Il dissesto demografico ci divora. Tre proposte per ridare futuro (e pensieri lunghi) agli italiani - Fondazione PER
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Il dissesto demografico ci divora. Tre proposte per ridare futuro (e pensieri lunghi) agli italiani

di Diodato Pirone

 

E niente: l’Istat ha appena certificato che nello scorso mese di aprile in Italia sono nati 26.682 bambini, meno di 900 al giorno. Il ritmo quotidiano delle nascite è ormai impercettibile: una ogni 65.000 residenti. Incredibilmente basso per un Paese di quasi 59 milioni di abitanti, oltre 5 dei quali immigrati. Nonostante il gran parlare di denatalità (vabbè, talvolta a sproposito), i messaggi del Papa e della Meloni, la bella mossa draghiana dopo 10 anni di dibattiti dell’Assegno Unico Universale, la pioggia di ricchi bonus pro-nascite regionali e aziendali, l’andamento brillante delle assunzioni (+513.000 annue a marzo 2023) finalmente in maggioranza a tempo indeterminato e persino lo storico scavalco di quota 50% dell’occupazione femminile, beh, nonostante il quasi allineamento di tutti i pianeti, di fare figli le italiane e gli italiani non ne vogliono proprio sapere.

 

Perché? L’ex presidente dell’Istat, il demografo Gian Carlo Blangiardo, che pure mantiene l’obiettivo di riportare il numero dei neonati da 400.000 a 500.000 in 10 anni, si è sfogato con la stampa: “Troppi giovani vogliono rimanere figli senza trasformarsi in genitori”. Non è il solo elemento da considerare, ma è certo che il fattore “C” come “Cultura dell’Io”, giochi un ruolo nella desertificazione dei nostri reparti pediatrici. Il fenomeno è stato persino quantificato in Trentino dall’Agenzia provinciale che da 10 anni si occupa di natalità: ebbene a Trento, dove pure ogni donna mette al mondo in media 1,5 figli contro gli 1,25 del dato nazionale, hanno scoperto che oggi il 10% delle loro famiglie giovani non ha figli contro il 3% registrato nel 2010. Dunque, o per scelta o per fisiologia, gli italiani che non intendono riprodursi sono in forte aumento.

 

Ma questa è solo una faccia della medaglia. L’altra, quella delle fredde cifre, è persino più brutale. “La verità – ripetono da anni i ricercatori Istat – E’ che in Italia da 50 anni facciamo sempre meno bimbi. Così oggi abbiamo pochissimi giovani e si forma un numero esiguo di coppie. Inoltre le donne che escono dall’età feconda, quelle nate negli anni ’70, sono ogni anno 200.000 in più di quelle che compiono 15 anni”. E’ antipatico scriverlo ma non possiamo più nascondere la testa nella sabbia: non abbiamo più abbastanza donne. Meglio: con poche donne giovani i figli non possono che essere pochi.

 

Già, ma quanto pochi? E che cosa si può fare per metterci almeno una pezza?

 

A Roma, nei palazzi che contano, si respira molta preoccupazione, le imprese, poi, non trovano personale a sufficienza. E tuttavia la quantità di parole spese sull’argomento non si traduce in idee e in azioni. Lasciamo da parte le sortite sulla sostituzione etnica e lo scontro al calor bianco sui figli delle coppie omosessuali. Non perché non siano questioni delicate ma salta all’occhio la loro collateralità e irrilevanza, tipica delle bandierine ideologiche, rispetto al dramma profondo di un grande Paese che si autoprosciuga con i suoi striminziti 900 bambini al giorno.

 

Anche sulla denatalità, insomma, la politica, l’informazione e la società nel suo complesso, si muovono lungo i classici stilemi del melodramma italiano: molta retorica, pochi fatti e soprattutto poca innovazione.

