista della sinistra riformatrice sulla realtà economica e sociale.

Quando la globalizzazione fa del mondo intero il teatro della “distruzione creatrice” del capitalismo nella società della conoscenza, anche la strategia della alleanza tra meriti e bisogni mostra i suoi limiti, privando la sinistra di governo dello strumento fondamentale su cui aveva fondato la sua strategia riformatrice: lo Stato nazionale, che la sinistra avevo preso a base dei suoi partiti, della sua lotta sindacale e sociale, delle sue sedi di elaborazione culturale.

 

Governare la globalizzazione

Per uscire dalla crisi di funzione che la attanaglia la sinistra riformista deve mettere al centro della sua iniziativa l’obiettivo della costruzione di nuove forme di governo globale, per tornare a fornire una “organizzazione” – un contesto socialmente ed ecologicamente equilibrato-, al capitalismo contemporaneo.

Se però le cose stanno, qui da noi, come ci dice Ricolfi nel suo libro, allora risulta evidente che questo sforzo di innovazione che la sinistra riformista è chiamata a compiere alla dimensione globale, in Italia potrà risultare efficace solo se il nostro “punto di vista “prenderà in conto la specifica realtà del nostro paese: l’unico, tra i grandi paesi avanzati, ad avere tutte le caratteristiche necessarie per essere – ed essere considerato – una “società signorile di massa”.

 

La minoranza dei “produttori”

So che mi si potrà obiettare che la faccio troppo semplice, ma credo che l’unico modo per assolvere con successo al nostro compito sia assumere il punto di vista della minoranza dei “produttori”. Scommettendo sulla possibilità che una larga parte di coloro che non lo sono possa trovare le ragioni per farlo proprio, questo punto di vista. Ragioni che abbiano fondamenta nell’autostima di chi oggi ha il privilegio del consumo opulento, ma sente come insopportabile la mancanza di autonomia da chi lo finanzia; nella “voglia di futuro” di una parte grande delle giovani generazioni; nell’ansia di emancipazione piena delle donne che la cultura e la mentalità conservatrice tengono fuori dalle forze di lavoro; nell’orgoglio nazionale di chi non vuole assistere senza far nulla al declino della sua nazione, una delle più stimate e gloriose del mondo.

Il punto di vista dei produttori consente la ridefinizione dell’intera agenda riformista, riordinandone contenuti e priorità. In primo luogo, perché fornisce un’anima al nostro europeismo: il rilancio dell’integrazione – con il Bilancio dell’area dell’euro, la politica estera e di difesa comune, la garanzia comune sui depositi bancari, il governo europeo dei confini – è la condizione per essere coprotagonisti della costruzione di nuove forme di governo delle grandi contraddizioni mondiali, dalle migrazioni al riscaldamento globale.

 

Il caso MES

Così che – è solo un esempio che traggo dalla cronaca di questi giorni, ma può dare bene l’idea di ciò che intendo – potremo condurre la nostra battaglia a favore della convinta firma italiana del nuovo trattato sul MES non sulla base della mera ritorsione polemica (Salvini e anche di Maio erano al governo quando si è fatta la trattativa), ma sulla scorta di un preciso disegno di recupero di sovranità: vogliamo il MES più forte di prima, perché siamo dal lato dei creditori, e soprattutto perché vogliamo il Bilancio dell’area euro e la garanzia europea sui depositi bancari. In altri termini, il nuovo MES è parte di una strategia europeista che può fornire alla crescita e alla rinnovata capacità competitiva del paese il contributo che gli viene dall’essere parte essenziale di uno dei tre “giganti” dell’economia globale.

Chi non vuole la firma dell’Italia sotto il nuovo Trattato, lavora per l’obiettivo opposto: il collasso del processo di integrazione europea come premessa di una iniziativa esclusivamente “italiana” di confronto/accordo con le due grandi potenze globali (USA e Cina) e con la principale tra le potenze regionali (la Russia di Putin).

 

Allargare la partecipazione delle donne al lavoro

Il punto di vista dei produttori ci consente di far emergere, agli occhi dei cittadini – che oggi “vedono” la Lega di Salvini e le sue priorità (immigrazione e rivolta fiscale); “vedono” – o almeno hanno visto – il M5S e le sue priorità (rivolta anticasta e assistenza statale per tutti); ma non “vedono” i riformisti e le loro priorità -, una credibile strategia di cambiamento e le sue priorità. Nell’Italia della società signorile di massa l’obiettivo fondamentale è tornare a far crescere il numero di quanti partecipano al processo produttivo (con l’antico linguaggio della sinistra: lo sviluppo delle forze produttive).

