Il Pci restò comunista, anche dopo il cambio del nome. Veca lo capì - Fondazione PER
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Il Pci restò comunista, anche dopo il cambio del nome. Veca lo capì

di Giovanni Cominelli

 

Scrivere di Salvatore significa raccontare una di quelle micro-storie, che, composte a mosaico con altre, restituiscono la Storia di un paese. E’ necessario raccontare, non solo per conferire un senso alle biografie individuali – il conferimento di senso è un mestiere che tocca a ciascuno, dall’interno, per la propria personale ricerca di senso e per la propria “salvezza” –  ma, soprattutto, per offrire alle generazioni che arrivano dietro alla nostra gli elementi dell’autocoscienza storica per collocarsi nel mondo, che sono indispensabili per fare politica. Sottrarsi alla dittatura del presente e sollevare la testa per guardare indietro è la premessa obbligata per guardare in avanti, è la condizione per una politica intelligente, capace di “guardare dentro” gli eventi che si annunciano e cercare di determinarne la direzione. Questo, d’altronde, è il senso della politica e della sua ricorrente, necessaria, feconda illusione.

Di tale illusione erano traboccanti gli anni ’60, all’Università statale di Milano e non solo. La Statale di Milano, all’epoca, era un pulsante laboratorio a cielo aperto, senza tetto di protezione. A Filosofia teoretica Enzo Paci, a Filosofia morale Remo Cantoni, – a Storia della Filosofia Mario Dal Pra, a Filosofia della Scienza Ludovico Geymonat, a Storia moderna Marino Berengo, a Psicologia Cesare Musatti… Ci erano appena passati Gillo Dorfles, morto nel 2018 alla soglia dei 108 anni, e Dino Formaggio…

Il marxismo, nelle sue più varie sfumature, era dominante. Il più marxiano-dialettico era quello di Mario Dal Pra, più dellavolpiano quello di Geymonat. Quello di Enzo Paci era più light, più umanistico. “Essere radicali – citava spesso da Marx – significa andare alla radice. Ora, la radice è l’uomo stesso”. La fenomenologia husserliana, cui Paci aveva dedicato più di un libro, era stata presa e trasformata da lui in una riflessione meno epistemologizzante e più aperta al marxismo. Il testo più organico si deve considerare “Funzione delle Scienze e significato dell’uomo”, edito dal Saggiatore nel 1963. La parte terza era dedicata specificatamente a “Fenomenologia e marxismo”, nella quale si tentava un rovesciamento umanistico di quel “Soviet marxism” cui  Herbert Marcuse aveva dedicato il libro omonimo del 1958, con sottotitolo “A Critical Analysis”. In questa temperie, la Fenomenologia cessava di essere “un sistema” per diventare una sorta di crocevia culturale, dal quale partivano strade nelle più diverse e opposte direzioni. La Rivista “Aut Aut”, fondata nel 1951 da Enzo Paci – tuttora attiva sotto la direzione di Pier Aldo Rovatti – era il luogo di condensazione teorica di tale crocevia. Le lezioni di Paci attiravano un sacco di giovani, ma anche di aficionados urbani, signore eleganti e pensionati, che venivano ad ascoltare le brillanti conversazioni filosofiche, dense e scoppiettanti di riferimenti storico-culturali interdisciplinari. E fu così che Salvatore Veca, già iscritto alla Facoltà di Lettere, decise di passare a Filosofia. Argomento della sua tesi di laurea, poi trasformata in libro dal titolo: “Fondazione e modalità in Kant”, fu quello delle tre categorie della modalità in Kant: possibilità, esistenza, necessità. Queste categorie sono le meno aristoteliche tra le dodici categorie della Ragion pura. “Possibilità” ed “esistenza” sono, in effetti, le categorie più inquiete di Kant, che l’esistenzialismo avrebbe preso in prestito, forse inconsapevole, dal kantismo, nella sua versione “neo-“. Quella della “necessità”, invece,  è più hegelo-marxiana. Ad Enzo Paci interessavano tutte e tre. All’esistenzialismo aveva dedicato dei saggi, scritti tra il 1941 e il 1949, raccolti poi nel libro “Il Nulla e il problema dell’uomo”, dedicato a Nicola Abbagnano, filosofo dell’esistenzialismo positivo, che nel 1985 farà l’Assessore alla cultura a Milano. Quanto alla “necessità”, tentava di reinterpretarla, come si è detto, alla luce del primo Marx, quello dei “Manoscritti Economico-filosofici” – che erano stati da poco tradotti e “introdotti” da Norberto Bobbio per l’Editore Einaudi –  e delle interpretazioni umanistiche del marxismo del filosofo del futuro dissenso cecoslovacco Karel Kosik, del polacco Lezlek Kolakowski e della rivista jugoslava Praxis.


