Il lavoro dopo la pandemia, oltre le astratte profezie | Fondazione PER
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Il lavoro dopo la pandemia, oltre le astratte profezie

di Francesco Seghezzi

 

Nel corso dell’ultimo anno e mezzo tutti abbiamo cercato di immaginare come gli equilibri (e i non-equilibri) economici e sociali sarebbero cambiati al termine dell’emergenza pandemica. In particolare il lavoro è stato al centro di innumerevoli analisi, previsioni e perfino profezie.  Si tratta di un insieme di riflessioni sicuramente suggestive ma che hanno rischiato, in molti casi, di risultare astratte perché fondate più su miti e desideri, spesso appoggiati su visioni ideologiche che sul tema del lavoro certo non mancano, che su quanto la realtà, nella sua caratteristica imprevedibilità, stava ponendoci davanti. Anche parlare oggi di lavoro (o meglio di lavori) di fronte all’emergenza Covid-19 pone esattamente lo stesso rischio, quello di avventurarsi in scenari futuristici sul suo futuro, mossi da un approccio deterministico tale per cui le trasformazioni avverranno con certezza e saranno linearmente consequenziali, legate all’impatto della pandemia. Più consigliabile invece, un approccio prudenziale che veda non tanto in un progresso cieco, quanto nell’azione, nella progettazione, nell’organizzazione degli attori impattati la vera sfida di fronte all’ineludibile dato di realtà. Possiamo infatti comportarci sia adottando un approccio conservativo, che può condurre perfino a ripristinare situazioni antecedenti a quelle in cui il virus si è manifestato, sia un approccio che, approfittando della crisi, contribuisca a sciogliere alcuni nodi cronici.

Quello che è possibile osservare oggi possiamo distinguerlo in due diversi piani. Da un lato troviamo alcuni cambiamenti avvenuti che vanno ad incidere soprattutto, in chiave più sociologica e antropologica, con il modo in cui si realizza e si esprime il rapporto tra persona e lavoro. Dall’altro emergono invece una serie di criticità storiche che l’assetto istituzionale, economico, giuridico del lavoro in Italia si trova a vivere. 

 

Gli impatti sul rapporto lavoro-persona

L’emergenza Covid-19 ha mostrato come il rapporto tra la persona e il lavoro non sia immune dai fattori esterni, a più livelli. Innanzitutto la presenza di rischi così elevati e imprevedibili che il virus ci ha improvvisamente ricordato, almeno a livello sanitario, che restiamo vulnerabili. E questa consapevolezza ha la forza di ri-ordinare la scala delle nostre priorità nella quale risalgono la salute, gli affetti, il valore del tempo. C’è quindi la concreta possibilità che il lavoro prenda un posto nuovo nella vita. Si tratta con tutta probabilità di cambiamenti che non possono essere registrati da indicatori economici o statistici, ma riguardano una dimensione appunto antropologica non certo scevra di conseguenze sociali a medio e lungo termine. C’è poi una vera e propria possibilità di ridefinizione del concetto stesso di lavoro che va oltre alla dimensione puramente economico con la quale siamo abituati a guardarlo. Infatti chi si è trovato in casa a dover assistere persone anziane e non autosufficienti o a passare le giornate intere con figli che non si recano a scuola, difficilmente potrà negare di aver svolto un lavoro, e inoltre un lavoro impegnativo e faticoso. Se il lavoro di cura, l’azione quotidiana per occuparsi delle persone, non è considerato lavoro è perché mancano quegli elementi che nel tempo sono divenuti qualificanti quali lo stipendio, gli orari, una gerarchia organizzativa, un luogo di lavoro definito ecc. E questo aspetto non emerge solo nella dimensione famigliare ma anche nei rapporti sociali laddove si concentri l’attenzione verso quei lavori che nel mezzo della pandemia abbiamo guardato con più ammirazione da un lato, e che ci hanno sostenuto nelle nostre necessità, dall’altro. Lavori che spesso sono poco valorizzati dal punto di vista economico e contrattuale ma che sono risultati quanto mai fondamentali. 

Si fa avanti quindi la riscoperta di un valore extra (o sovra) economico che tanti lavori oggi hanno, e si tratta paradossalmente quelli negli ultimi anni marginalizzati da un modello economico (ma anche valoriale, in senso morale e sociale) che ha visto nel valore aggiunto il vero valore in quanto calcolabile e vittima della razionalità economica. Valore (il valore aggiunto) che non è certo da ignorare ed è anzi centrale per garantire crescita e prosperità, ma che ha appunto marginalizzato altri tipi di valore. L’emersione quindi del valore sociale, relazionale, personale di questi lavori, il lavoro come servizio all’altro, come responsabilità verso la società fa immaginare che possa esserci oggi spazio per ridisegnare, almeno dal punto di vista teorico (ma questo apre numerose prospettive di policy) l’idea stessa di lavoro e del suo valore che, da Adam Smith in poi è il valore economico prodotto dal tempo impiegato per produrre un bene o un servizio. Questo chiaramente ha diverse implicazioni economiche che andrebbero approfondite che vanno da come si calcola la produttività a come si calcolano i salari, gli inquadramenti contrattuali e molto altro ancora.