Un numero che, in Italia, può crescere – almeno nell’immediato – ad un’unica condizione: l’allargamento della partecipazione delle donne alle forze di lavoro. Tutto – dalla politica fiscale alla contrattazione tra imprese e lavoratori – va rivisto alla luce di questa priorità, se vogliamo fare sul serio. Si potrebbe cominciare dalla riforma “di genere” sulla tassazione Irpef dei redditi da lavoro delle donne: a parità di tutto il resto, meno tasse sul reddito di una donna rispetto a quello identico di un maschio.

 

Investire sulla scuola

Nel medio-lungo tempo, l’obiettivo di tornare a crescere via aumento del numero dei produttori è conseguibile solo se il capitale umano del paese compie un salto, sia in qualità, sia in quantità. Per le ragioni che ben illustra il libro di Ricolfi (e che escono confermate, purtroppo, dai recenti dati dell’indagine PISA sui quindicenni dei paesi OCSE), è il fallimento della nostra scuola come fondamentale agenzia di educativa una delle maggiori cause del progressivo scivolamento del paese verso il declino.

Dobbiamo purtroppo riconoscere che – su questo specifico terreno – l’esperienza di governo del centrosinistra presenta risultati decisamente negativi: nelle scelte di bilancio abbiamo dimostrato di aver compreso l’urgenza di una inversione di tendenza (quasi 4 miliardi di spesa annua aggiuntiva: oggi la spesa pro-capite italiana per la scuola -università esclusa- è nella media dei paesi avanzati). Ma abbiamo speso male, senza agire con coraggio sui metodi di reclutamento e sulle carriere del personale insegnante.

 

Disuguaglianza e intervento dello Stato

E ancora: assumere il punto di vista dei produttori di beni e servizi significa prendere una buona volta sul serio ciò che ci viene segnalato dalle migliori indagini sulle politiche pubbliche di contrasto alla disuguaglianza. Poiché l’indice di Gini è applicabile per misurare la disuguaglianza prima e dopo l’intervento dello Stato (disuguaglianza” market” e disuguaglianza “finale”, in esito all’impegno delle pubbliche amministrazioni), queste indagini evidenziano da tempo una anomalia tutta italiana: i livelli di disuguaglianza market non sono, in Italia, superiori a quelli che si registrano in altri paesi comparabili. Anzi. Ma, in questi paesi, l’intervento dello Stato li riduce molto significativamente, mentre in Italia la spesa sociale, iperconcentrata sulla previdenza, consegue risultati assai modesti. Se le cose stanno così, l’attività di revisione della spesa non è roba per “commissari” più o meno bravi, cui affidare – in via straordinaria – il compito di qualche risparmio per finanziare…nuovi interventi previdenziali (un esempio a caso: quota 100). È una delle attività qualificanti di un governo del cambiamento, capace di convincere i più che non è vero che “solo il privato può essere efficiente…”.

 

Serve un cambiamento radicale (e una cultura di governo)

Se si ragiona così, si vede bene che il cambiamento che i riformisti debbono perseguire non è un insieme ben coordinato di aggiustamenti al margine. Al contrario: se siamo diventati il primo tra i paesi avanzati ad assumere i caratteri della “società signorile di massa”, il cambiamento necessario per evitare il declino ha da essere molto profondo. Molto radicale, in tutti i campi della vita sociale.

Un riconoscimento tardivo, da parte nostra, dei meriti della sinistra radicale e massimalista che abbiamo lungamente contrastato, negli anni che ci stanno alle spalle? Non si tratta di questo. Intanto perché la sinistra radicale interna ai partiti di sinistra dell’Occidente ha caratteristiche che la differenziano molto dai massimalisti del secolo scorso: come ha scritto di recente Antonio Funiciello, essa condivide con questi ultimi la radicalità della contestazione al sistema vigente, ma non avanza alcuna “proposta generale di riorganizzazione del tessuto giuridico e dei meccanismi di produzione economica”, come facevano i massimalisti di un tempo, fieri nemici dell’alleanza tra liberaldemocrazia e capitalismo.

Il radicalismo di questa parte della sinistra – che ha preso da tempo ad utilizzare a proprio vantaggio la spinta del forte vento populista che soffia in tutti i paesi occidentali – rifiuta il terreno del governo e della vocazione maggioritaria, per chiudersi dentro la torre dell’iperidentità, dall’alto della quale ripete instancabilmente il suo messaggio di opposizione e di alterità al “sistema”.

Tutto al contrario, i riformisti: piedi ben piantati nell’alleanza tra liberaldemocrazia e capitalismo, perseguono il loro progetto di radicale cambiamento della realtà economica, sociale e culturale attraverso il governo, costruendo instancabilmente le condizioni di consenso necessarie, sia nel rapporto con i cittadini, sia nel rapporto con altre forze politiche.

