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Il nostro vero vantaggio su virus e batteri è uno solo, enorme: la tecnologia

di Umberto Minopoli

 

Vedrete che tenteranno, anche con il corona, le spiegazioni antropiche, di colpevolizzare l’uomo.

Una ha già fatto capolino: la globalizzazione. Intesa come scambi e viaggi che avrebbero causato la pandemia. Non è vero. La maggiore frequenza di viaggi ha certo diffuso l’epidemia ma non è la causa.

La causa è nella natura, nel meccanismo del vivente: virus e batteri sono popolazioni di organismi, immensamente più numerosi di noi, che popolano il mondo dalla nascita della vita. Un virus può stare dappertutto. Ovunque ci sia una cellula vivente – in un albero, un frutto, un fiore, un animale, un uomo o una donna – da cui farsi ospitare e in cui replicarsi, alberga un virus. Più o meno pericoloso. Non ha niente di artificiale, antropico o di recente. E’ solo il prodotto dell’evoluzione. Come Darwin l’ha descritta e la genetica moderna l’ha scoperta nei dettagli. Come qualunque cosa fatta di genoma autoriproducente, qualunque cosa “vivente”, un virus è un gene egoista che deve replicarsi: è il suo imperativo di vita e di sopravvivenza. Non più di quanto non lo sia per i nostri geni.

Semmai, un virus, è un vivente ancor più primitivo, incompleto, arcaico dei nostri geni. Quando Luca, la cellula iniziale, madre di tutte le forme viventi sorta in una pozzanghera da qualche parte, in qualche brodo chimico colpito da un fulmine, un giorno di tre miliardi di anni fa, ha iniziato a replicarsi, lo ha fatto dapprima con organismi semplicissimi, fatti di una sola cellula (i batteri) o di nessuna cellula- un pezzettino di materiale genetico incompleto e non autonomo, il virus. Con una sola informazione dentro: la sequenza chimica per replicarsi. Ma possibile solo albergando nel motore estraneo di un’altra cellula.

E’ il virus, il parassita. E’ Natura. Solo Natura: come il gatto che accarezzate o il fiore sul davanzale. Un virus può stare silente o attivo in un corpo che lo ospita (uomo, animale, pianta) per migliaia di anni. Anzi, milioni di anni. Tutti quelli dell’evoluzione. Può albergare sonnacchioso. Poi, d’improvviso, con un morso, una siringa un atto sessuale, uno starnuto può trovare una via per saltare da una specie ospite ad un’altra. Sconosciuto agli anticorpi della nuova specie sviluppa la sua invasione, va a localizzarsi in zone diverse diverse degli organi del corpo.

Si dice, ma forse è solo una diceria, che il virus, veramente efficiente, non vuole la morte dell’ospite. Che questo sarebbe un by the way: lui vorrebbe organismi da sfruttare che durano il tempo della moltiplicazione e del passaggio a sempre nuovi corpi.

Trasmissibilità e virulenza sono le chiavi del virus. Per vincerlo, prima di trovare un vaccino, c’è una sola strada: intralciarne la trasmissibilità. Questo fa una specie intelligente attaccata da un virus: quello che non possono fare piante ed animali. La tesi “liberista” – infettiamoci tutti per raggiungere l’immunità di gregge – è una stolta strategia suicida, che trascura i costi di tale ingenuità.

Noi, con l’evoluzione, abbiamo maturato parecchi vantaggi sui virus: alcuni li abbiamo debellati, altri contrastati con il progresso che ha rafforzato le nostre difese immunitarie. Ma la guerra con i virus durerà finché esisterà la Natura organica e la biologia che conosciamo.

Il vero vantaggio nuovo che abbiamo acquisito su virus e batteri è uno solo, enorme: la tecnologia. Questo sì è il fattore antropico positivo dell’ultimo secolo e mezzo: frutto della scienza, del progresso e della loro globalizzazione.

Oggi il virus, l’organismo più piccolo che esista, invisibile ai microscopi di cento anni fa, lo vediamo nelle sue innumerevoli forme bizzarre, con i microscopi elettronici (che invece di luce, per ingrandire, sparano elusivi elettroni) in tutti i laboratori del mondo. Oggi grazie alla potenza informatica globale, il codice genetico di un virus (primo passo per un vaccino) è scoperto e letto, in men che non si dica, in un posto qualunque del mondo.

Oggi grazie alla potenza e alla velocità dei computer e al cloud, alla connessione in rete dei dati tra migliaia di laboratori, le sequenze per trovare i vaccini sono, ormai, un processo collettivo, il lavoro di un enorme numero di addetti e ricercatori. Non dobbiamo più affidarci alla casualità e alla fortuna di un medico o uno scienziato geniale e solitario, come fu per Pasteur o Koch o Sabin.

Oggi la trasmissibilità, il principio vitale del virus, è contrastabile con la chiusura di ogni via di contatto possibile anche grazie alla facilità di poterci isolare nelle nostre case: villaggio globale, connesse in rete, sempre in contatto visibile, remoto, attivo col mondo. Stare chiusi in casa nell’800 significava, per molti soggetti, compromettere l’esistenza e la vita.

Oggi, con la telematica, il Gps, le applicazioni di localizzazione, possiamo meglio tracciare i contagiati. Aiutarli ad isolarsi. E bloccarne l’inconsapevole diffusione del contagio.

Oggi, infine, con la potenza di fuoco della tecnologia sanitaria, il Big Pharma tanto temuto dai populisti incompetenti, che maneggia migliaia di dati e di principi attivi, Informazioni chimiche e biologiche conservate in potentissimi server in rete, trovare un farmaco ( oltre i vaccini) che curi le patologie virali non è più affidato alla fortuna o alla genialità di un medico e ricercatore artigiano. E’ una catena di produzione scientifica diffusa globalmente.

La vera diversità, nella storia dei rapporti tra l’umanità e i virus patogeni è, dunque, la nostra tecnologia. E pensare che ci sono, ancora, imbecilli diffidenti della tecnologia, delle possibilità che essa schiude. Sono sciamani, primitivi, creduloni che vedono complotti, trame orwelliane da “grande fratello” ovunque il progresso tecnologico ci dà armi in più per migliorarci e difenderci.

Sono come noi, la mia generazione, da bambini: guardavamo alle prime sonde dell’uomo nello spazio facendo volare la fantasia ingenua, immaginando sonde di alieni e mostri improbabili che ci invadevano. Fantascienza da iniziati.

I nostri figli dinanzi ad un app informatica non sognano mostruosità. Loro, nativi telematici, dialogano meglio col progresso: meno atterriti.

Teniamoci stretti la nostra modernità tecnologica. Ci salverà.

Umberto Minopoli
Umberto Minopoli
minopoli@perfondazione.eu

Presidente dell'Associazione Italiana Nucleare. Scrive per Libertà Eguale e per il Foglio. Ha lavorato nel Gruppo Finmeccanica e in Ansaldo nucleare. Capo della Segreteria Tecnica del Ministro delle Attività Produttive tra il 1996 e il 1999. Capo della Segreteria Tecnica del Ministro dei Trasporti dal 1999 al 2001. Consigliere del Ministro dello Sviluppo Economico per le politiche industriali tra il 2006 e il 2009.

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