C’è poi il tema del lavoro da remoto a cui almeno 8 milioni di lavoratori nella sola Italia sono stati chiamati per mesi che genera impatti diversi a seconda delle condizioni di contesto. E in questo campo incidono particolarmente le aspettative che una ricorrente narrazione dello smart working ha generato negli ultimi anni. Dipinto come strumento di liberazione dai vincoli spazio-temporali del lavoro dipendente, dalle logiche di controllo, ordini e direttive proprie dei luoghi di lavoro, come riappropriazione del proprio tempo all’interno di una nuova logica di lavoro per obiettivi e non per ore, il lavoro agile è qualcosa di molto distante da ciò che si è diffuso in conseguenza all’emergenza. Risulta ormai chiaro come l’emergenza stessa e i suoi tempi rapidi abbiano spinto all’utilizzo del telelavoro, che si fonda su modalità organizzative (orari, controlli ecc.) molto diverse da quelle dello smart working così come dipinto, e non si distanzia, se non per la collocazione fisica, dal tradizionale lavoro subordinato. Non è da escludere quindi che questo, se confuso con il lavoro agile, possa contribuire ad una visione negativa di uno strumento che potrebbe invece contribuire positivamente alla modernizzazione del lavoro in Italia.

Per questo si pone fin da subito il tema di come accompagnare dal punto di vista organizzativo questo momento storico affinché possa coincidere non solo con la semplice traslazione delle relazioni gerarchiche aziendali all’interno delle mura domestiche ma con un vero cambiamento organizzativo di cui da tempo si sente l’esigenza. E questo è un metodo che dovrebbe essere centrale in tutte le sfide che riguardano il lavoro nell’epoca del Covid-19, ossia la necessità di accompagnare le sfide con una progettazione e ri-progettazione delle organizzazioni e dei ruoli e compiti delle persone, lasciando sullo sfondo l’ipotesi che vi sia una mano invisibile che ci restituirà più efficienti e più moderni al termine di tutto. Occorre quindi uno sforzo fin da subito di lettura di quanto sta accadendo e di incrocio tra questo e le numerose criticità osservate da tempo nelle realtà lavorative italiane a partire dalla presenza di modelli organizzativi ancora fondati su granitiche gerarchie verticali, sui vincoli di spazio e di tempo come coordinate entro le quali inserire, senza deroghe, la prestazione lavorativa. Pensare che tutto questo possa cambiare “solo” di fronte agli impatti della pandemia è un pensiero che potrebbe tranquillizzare, ma è purtroppo mera utopia. La sfida della progettazione e della modernizzazione esige più che mai l’impegno e la volontà degli attori coinvolti, che potranno trovare in ciò che sta accadendo un indesiderato alleato per accelerare i tempi, ma niente di più.

 

Un modello del lavoro che ormai non regge più

Il secondo aspetto sul quale vale la pena concentrarsi e che è emerso di fronte alla pandemia è più profondo e ha radici che vengono da lontano. Riguarda la fragilità dell’abitare un mondo interconnesso che fa sì che un problema e una crisi non siano mai una crisi di una parte, ma immediatamente (e il fattore tempo è emerso chiaramente in questo caso) una crisi del tutto. Non che sia una novità, il rischio e l’incertezza che caratterizzano la contemporaneità sono analizzati da decenni a partire dagli studi di Beck e Giddens, ma forse questa volta ce ne siamo resi conto tutti e con tutta la sua portata. E ciò va ad accentuare dinamiche di crisi del modello di lavoro, giuridico ed economico (ma anche sociale), che ha dominato il Novecento industriale.

Si osserva infatti già da tempo una crisi del binomio lavoro subordinato-lavoro autonomo intorno al quale si è costruito il diritto del lavoro moderno. Un dualismo che poteva essere ampiamente giustificato in un contesto economico, produttivo, sociale e culturale diverso, fondato sul modello fordista caratterizzato da crescita lineare, da modelli organizzativi fortemente gerarchizzati, da una bassa impermeabilità dei mercati nazionali e dai bassi livelli di interconnessione globale. In tale contesto il lavoro subordinato si declinava quasi unicamente nel contratto a tempo indeterminato e il lavoro autonomo si caratterizzava per una effettiva autonomia professionale che ben si sposava con il rischio di impresa. Questo dualismo giustificava quindi diversità di tutele e difficilmente si sarebbero avanzate richieste di ammortizzatori sociali per il lavoro autonomo.