Se c’è chi pensa che questa distinzione interna alla sinistra – in buona sostanza, tra chi accetta pienamente il terreno del governo, e chi lo rifiuta come fonte di inquinamento della propria purezza identitaria -, sia roba buona per il secolo scorso, può dare un’occhiata a ciò che accade nel Regno Unito: in presenza della più catastrofica performance di governo dei conservatori che la storia degli ultimi 50 anni ricordi, la massima aspirazione dell’opposizione è quella di ottenere un Parlamento “sospeso”, senza maggioranze possibili…

 

Lo strumento partito

Se l’azione di governo – conquistato attraverso il consenso in libere elezioni competitive – è il terreno su cui cresce il cambiamento di cui il paese ha urgente bisogno, non possiamo sfuggire ad una discussione chiarificatrice sullo strumento partito che è necessario per esercitarla con successo.

In Italia e altrove (nel Regno Unito, ad esempio, molti sono usciti dal Labour di Corbyn ritenendolo “irriformabile”), sembra emergere – nel variegato campo riformista – l’idea che nei partiti di sinistra nei quali ha democraticamente prevalso la componente della sinistra più radicale, i riformisti più coerenti non abbiano più spazio – non ci siano più condizioni di effettiva contendibilità della linea e della leadership. Di qui la scelta di uscire da questi partiti, per costruirne altri, certamente più piccoli, ma più coerenti; o per votarsi al lavoro politico-culturale in associazioni e movimenti di tipo civico.

Dopo l’esito del recente congresso della SPD in Germania, è impossibile negare che la crisi delle formazioni della sinistra occidentale di governo stia convincendo la maggioranza dei loro membri a cercare soluzioni nello spostamento “a sinistra” dell’asse politico-culturale dei rispettivi partiti. Per quanto comprensibile – nei momenti di difficoltà è naturale la tendenza a tornare alle vecchie e consolanti certezze -, si tratta di un errore serio, perché rischia di compromettere, nel presente e nel futuro prossimo, la capacità di questi partiti di conquistare il consenso della maggioranza dei cittadini, rappresentandone gli interessi e le aspettative.

 

La necessaria vocazione maggioritaria

Ma la scelta dei riformisti che decidono di uscire dal grande partito di centrosinistra rischia paradossalmente di accentuare gli effetti negativi di questo errore, perché potrebbe pregiudicare per lungo tempo la natura stessa di questi partiti come partiti “a vocazione maggioritaria”. Si tratterebbe, in sostanza, di una sorta di profezia che si autoavvera: per noi riformisti, linea e leadership non sono più contendibili, perché il partito ritorna al passato e abbandona la vocazione maggioritaria. Per questo, ne usciamo per farne uno davvero “nostro”. Risultato: il nuovo partito non ha vocazione maggioritaria, per definizione. Il vecchio la perde, non pro-tempore, ma per sempre.

Uno scenario da incubo che può essere scongiurato, a due condizioni. Una da determinarsi ad opera della nuova maggioranza dei partiti di centrosinistra. L’altra – la più importante – ad opera dei riformisti che decidono di restare, in minoranza, nei partiti stessi.

La nuova maggioranza deve resistere alla tentazione di considerare la fuoriuscita di una parte degli “avversari” riformisti come un regalo della buona sorte (della serie: “Se ne vanno? Meglio così), ma come una ragione di pesante indebolimento delle possibilità del partito che guida di prevalere nella competizione con i conservatori e i populisti. Non le si chiede di ammorbidire le sue legittime posizioni politico-programmatiche, tantomeno di farsi almeno in parte portatrice di quelle della minoranza (non sarebbe credibile e non raggiungerebbe lo scopo). Più semplicemente, di riconoscere la piena legittimità delle posizioni dei riformisti più coerenti e di mantenere le regole di vita interna che garantiscono la piena contendibilità della linea politica e della leadership (le recenti riforme dello statuto del PD conseguono appieno questo obiettivo).

Più difficile il compito dei riformisti: devono comprendere le ragioni essenziali che li hanno condotti alla sconfitta (prima nella competizione elettorale con i conservatori e i populisti, poi dentro il partito). Devono ridefinire il loro profilo politico-culturale e programmatico, anche per favorire una ricomposizione delle fratture determinatesi al loro interno; e-infine, ma non per ultimo-riorganizzarsi attorno ad un leader che appaia in grado di candidarsi come alternativa alla leadership del partito. Una leadership alternativa che intanto potrà affermarsi nel partito, in quanto risulti credibile come proposta di leadership per il paese.

