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Il Piano Mattei non basta, l’Africa è un continente complesso

di Alessandro Maran
Lunedì prossimo, al Senato, si terrà il vertice internazionale Italia-Africa fortemente voluto da Giorgia Meloni. “Si sposa l’Africa”, direbbe Paolo Conte (il brano del cantautore piemontese, ha scritto Massimo Vitali, porta infatti con sé “lo stesso stupore di ritrovare per caso un vecchio amico che ha detto esco a prendere le sigarette e non si è visto più”: 👉 https://youtu.be/uQ5aTMNU9rY?si=01VBTN748fRUoJlO).
Si tratta di un vertice ambizioso (saranno presenti, riferisce il Corriere della Sera, 23 fra capi di Stato e di governo africani e 57 delegazioni: 👉 https://www.corriere.it/…/vertice-italia-africa-roma-23…) nell’ambio del quale dovrebbe essere illustrato il “Piano Mattei”. Ma, come scrive oggi Claudio Cerasa, «in quell’occasione, verrà ricordato, anche alle anime più riottose del governo, che per governare l’immigrazione non occorre alzare muri, non occorre chiudere porti, non occorre giocare con il cattivismo, ma occorre imboccare una strada poco amata dai teorici del nazionalismo: chiedere una mano all’Europa per governare il fenomeno, che evidentemente non si può “fermare”, e occuparsi di governare i flussi concentrandosi un po’ meno sui luoghi di arrivo, “chiudere i porti”, e un po’ più sui luoghi di partenza»
Per capirci, cinque anni fa, alle europee, la Lega ottenne risultati da sballo (33 per cento) puntando sulla linea dura sull’immigrazione (porti chiusi, con processi conseguenti). Oggi, invece, alla vigilia delle europee, la linea scelta da Meloni va in una direzione del tutto diversa. Ovviamente, vedremo in che senso e se il governo riuscirà a “rendere il Piano Mattei qualcosa di più concreto di una incomprensibile chimera”.
📚 Resta il fatto che l’Italia si candida a diventare un ponte tra l’UE e l’Africa. Raccomando perciò un libro pungente e divertente, che ci costringe a riconsiderare quasi tutto quello che pensiamo di sapere sull’Africa: “Africa Is Not A Country” di Dipo Faloyin, senior editor di VICE magazine (👉 https://www.amazon.com/Africa-Is-Not-a-Country/dp/1787302962).
Si tratta un ritratto spumeggiante dell’Africa moderna che vuole rompere gli stereotipi e raccontare una storia più completa. Il più delle volte l’Africa viene rappresentata in modo semplicistico ed esclusivamente come un arido paesaggio rosso afflitto dalla miseria, da guerre, carestie, crisi politiche e scontri etnici; e il più delle volte si parla dell’Africa come se fosse un unico grande Paese: in realtà è formata da 54 diversi Stati; e ognuno di loro ha una propria cultura, propri costumi, lingua, ambiente naturale, sistema politico, sistema monetario, moneta, inno nazionale e una sua identità. In tutto il continente si parlano tra le 1500 e le 2000 lingue e moltissimi dialetti derivati. Spesso accade anche che la lingua ufficiale di un Paese non sia la lingua più parlata dalla popolazione. In Africa ci sono anche più di 3000 gruppi etnici ed una grande varietà di religioni (dal Cristianesimo all’Islam, dal Giudaesimo all’Induismo e agli specifici culti tradizionali di diverse comunità). Definendo l’Africa come un unico grande Paese si cade nella trappola costruita dai media che la dipingono come una regione con una singola grande storia comune. Dipo Faloyin cerca di correggere l’errore e perciò nel libro analizza l’eredità coloniale di ciascun paese ed esplora una vasta gamma di temi, dalla cronaca della vita urbana di Lagos alla vivace rivalità nell’Africa occidentale su chi produce il miglior riso Jollof, fino alla storia della democrazia in sette dittature e al pericolo che possono rappresentare gli stereotipi nella cultura popolare.
Dunque, l’Africa è un continente vario, complesso e contraddittorio. Due esempi di questi giorni.