 

Torna la domanda di fondo: perché? Innanzitutto, a mio avviso, perché la natalità richiede per sua natura un’idea di futuro e l’elaborazione di pensieri lunghi che una società malinconica e triste (vedi Rapporto Censis) come quella italiana non è più abituata a formulare. Un Paese grande si riconosce innanzitutto dalla consistenza della sua popolazione eppure noi, nell’indifferenza generale, stiamo perdendo abitanti da otto anni. Abbiamo bruciato oltre 1,5 milioni di residenti, una città come Milano. E la natalità è modesta anche perché riflette la modestia delle nostre ambizioni collettive. Nel 1964, anno con nascite oltre il milione l’anno, eravamo il terzo Paese al mondo, dopo Urss e Usa, capace di spedire un satellite nello spazio. Oggi restiamo aggrappati al boom dell’export prodotto da quelle multinazionali tascabili figlie del nostro individualismo dinamico. Tanta capacità dei singoli, in qualche modo dell’Io, che tiene in piedi noi e il nostro debito pubblico ma che non riesce a esprimere per il Paese un sistema istituzionale stabile, un ruolo di peso in Europa, una forma anche modesta di egemonia nel Mediterraneo. Figuriamoci i figli.

 

Ma poi c’è un altro tema spinto a galla dalla modestia del dibattito interno sull’inverno demografico: la cronica debolezza amministrativa italiana. L’Italia è afflitta da un dissesto demografico profondo, analogo ai disastri provocati dai cambiamenti climatici. Ma mentre per questi ultimi esiste una Protezione Civile, si nominano commissari e, soprattutto, si è dato vita a una cultura della sostenibilità e della cura (teorica) del territorio, sul fronte della caduta verticale delle nascite l’apparato amministrativo sembra sostanzialmente inerte. Il ministero della Famiglia è senza portafoglio. Quasi tutte le Regioni e i Comuni, poi, continuano a monitorare le famiglie solo quando sono in difficoltà e assumono le forme dei segmenti sociali da soccorrere con politiche assistenziali. Peccato che il profilo sociale della famiglia italiana sia completamente cambiato perché è in crisi la sua stessa funzione di passaggio di testimone fra generazioni e di generazione implicita di sviluppo. La natalità infatti è innanzitutto vitalità e capacità di innovazione, come due settimane fa ha ricordato l’Economist con  copertina e articoli ad alta densità.

 

Ma, allora, cosa si potrebbe fare in concreto? Sembrano individuabili almeno tre linee di azione.

 

1- La prima è proprio quella amministrativa: si potrebbe agire in modo sistemico a livello nazionale tramite una Agenzia (leggera) per la famiglia e l’attrattività territoriale. Sul modello trentino. Come detto, il dissesto demografico va combattuto come quello climatico, non con un esercito ad hoc ma con strutture equivalenti alla Protezione Civile in grado di stendere una “rete family” di stimolo alla coesione sociale e allo sviluppo. In Italia abbiamo la provincia di Bolzano e quella di Trento che fanno benino sul fronte delle nascite e che comunque registrano un numero di figli per donna decisamente più alto della media nazionale e addirittura doppio (Bolzano) di quello della Sardegna. Come mai? Perché queste due amministrazioni hanno ascoltato i bisogni delle famiglie e dei giovani e hanno adottato una serie di iniziative per far coincidere benessere familiare, benessere aziendale e benessere territoriale. Si tratta di un lavoro certosino, faticosissimo, di cucitura dei bisogni territoriali attraverso strutture grandi e piccole, reti di assistenza e micronidi, premi e bollini blu alle imprese che aiutano la genitorialità e diffusione costante del senso di appartenenza alla “comunità”. Un lavoro di costruzione di futuro che può essere fatto solo da strutture pubbliche professionali. Il Trentino dispone da 10 anni di una Agenzia, l’Agenzia per la Coesione Sociale, diretta da 10 anni dallo stesso dirigente, che ha acquisito un enorme know how sul tema della natalità. L’Agenzia coordina e diffonde “metodo” in tutti gli ambiti: i Comuni, le aziende, le scuole, lo sport, la cultura, i giovani, il volontariato, i corpi sociali, l’organizzazione territoriale. Ogni molecola sociale è spinta ad operare per creare un clima favorevole alla natalità e alla crescita.

Sempre sul fronte amministrativo è molto interessante l’esperienza della Regione Friuli che sta creando una nuova figura di operatore pubblico nei Comuni: il public family manager. Si tratta di amministratori (sindaci, consiglieri, segretari comunali) e operatori del Terzo Settore formati con l’obiettivo di concretizzare iniziative sul territorio per invertire la curva della natalità. Qui i funzionari pubblici stanno acquisendo nuove professionalità non assistenziali dando vita a una burocrazia dello sviluppo che è una innovazione importante.