 

Il profilo dei riformisti

La recente Assemblea del PD, tenutasi a Bologna a metà novembre 2019, ha posto l’accento sul tema della disuguaglianza: tutto il nostro impianto politico culturale e programmatico – secondo l’impostazione della quasi totalità degli interventi – andrebbe rivisto alla luce di questa priorità, dopo i cedimenti culturali dei sostenitori della “Terza via” alla offensiva neoliberista.

Resisterò alla tentazione di dare a Giddens, a Clinton, a Blair e a Schroeder torti e ragioni, con un minimo di obiettività e senza ricorrere alla categoria – analiticamente piuttosto incerta – del “tradimento”. Discuto di disuguaglianza e delle politiche capaci di contrastarla.

 

Uguaglianza di che cosa e tra chi?

Salvatore Veca, richiamando la lezione di Amartya Sen, ci ricorda la necessità inderogabile – quando parliamo di uguaglianza -, di rispondere prima a due domande: uguaglianza di che cosa? E uguaglianza di che cosa tra chi?

Sono domande retoriche solo per chi “vede” esclusivamente la disuguaglianza di reddito e di ricchezza, tra i cittadini italiani. Ma non è affatto ovvio che sia così: se parliamo di disuguaglianza di reddito, è difficile sostenere che essa, in Italia, sia particolarmente cresciuta, nel corso degli ultimi 10 anni. Tutte le indagini serie, infatti, testimoniano di un andamento della disuguaglianza di reddito assai preciso, in Italia: si è ridotta tra il 60 e i primi anni 80. È bruscamente aumentata nei primi anni 90, in concomitanza con la gravissima crisi finanziaria che colpì il paese. Poi è un po’ diminuita (ma poco); quindi è tornata ad aumentare (ma poco). L’indice di Gini ha continuato ad oscillare tra 0,31 e 0,33. In Svezia, negli stessi anni, è salito del 15%. Se stiamo parlando di distribuzione del reddito, l’Italia è più egualitaria ora che negli anni 60.

Dunque, il problema della disuguaglianza non esiste? È vero il contrario. Esiste e si aggrava, in Italia, un serio problema di disuguaglianza. Ma non dei redditi: della redistribuzione del lavoro. Ricolfi ha fatto un esercizio interessante: ha applicato l’indice di Gini alla distribuzione del lavoro: l’indice è 1 se uno solo lavora e tutti gli altri no. È zero se lavorano tutti. Per chi si professa “di sinistra”, il risultato di questo esercizio è sconvolgente: nessun paese OCSE – tranne la Grecia – è inegualitario come l’Italia: sta crescendo da anni e anni il numero di coloro che non hanno un lavoro, a fronte del concentrarsi del lavoro presso una minoranza di italiani, che spesso, di lavori, ne ha addirittura due.

Non sembri una questione di lana caprina, buona per inutili sofismi da convegno, ma assolutamente inutile per la dura battaglia politica e sociale quotidiana.

Chi pensa che l’una disuguaglianza valga l’altra, e che tutte siano ben riassunte in quella di reddito e di patrimonio, così che contrastare quest’ultima significherà contrastare automaticamente tutte le altre, non perderà molto tempo ad insistere perché si torni indietro su Quota 100 e sul Reddito di Cittadinanza, al fine di ricostituire in bilancio le risorse necessarie per la riduzione del prelievo Irpef e del cuneo fiscale su donne e giovani: non sono forse, anche le risorse impiegate per Quota 100 e Reddito di Cittadinanza, spese rivolte a migliorare le condizioni di reddito di chi occupa i gradini inferiori della scala sociale? Nel caso di Quota 100, in verità i gradini non sono proprio quelli più bassi, ma non è questo il punto: se consideri che la madre di tutte le disuguaglianze, in Italia, è quella insita nella pessima distribuzione del lavoro ed agisci in regime di risorse scarse, devi insistere per una correzione di rotta nelle priorità della spesa… Ma questa insistenza non c’è stata.

Allo stesso modo, se riconosci priorità alla crescita delle forze produttive – cioè, alla più ampia partecipazione alle forze di lavoro -, non sarai mai disponibile a votare l’emendamento che elimina lo scudo penale per gli amministratori dell’ILVA di Taranto. E se vuoi aggravare il prelievo fiscale sui comportamenti e le scelte nemici dell’ambiente, studierai forme di tassazione che non impattano così pesantemente e contraddittoriamente sui produttori del settore del riciclo della plastica…

 

Enrico Morando
Enrico Morando
morando@perfondazione.eu

Presidente di Libertà Eguale. Viceministro dell'Economia nei governi Renzi e Gentiloni. Senatore dal 1994 al 2013, è stato leader della componente Liberal dei Ds, estensore del programma elettorale del Pd nel 2008 e coordinatore del Governo ombra. Ha scritto con Giorgio Tonini "L'Italia dei democratici", edito da Marsilio (2013)

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