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Il Parlamento non sia assente durante la pandemia

di Carlo Melzi d’Eril* e Giulio Enea Vigevani**

 

Le condizioni di emergenza comportano limitazioni ai diritti ma anche deroghe nei rapporti tra gli organi istituzionali. L’esigenza di assumere decisioni rapide sposta gli equilibri verso il Governo, più in grado di intervenire con strumenti quali il decreto legge o, addirittura, con norme secondarie che escludono ogni passaggio parlamentare, come gli ormai celebri DPCM.

Ciò non significa, però, che il Parlamento debba abdicare alle sue funzioni: proprio nelle situazioni più delicate, diviene centrale il ruolo di controllore dei comportamenti dell’esecutivo, perché non diventino arbitrari. Del resto, il controllo politico-istituzionale è l’unico di qualche forza, poiché quello giudiziario in una situazione di emergenza di solito serve a poco.

Non a caso, la nostra Costituzione esalta il ruolo delle Camere nelle situazioni eccezionali. È il Parlamento che delibera lo stato di guerra, attribuendo al Governo i “poteri necessari” (e non “i pieni poteri”). Nella stessa logica, senza una rapida conversione delle Camere, i decreti legge adottati dal Governo in casi straordinari di necessità e di urgenza perdono efficacia sin dall’inizio. Insomma, la democrazia non è sospesa, nemmeno nei frangenti più terribili.

Così, crea un certo sconcerto il comunicato del Presidente della Camera del 5 marzo, secondo cui l’aula sarà convocata solo il mercoledì, per l’esame di atti indifferibili e urgenti. E lo sconcerto aumenta nel vedere mercoledì scorso le Camere, a ranghi ridotti, approvare in tutta fretta l’autorizzazione alle nuove spese per fronteggiare l’epidemia. Per il resto, la fabbrica delle leggi chiude, per motivi sanitari, come qualsiasi industria non essenziale in questa drammatica contingenza.

Non si vuole certo disconoscere le ragioni di sanità che hanno determinato questa serrata. Crediamo tuttavia che l’istituzione debba funzionare e far sentire la sua voce “sette giorni su sette”, nei modi che garantiscano la massima sicurezza. Davanti all’emergenza, creiamo si debba, non solo si possa, dar vita a un diritto parlamentare dell’emergenza, temporaneo e con regole condivise da tutti i gruppi. Discutere e approvare le leggi “a distanza” sarebbe possibile con l’introduzione in via eccezionale del voto telematico. Le commissioni potrebbero riunirsi in remoto almeno per esaminare i decreti e, con un po’ di fantasia, forme di smart working sono immaginabili per le altre attività delle Camere. Altrettanto significativa potrebbe essere la trasmissione sui media di una seduta parlamentare, sia pure “da remoto”, con un serio dibattito sulle prospettive di breve e lungo periodo del paese.

Proprio nei momenti di richiesta di massima protezione, in uno Stato autenticamente democratico il Parlamento dovrebbe onorare la funzione di rappresentanza della nazione, di legame tra popolo e potere. E dovrebbe ricoprire quel ruolo storico di garante delle libertà dei cittadini, a massimo rischio di essere offuscate.

La storia insegna che, senza controllo delle Camere, le decisioni del potere sono state eccessivamente lesive dei diritti. Così, nella prima guerra mondiale, l’aver lasciato ogni leva a re, governo e stato maggiore, emarginando il Parlamento e le parti meno interventiste, ha condotto a restrizioni durissime e poco giustificate delle libertà, oltre che a disastri militari.

Il Parlamento quindi non abdichi, non sia assente, soprattutto ora che è essenziale per la democrazia.

 

*Carlo Melzi d’Eril è avvocato e collabora con la Facoltà di giurisprudenza di Milano-Bicocca e con la Scuola di specializzazione nelle professioni forensi dell’Università di Pavia e dell’Università Bocconi

**Giulio Enea Vigevani è professore di diritto costituzionale e di diritto dell’informazione al Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Milano-Bicocca

 

(Pubblicato su Il Sole 24 Ore Domenica del 15 marzo)

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