 

2- Il secondo ambito di intervento è più specifico. In Italia si diventa genitori troppo tardi e quindi troppo spesso ci si ferma a un figlio. La nostra età media al primo parto è la più alta d’Europa, oltre 32 anni contro i 28 e mezzo della Francia. Questo significa che moltissime donne diventano mamme dopo i quarant’anni e quindi per motivi di carriera o più banalmente fisiologici non vanno oltre il primo figlio. E’ un problema sistemico, non una scelta di coppia. Dunque occorre che il sistema corregga questa stortura. Come? Certo riducendo e di molto le quote di lavoro precario, sicuramente il settore dei servizi deve trovare il modo di acquisire maggior valore aggiunto e di distribuirlo ai lavoratori. Ma soprattutto va accorciato il ciclo scolastico. Potrebbero essere utili alcune misure: rendere più attraenti le lauree triennali in alcune discipline e mandare i bambini in massa a scuola a 5 anni.

 

3- Il terzo intervento concreto e urgente riguarda l’immigrazione: abbiamo un disperato bisogno di “importare” subito famiglie giovani. I dati parlano chiaro: fra dieci anni i nostri studenti saranno 6 milioni contro gli attuali 7,5 milioni, abbiamo 7 milioni di giovani meno della Francia (che non a caso “fa” il doppio dei nostri bambini), perdiamo troppe donne in età feconda. Non abbiamo scelta: dobbiamo premere sul pedale della natalità ma contemporaneamente dobbiamo attrarre giovani dall’estero, non solo lavoratori ma anche mamme. Gestire l’immigrazione è difficilissimo ma se dovessimo decidere di chiuderci a riccio o di puntare solo su lavoratori extracomunitari stagionali commetteremmo un autogoal clamoroso che pagheremmo a breve in termini di scuole chiuse e alla lunga con un calo verticale di ricchezza e competitività. Più coppie di immigrati giovani producono automaticamente una maggiore sostenibilità del nostro gigantesco debito pubblico, lo scrive da anni il Ministero dell’Economia  nel suo Def (Documento di programmazione) controfirmato da tutti i ministri di ogni colore politico, lo ha ricordato pochi giorni fa la Banca d’Italia. La nostra unica materia prima sono gli italiani e coloro che in Italia lavorano e vivono. Vivere “in pochi” abbatterebbe il nostro già modesto peso geopolitico ma soprattutto la nostra capacità e quella delle nostre imprese. Non possiamo permettercelo.

Diodato Pirone
pirone@per.it

Laureato in Storia Contemporanea, giornalista professionista, lunga carriera al «Messaggero». Ha un profilo professionale multitasking, si occupa soprattutto di economia e di politica. Segue l’evoluzione dei grandi sistemi industriali, a partire dalla Fiat, e si è occupato di temi popolari come le riforme delle pensioni, strettamente collegate al declino demografico. Ha scritto per la rivista «Il Mulino» un saggio su Sergio Marchionne e due libri, "Fabbrica Futuro" e "L’Italia degli scioperi". Il suo ultimo libro, scritto con Luca Cifoni, è "La trappola delle culle", edito da Rubbettino.

1 Comment
  • Maria Albrizio
    Pubblicato il 18:34h, 03 Luglio Rispondi

    Estremamente interessanti sono le riflessioni che ci propone l’autore,il quale affronta da varie angolazioni la problematica della. Denatalita’ che vive il nostro Paese . Diodato Pirone non si limita a mostrare con cifre alla mano la penuria delle nascite ma ci invita a seguire le iniziative riuscite in questo campo proponendoci l’esempio di quanto viene gia’ da anni realizzato in Trentino.Ancora,Egli prova a dare delle possibili vie per uscire dalla situazione stagnante nella quale il fenomeno carenza di natalita’ si trova spiegandone in contemporanea la complessita’ . La speranza e’ che la politica possa veramente comprendere la gravita’ della situazione e correre ai ripari utilizzando le proposte formulate .

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