Ma la Statale era anche ribollente di politica. Aveva, sì, incominciato la Cattolica nel novembre del 1967, dalla quale era arrivato Mario Capanna, espulso alla fine di quell’anno, ma il fuoco si era esteso a tutte le università, la Statale in primis. Non solo la filosofia, ma anche la politica attraeva. Da qualche tempo si aggirava per i corridoi lo spettro dell’XI Tesi su Feuerbach, nella quale Marx, con lo stile assertivo che gli era proprio, chiedeva ai filosofi di smetterla di speculare sul mondo: “I filosofi hanno finora interpretato il mondo in modi diversi; si tratta ora di trasformarlo”.

Ma Salvatore era più incline a pensare la politica che a farla. Già aveva innervosito Enzo Paci, quando gli aveva chiesto quale legame si potesse mai  istituire tra la fenomenologia e il marxismo. Poi, i rapporti con il Movimento studentesco erano stati cordiali, ma non felicissimi.  Non solo perché la sua generazione si sentiva già “anziana” rispetto alle nuove leve, anche se Capanna è del 1945. Ma anche perché, quando Salvatore aveva partecipato ad una negoziazione con il Movimento, per dare vita a dei “controcorsi”, da affiancare a quelli dei docenti “democratici”, gli era stato risposto che promuovendo i controcorsi il Movimento sarebbe finito. Il fine del Movimento pareva essere appunto solo “fare movimento”. Troppo poco! Come tenere, dunque, insieme l’interesse teoretico con quello politico? Semplice: con la Filosofia… politica. All’epoca in Italia non esisteva un tale ambito epistemologico-disciplinare. La Filosofia politica era inquadrata, accademicamente, come una dépendance della Filosofia del diritto o della Filosofia morale. Vedi Norberto Bobbio.

I discepoli di Paci si trovarono di fronte a un bivio. Qualcuno, come chi scrive, scelse la politica, ovviamente “rivoluzionaria”, qualsiasi cosa volesse dire. Chi scelse la filosofia si divise. Dentro la Redazione di Aut Aut la maggioranza, tra cui lo stesso Maestro e Pier Aldo Rovatti, si buttò sulla filosofia… rivoluzionaria, impregnata di marxismo, in una nuova versione: il “marxismo dei bisogni”, che funse da retroterra per tutto il movimentismo rivoluzionario, che da andava da Potere operaia all’Autonomia operaia al Movimento del ’77 e che lambì pericolosamente la giustificazione del ribellismo armato. Altra cosa dalle BR, si intende! C’entrava piuttosto con la cosiddetta “maturità del comunismo”. Secondo questa teoria, il comunismo stava sbocciando già in alcune aiuole della società civile che il Potere del Capitale teneva rigorosamente segregate e cintate. Pertanto bisognava, come i Levellers cromwelliani abbattere le nuove “enclosures” della legalità borghese. Non avevano esse innescato l’accumulazione capitalistica originaria, descritta da Marx? Sarà Prima linea a interpretare queste tendenze fino alla lotta armata.

Veca era di tutt’altro orientamento. Si trovava davanti un Movimento reale, che era andato a cercare la propria autocoscienza teorica negli archivi del primo Novecento del Movimento operaio, trovando quella crocio-togliattiana troppo moderata e troppo sorda alle istanze del presente. Così si era infilato nel vicolo cieco del marxismo-leninismo-pensiero di Mao. A quel punto Salvatore si era fatto prendere dal sospetto che il marxismo non fosse affatto una teoria della liberazione. Per temperamento, che non è mai solo il prodotto dei geni e della psiche, ma anche della cultura dell’ambiente, Salvatore diffidava delle affermazioni assertive e del fanatismo ideologico, di cui il Movimento era assai spesso portatore. Salvatore aveva passioni, sì, ma a-fanatiche. Pertanto scelse decisamente la Filosofia politica, ma non certo quella ispirata dal marxismo, né da quello classico né dal nuovo “marxismo dei bisogni”, che intrecciava marxismo classico e psicanalisi, secondo la Scuola al di Francoforte.

