Il disimpegno Usa in Medio Oriente è già finito - Fondazione PER
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Il disimpegno Usa in Medio Oriente è già finito

di Vittorio Ferla

 

L’attacco di Hamas ha avuto un importante effetto collaterale: ha spento l’illusione che gli Stati Uniti possano disimpegnarsi dal Medio Oriente, una regione che ha dominato l’agenda della politica estera americana nell’ultimo mezzo secolo. Vent’anni di lotta al terrorismo di Al Qaeda e dell’Isis e il fallimento del nation building in Afghanistan e Iraq hanno avuto un impatto terribile sulla società e sulla politica americane, prosciugando il bilancio federale e scatenando la reazione delle famiglie americane contro la Casa Bianca per l’eccesso di perdite di vite umane. Nell’estate del 2021 Joe Biden ordinò la fuga precipitosa da Kabul, applicando gli accordi che l’amministrazione Trump aveva chiuso con le autorità talebane. La ragione era chiara: la crescente potenza della Cina era diventata un affare molto più urgente e richiedeva un impegno totalizzante. In più, l’anno scorso il risorgere delle tentazioni neoimperialiste della Russia ha chiesto un intervento netto a favore della libertà dell’Ucraina, necessario per garantire la stabilità dell’Europa che resta l’alleato principale degli Usa e il secondo pilastro del pur traballante ordine liberale internazionale.

Così, per il Medio Oriente, la Casa Bianca ha concepito una exit strategy creativa, cercando di mediare tra alcuni protagonisti dell’area al fine di realizzare un nuovo equilibrio di poteri, capace di impedire a Pechino di riempire il vuoto. Normalizzare le relazioni tra Israele e Arabia Saudita: questo il tentativo storico di Joe Biden. Allineare formalmente i due più importanti partner regionali di Washington contro il loro nemico comune, l’Iran, impedendo la deriva di Riyad verso Pechino. In parallelo, però, Washington ha cercato di allentare le tensioni con Teheran. A settembre, l’accordo tra Usa e Iran ha permesso la liberazione di cinque americani detenuti nelle carceri iraniane in cambio di 6 miliardi di dollari a Teheran. Poi il massacro di Kfar Aza e la recrudescenza del nazismo islamico di Hamas hanno trasformato lo scenario. In realtà, spiega sul Foreign Affairs Suzanne Maloney, vicepresidente di Brookings Institution dove dirige il programma di politica estera, “il tentativo di Biden di fuggire rapidamente dal Medio Oriente ha avuto un difetto fatale: non è mai stato plausibile che accordi informali e un piccolo allentamento delle sanzioni sarebbero stati sufficienti a pacificare la Repubblica Islamica”. In più, Teheran ha letto nella disponibilità americana un’ammissione di debolezza. E, si sa, i despoti riconoscono solo le ragioni della forza. L’Iran ha pertanto proseguito nel suo lavoro sporco decennale in Palestina, finanziando, addestrando ed equipaggiando Hamas e coordinandone da vicino strategia e operazioni. È impensabile infatti che Hamas abbia intrapreso un attacco di questa portata e complessità senza la benedizione della leadership iraniana. 

Il risultato è che gli Stati Uniti ripiombano – obtorto collo ma totalmente – nel magma incandescente della Mezzaluna islamica. Joe Biden ha accettato la sfida, rilasciando una serie di dichiarazioni (in particolare, quella ufficiale di martedì) che non lasciano dubbi, ottenendo un impatto straordinario e immediato in Israele. Al punto che nei giorni scorsi sono comparsi enormi cartelloni pubblicitari sull’autostrada Ayalon di Tel Aviv che dicono “Grazie, signor presidente” e citano il suo discorso.

Secondo David Makovsky, direttore del progetto sulle relazioni arabo-israeliane presso il Washington Institute for Near East Policy, Joe Biden è stato efficace per almeno cinque ragioni. Primo: “ha espresso un genuino e palpabile orrore per il brutale attacco terroristico di Hamas” e ha riconosciuto che Israele si trova ad affrontare “il male assoluto”. “Mai prima d’ora un presidente degli Stati Uniti aveva equiparato Hamas all’Isis, arrivando al punto di dire che l’operazione di Hamas in alcuni casi supera le peggiori atrocità dell’Isis”, spiega Makovsky sul quotidiano The Times of Israel. Secondo: Biden ha paragonato gli orrori del fine settimana alla storia delle atrocità contro gli ebrei, dichiarando che “questo attacco ha riportato in superficie ricordi dolorosi e le cicatrici lasciate da millenni di antisemitismo e genocidio del popolo ebraico”. Terzo: con l’invio della portaerei Gerald Ford nel Mediterraneo, il presidente Usa ha mostrato plasticamente che la sua promessa di assistenza militare è autentica e che Israele non è solo nel momento del pericolo. Inoltre ha ammonito l’Iran e gli altri regimi islamici – “Non fatelo!” – contro la tentazione di scendere in campo a fianco di Hamas contro Israele. Quarto: nelle parole di Biden, continua Makovsky, “gli israeliani hanno apprezzato un amico che rivendica una posizione pubblica nonostante il costo politico” delle critiche che potrebbero arrivargli dall’ala sinistra del suo partito. C’è, poi, un quinto punto decisivo. Nel suo tesissimo discorso ufficiale, Biden ha citato una frase di Golda Meir, quarto premier d’Israele e prima donna a guidare il governo del suo paese: We have no place else to go, ovvero “non abbiamo un altro posto dove andare”. Il che, scrive ancora Makovsky, dimostra la comprensione della “paura ebraica dell’abbandono dovuta al secolare antisemitismo”, nonché un esplicito “apprezzamento per il significato del sionismo”. Biden ha capito “una meta-lezione della storia ebraica: gli ebrei apolidi sono ebrei indifesi” e, pertanto, “se non ci fosse Israele, nessun ebreo al mondo sarebbe in definitiva al sicuro”.

Fin qui il punto di vista ebraico. C’è, allo stesso tempo, un altro tema importante da evidenziare. Israele è l’unica repubblica democratica in Medio Oriente. Così, nello schema bideniano del conflitto tra democrazie e autocrazie, la difesa di Israele è irrinunciabile per tutelare il “mondo libero” dall’assalto dei regimi dispotici orientali (Cina, Russia e Iran). Attenzione però. Makovsky avvisa: “Biden crede che il suo legame sia con il popolo di Israele”. Viceversa, il sostegno ai suoi leader dipenderà dalle scelte che faranno. Ecco perché, mentre il segretario di stato Antony Blinken fa il giro dei paesi arabi per ottenere comprensione e disgelo, Netanyahu dovrà fare molta attenzione al modo in cui condurrà la guerra a Gaza.

Vittorio Ferla
vittorinoferla@gmail.com

Giornalista, direttore di Libertà Eguale e della Fondazione PER. Collaboratore de ‘Linkiesta’ e de 'Il Riformista', si è occupato di comunicazione e media relations presso l’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale del Lazio. Direttore responsabile di Labsus, è stato componente della Direzione nazionale di Cittadinanzattiva dal 2000 al 2016 e, precedentemente, vicepresidente nazionale della Fuci. Ha collaborato con Cristiano sociali news, L’Unità, Il Sole 24 Ore, Europa, Critica Liberale e Democratica. Ha curato il volume “Riformisti. L’Italia che cambia e la nuova sovranità dell’Europa” (Rubbettino 2018).

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