Oggi il contesto è completamente mutato a causa di trasformazioni tecnologiche, demografiche e globali che hanno impattato, almeno dagli anni Ottanta sui modelli organizzativi, sulla struttura dei mercati del lavoro nei quali ormai la transizione non è una eccezione ma, per chi si affaccia negli ultimi decenni in essi, la normalità e soprattutto, con una forte accelerazione dopo la Recessione del 2008, la rimodulazione dei processi produttivi mediante la verticalizzazione integrata attraverso catene globali del valore. Trasformazioni che hanno mutato profondamente la natura del lavoro che si è frammentato, alimentando aree grigie tra autonomia e subordinazione da un lato, e cambiando la struttura stessa del lavoro subordinato e del lavoro autonomo dall’altro. Lavoro subordinato che, proprio per il contesto di ampia complessità e imprevedibilità dei processi produttivi, non è più garanzia di un posto di lavoro per tutta la vita e lavoro autonomo che è sempre più connesso non solo al rischio di impresa ma a tutto l’insieme di rischi che sfuggono dal nostro controllo e per i quali è difficile cogliere nessi di causalità chiari e univoci. Il mutato contesto rende insostenibile, e gli effetti della pandemia lo hanno mostrato chiaramente, un sistema di tutele dei lavoratori fondato sul posto di lavoro e soprattutto ad un modello standard di contratto di lavoro.

Oggi in un mercato del lavoro frammentato inserito in una società instabile non è più possibile scaricare il rischio su tutti i lavoratori che non scelgono un modello standard, come invece si è sempre fatto. Questo sia per una questione di giustizia sociale ma soprattutto per l’ampia quota di lavoro non standard che, con picchi tra i giovani e le donne, caratterizza il mercato del lavoro italiano e non solo. La richiesta che emerge da più voci, ma che allo stesso tempo non sembra all’ordine del giorno dell’agenda politica, di un sistema di tutele universali non può che essere accolta con interesse ma occorre allora ripensare ampiamente alla radice il tema del dualismo tra autonomia e subordinazione. In caso contrario tamponeremmo un problema che nasce molto prima dell’emergenza pandemica che non fa altro, come altre crisi in passato, che diradare le acque facendo emergere con più chiarezza ciò che non va. Si pone quindi l’urgenza di ripensare a un set di tutele legate a chiunque si voglia affacciare, nelle diverse forme, al mercato del lavoro in modo che non vi siano dualismi legati ai settori a cui appartiene (pensiamo a quanto è emerso sulle condizioni svantaggiate dei lavoratori domestici, ad esempio) o alla modalità di lavoro adottata, pensiamo ai lavoratori autonomi di nuova generazione, ai tirocinanti, ai collaboratori.

 

Una ipotesi di lavoro

In conclusione di questo breve contributo è importante avanzare almeno una ipotesi di lavoro e di metodo d’azione per affrontare tanto le urgenze contingenti quanto la progettazione del futuro. Il metodo è quello di non governare una crisi complessa con strumenti generalisti e uguali per tutti, occorre quindi lasciare il giusto spazio affinché i singoli territori, i singoli settori produttivi e finanche le singole aziende possano sviluppare soluzioni il più possibile allineate con le loro peculiarità. A tal fine si rinnova sia il ruolo delle relazioni industriali che quello degli ecosistemi territoriali che non vanno ostacolati, ma anzi favoriti e vanno garantiti a loro gli strumenti operativi per la gestione della crisi. Potrà sembrare un passo indietro rispetto al mondo interconnesso al quale siamo abituati, ma è tutto l’opposto.

Sappiamo infatti che proprio in un mondo economico che si esprime lungo catene globali del valore è proprio la dimensione territoriale che acquista un valore nuovo. E solo ecosistemi che raccolgano attori quali imprese, associazioni datoriali, sindacati, agenzie per il lavoro, centri per l’impiego, università, scuole, centri di ricerca, amministrazioni locali e altri ancora posso contribuire alla ricostruzione di quei territori duramente colpiti dalle conseguenze del lockdown ma anche dal dramma di una epidemia che lascerà segni indelebili. In questo un ruolo particolare potranno averle le rappresentanze di imprese e lavoratori che in virtù della loro prossimità alle singole realtà produttive possono ora districarsi meglio di norme nazionali nelle differenze organizzative e logistiche dei singoli settori in linea con le loro peculiarità. Si tratta dell’unica strada perché la ricostruzione di un sistema duramente colpito passi dalla ricostruzione dei rapporti tra le parti.

 

Francesco Seghezzi
Francesco Seghezzi
seghezzi@per.it

Presidente di Fondazione ADAPT e assegnista di ricerca presso l'Università di Modena e Reggio Emilia. PhD in Formazione della Persona e Mercato del lavoro. ADAPT Senior Research Fellow e Visiting scholar presso la Catholic University of America, Visiting Fellow alla Industrial and Labour Relation School della Cornell University e Visiting Fellow presso la University of Chicago. Tra i suoi temi di ricerca la sociologia del lavoro e le relazioni industriali con particolare attenzione alla fascia giovanile e territoriale, e al rapporto tra lavoro e innovazione tecnologica. Editorialista presso diverse testate.

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