Del marxismo classico aveva incominciato a discutere i fondamenti categoriali nel saggio “Marx e la critica dell’economia politica” del 1973 e quelli metodologico-epistemologici nel “Saggio sul programma scientifico di Marx” del 1977, influenzato dal dibattito epistemologico anglo-americano di Feyerabend e da Quine.  D’altronde, in quella metà degli anni ’70, si cominciava a parlare e a scrivere di crisi del marxismo. Lucio Colletti aveva pubblicato per Laterza nel 1974 “Intervista politico-filosofica”, mentre Sylos Labini, sempre per la stessa Casa editrice e sempre nel 1974, pubblicava un saggio “Saggio sulle classi sociali”, che demoliva le analisi puramente ideologiche del marxismo ufficiale. Cacciari il 1° gennaio del 1976 se ne usciva con “Krisis. Saggio sulla crisi del pensiero negativo da Nietzsche a Wittgenstein”, che rivalutava il pensiero negativo, sul quale G. Lukacs aveva sparato a zero nel suo “ La distruzione della ragione”.  Nietzsche era stato bollato dal filosofo ungherese come “fondatore dell’irrazionalismo del periodo imperialistico”, mentre Heidegger e Jaspers  erano classificati sotto la categoria del “mercoledì delle ceneri del soggettivismo parassitario”. E così Salvatore ruppe con il marxismo, sia con la versione crocio-gramsciano-togliattiana sia con quella francofortese, che stava all’origine del “marxismo dei bisogni”. In quegli anni il Maestro di Veca diventerà ben presto John Rawls, filosofo politico-morale dell’Università di Harvard. “Theory of Justice” pubblicato nel  1971, sarà tradotto in italiano solo nel 1982, grazie all’iniziativa editoriale di Veca. Non è questo il luogo per dilungarci sulle categorie fondamentali del pensatore americano e sulle elaborazioni che, in quella scia, Salvatore Veca ha offerto alla filosofia politica italiana. Importa qui sottolineare il suo straordinario lavoro teorico, culturale e educativo verso migliaia di ragazzi, condotto controcorrente e quotidianamente per trapiantare nel pensiero politico italiano un pensiero socio-politico radicale nelle premesse e riformista nella prassi. Il PCI si definiva “riformatore” non “riformista”. Quest’ultimo era un epiteto, equivalente a traditore del movimento operaio. O peggio ancora, socialista e craxiano. Veca tradusse riformismo con “migliorismo”, dall’inglese “Meliorism”, una concezione della persona e della società basata sui diritti umani e civili tipici del liberalismo progressista, da conquistare attraverso gli istituti della democrazia, non certo con la dittatura del proletariato né con la democrazia progressiva né con forme contingenti di massimalismo sociale o di estremismo politico.

Il primo scontro ufficiale tra crocio-togliattismo-berlinguerismo e migliorismo ebbe luogo a Milano, al Salone dell’Umanitaria, in un giorno imprecisato – per la mia memoria – del 1981. Sul palco, a rappresentare il PCI, Aldo Tortorella, ala sinistra del centro berlingueriano burocratico, che all’epoca,  e per molti anni a venire, caratterizzò anche  la Federazione del PCI, prima e dopo il 1989. Al microfono, Salvatore Veca.  Lo scontro fu gentile, ma netto. Di lì in avanti, anche grazie all’impegno culturale della Casa della Cultura, diretta dal giovane Sergio Scalpelli, il migliorismo teorico diventerà il retroterra intellettuale di una parte almeno della corrente riformista, socialdemocratica e poi liberal dentro il PCI, che proveniva dalla corrente amendoliana, di cui leader riconosciuto era diventato Giorgio Napolitano. Da allora i riformisti avrebbero incominciato a sentirsi apostrofare come “miglioristi”, non senza una punta di disprezzo intellettuale e morale, da parte dei “pensatori” dell’Istituto Gramsci e dei dirigenti politici del PCI. Quella coltivazione del migliorismo approdò al “Progetto ‘89. Tre saggi su libertà, eguaglianza, fraternità, Milano, Il Saggiatore, 1989”, dove, insieme ad Alberto Martinelli e a Michele Salvati, Veca pose le basi culturali del passaggio dal PCI all’attuale Partito democratico. Quando, alla fine del 1990, venne fondato da Gianni Cervetti, esponente di primo piano del gruppo dirigente nazionale del PCI, il Centro di Iniziativa Riformista di Milano, Salvatore Veca ne divenne un interlocutore ordinario. E continuò ad esserlo anche per “I Democratici”, la Rivista mensile fondata a Milano nel 1995. 