🇨🇬 Primo esempio. Dopo che il presidente della Repubblica Democratica del Congo Félix Tshisekedi è stato rieletto a dicembre, due articoli di questi giorni presentano punti di vista molto diversi sul voto e sulle sue conseguenze. Su The New York Review of Books, Nicolas Niarchos si concentra sulle irregolarità nel voto, sulla violenza e sulle proteste dei candidati contrapposti, descrivendo le elezioni – e i loro risultati – come inaffidabili. “Ancora una volta il popolo congolese si trova intrappolato tra élite in conflitto, e ancora una volta le sue istituzioni li hanno delusi”, scrive Niarchos. “Più devono confrontarsi con il cinismo dei loro politici, più è probabile che diventino cinici. La corruzione e la violenza continueranno ad essere date per scontate in tutto il Paese e regnerà l’impunità. Se Tshisekedi ha effettivamente vinto, l’autorità elettorale nazionale deve mostrare al mondo come ha vinto regolarmente. Ma ai cleptocrati è permesso di monopolizzare il potere illegalmente e nell’ombra, è improbabile che le ferite che il Congo ha subito durante decenni di colonizzazione e di guerra si rimarginino” (👉 https://www.nybooks.com/…/01/16/a-simulacrum-of-elections/).
Su Foreign Affairs, Mvemba Phezo Dizolele e Pascal Kambale evidenziano invece i segni di salute democratica. “I difetti delle elezioni non dovrebbero oscurare il fatto che non sono state caratterizzate dal grado di violenza che ha caratterizzato le competizioni passate”, scrivono. “In una democrazia fragile e flagellata dai conflitti, le elezioni possono cristallizzare gli antagonismi; la pace o la violenza durante un’elezione riflettono la natura della partecipazione politica e possono servire da prisma attraverso il quale comprendere il progresso degli sforzi di costruzione della nazione. Sebbene ci siano state alcune irregolarità nei conteggi ufficiali, gli elettori sembra abbiano davvero sostenuto Tshisekedi, un risultato insolito per un elettorato che in genere cerca di spodestare il presidente in carica. Nonostante molte delusioni, il popolo congolese continua ad abbracciare il processo democratico. Ora Tshisekedi deve premiare questa fiducia realizzando progressi reali sui problemi più assillanti del Paese, tra cui la persistente insicurezza nella parte orientale del Paese e la sensazione di alcune regioni di essere ancora messe da parte nel progetto di costruzione della nazione” (👉 https://www.foreignaffairs.com/…/congos-least-bad…).
🇸🇳 Secondo esempio. Martedì scorso, su Il Foglio, Cecilia Sala è tornata a parlare della “Srebrenica africana” in Sudan e ci ha ricordato che Il Darfur del 2023 assomiglia a quello, rimasto impunito, del 2003: stupri etnici e diecimila fucilati (👉 https://www.ilfoglio.it/…/la-srebrenica-africana-in…/).
Che la cosa continui a non fare notizia, non deve sorprendere. Perché i fenomeni che dal Maghreb al Sudafrica attraversano l’intero territorio africano normalmente passano inosservati e sono considerati con allarme solo quando arrivano a toccare (o anche solo a sfiorare) l’Europa e in particolare l’Italia.
Ma per diventare davvero un ponte tra l’UE e l’Africa, bisogna cambiare registro. Non è un caso, ironizza Cerasa, che un governo guidato da politici che per molto tempo hanno flirtato con i sentimenti xenofobi, “ora si ritrova non solo a combattere gli istinti sovranisti del suo stesso governo ma anche a sostenere agli Oscar un film come quello di Matteo Garrone nato per denunciare anche gli orrori portati avanti dai professionisti della xenofobia”. Insomma, da tempo, per tornare a Paolo Conte, dovremmo avere smesso di cercare l’Africa in giardino, tra l’oleandro e il baobab.
Alessandro Maran
maran@perfondazione.eu

Già senatore del Partito democratico, membro della Commissione Esteri e della Commissione Politiche Ue, fa parte della presidenza di Libertàeguale. Parlamentare dal 2001 al 2018, è stato segretario regionale dei Ds del Friuli Venezia Giulia.

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