Tentare di trapiantare le categorie di Rawls sul terreno arido della cultura della sinistra italiana fortemente segnata dal gentilianesimo – lo stesso Enzo Paci era nato come gentiliano – dal crocianesimo e dal gramscismo reinterpretato crocianamente da Togliatti, è stata un’impresa “impossibile”. A proposito della quale, nel suo “Prove di autoritratto” Salvatore ha confessato di essere stato vittima di un abbaglio, che in molti abbiamo condiviso: che il PCI non fosse più comunista se non per nome e per inerzia, ma che fosse già realmente un partito socialista-socialdemocratico. Per un verso, questo ha portato a sottovalutare il travaglio del tentativo di Craxi-Martelli e Covatta e di Mondoperaio di rifondare culturalmente il PSI e, per un altro, a illudersi sulla possibile trasformazione del PCI stesso. Il PCI era ed ha continuato ad essere comunista, anche dopo il cambio del nome. Per un attimo anche Veca ha pensato di poter funzionare come nuovo intellettuale organico, pur respingendo teoricamente quella modalità di esercizio della funzione intellettuale, proprio perché profondamente convinto che l’intellettuale non esporta una coscienza superiore nella sinistra, come pretendeva Lenin, ma più modestamente offre gli strumenti concettuali per decifrare il mondo. Il quale, in tanto può essere cambiato, in quanto, in primo luogo deve essere interpretato.

In ogni caso, poi, Salvatore Veca non ha disdegnato la politica, non solo come impegno culturale e teorico, ma anche come prassi. Accettò di presentarsi alle elezioni comunali nel 1992, quando divenne sindaco Giampiero Borghini. Eletto come indipendente, dovette constatare di persona “l’impotenza” della politica e tornò a dedicarsi, disilluso, al suo mestiere, dopo quattro mesi.

Negli ultimi anni, ha preso atto, come molti di noi, che costruire una sinistra socialista-liberale, una sinistra riformista di governo è un’impresa ardua e per ora con esiti decisamente minoritari. Giacché l’insorgenza populista non si è limitata a lambire la sinistra, è nata, ab origine, dal suo interno, con ciò piegando e facendo arretrare l’intera sua cultura politica.

Ma Salvatore Veca non ha perso tempo più di tanto a dolersene. Ha intensificato il suo lavoro intellettuale nell’Università e nella società civile, senza rintanarsi nell’Accademia.

Così la lavorato sui temi della transizione ecologica, fin da quando è entrato nella Commissione preparatoria di Expo 2015 a Milano. Così, nel 2016, ha preso nettamente posizione sul Referendum proposto da Renzi: “L’alternativa a questa riforma è che tutto resti com’è. Come si fa ad essere soddisfatti che tutto sia sistematicamente inceppato e non in grado di rispondere ai problemi anche drammatici che stiamo vivendo? Per 30 anni si è tentato inutilmente di cambiare, modificando la seconda parte della Costituzione, poiché la prima parte è rigida ed è giusto che rimanga intonsa, ora finalmente siamo vicini al traguardo e vogliamo buttare tutto all’aria?…L’equità sociale è uno dei più importanti obiettivi di una politica di centrosinistra e questa riforma è un mezzo efficace per cercare di intervenire, perseguendo una società meno indecente. C’è tanta sofferenza sociale nel Paese, tanta iniquità come ripete spesso Papa Francesco. Credo che la possibilità di un’azione di governo più efficace che questa riforma consentirà, renderà possibile interventi più mirati verso una maggiore giustizia sociale.”.

Dopo la sconfitta referendaria, ha continuato a combattere, fino alla fine, avendo appreso dalle sue intense frequentazioni del miglior pensiero anglo-sassone che l’intellettuale non è il Mosè che conduce verso la Terra promessa e verso l’uomo nuovo. Non esistono né l’una né l’altro. Però può essere il roveto ardente, che continua a bruciare, senza consumarsi, assumendosi le responsabilità del presente per tenere insieme faticosamente la convivenza imperfetta degli uomini.

Come ripetevamo, non senza autoironia, molto tempo fa nei corridoi della Statale, “Ce n’est q’un début, continuons le combat!”.

E pazienza se il “début” sta diventando più lungo della generazione che lo ha incominciato.

Giovanni Cominelli
cominelli@perfondazione.eu

E’ stato consigliere comunale a Milano e consigliere regionale in Lombardia, responsabile scuola di Pci, Pds, Ds in Lombardia e membro della Commissione nazionale scuola, membro del Comitato tecnico scientifico dell’Invalsi e del CdA dell’Indire. Ha collaborato con Tempi, il Riformista, il Foglio, l’ Avvenire, Sole 24 Ore. Scrive su Nuova secondaria ed è editorialista politico di www.santalessandro.org, settimanale on line della Diocesi di Bergamo. Ha scritto “La caduta del vento leggero”, Guerini 2008, “La scuola è finita…forse”, Guerini 2009, “Scuola: rompere il muro fra aula e vita”, BQ 2016 ed ha curato “Che fine ha fatto il ’68. Fu vera gloria?”, Guerini 2018.

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