Il Recovery Fund è l’alba della nuova Europa | Fondazione PER
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Il Recovery Fund è l’alba della nuova Europa

di Vittorio Ferla

 

“Deal!”: il vittorioso tweet di Charles Michel, il presidente del Consiglio europeo, risuona nel silenzio dell’alba del 21 luglio, quando l’Europa si sveglia in una nuova era. Per la prima volta nella storia, infatti, l’Ue può contare su un debito e una politica fiscale comuni. Con una serie di numeri che sembravano improbabili fino a qualche mese fa. L’accordo storico – non solo per la durata: 90 ore per 4 giorni e 4 notti, dal 18 al 21 luglio – prevede 750 miliardi per il Recovery Fund. Di questi, 390 saranno erogati a fondo perduto (312,5 per gli Stati membri e 77,5 per bilancio Ue) e 360 in forma di prestiti.

Tuttavia, anche questi numeri nascondono qualche ombra. Per esempio, 390 è la cifra “psicologica” necessaria per convincere i paesi “frugali” che ritenevano eccessivi i 400 miliardi ipotizzati in partenza. I programmi della Commissione Ue hanno subito una drastica sforbiciata: “solo” 77,5 miliardi (rispetto ai 190 auspicati) portano, tra le altre cose, all’azzeramento della dotazione per il nuovo programma transfrontaliero per la sanità, a dispetto della crisi pandemica vissuta dai servizi sanitari dei paesi membri. Inoltre, la riduzione del budget mina le aspettative della Commissione e del Parlamento sulle politiche ambientali: per accontentare le richieste dei singoli stati, l’Europa rimanda il Green Deal e riduce i fondi per la ricerca e la coesione. “È increscioso”: reagisce Ursula von der Leyen, commentando la decisione. A ciò si aggiunga che il bilancio 2021-27 dell’Ue sarà pari a 1.074 miliardi in sette anni: una dimensione quasi pari a quella del bilancio della sola Danimarca. Davvero pochino. La Commissione non è stata accontentata nemmeno sulla capacità fiscale: l’unica risorsa propria deriverà dalla tassa sulla plastica, attiva dal 2021. Per carbon tax e digital tax – da applicare, forse, nel 2023 – la Commissione farà nuove proposte. Nonostante questi stop, l’Europa compie un salto in lungo da record. E silenzia le sirene nazionaliste e sovraniste, già stordite dal voto per il Parlamento europeo dell’anno scorso.

Bisogna sempre ricordare, infatti, che i 750 miliardi del Recovery Fund si aggiungono ai 240 miliardi già stanziati dal nuovo Mes, tradotto in credito privilegiato per la ristrutturazione dei sistemi sanitari dopo la crisi da Covid-19; ai 100 miliardi del programma Sure, misura anticiclica per la tutela dei lavoratori disoccupati; ai 200 miliardi della Bei, volti al rafforzamento delle imprese; infine, ai 1.350 miliardi del piano di Quantitative Easing della Bce per l’acquisto di debito.

Ecco perché il 2021 sarà una pietra miliare per lo sviluppo dell’Unione. “Questo accordo sarà visto come un momento cardine nella storia dell’Europa”, osserva il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel.

Di chi è il merito di questo successo? Sicuramente del rinnovato asse franco-tedesco. In primo luogo, Angela Merkel, il cui peso politico è oggi enorme. Dopo 20 anni di rigore, forte della solidità costruita in questi anni, la Merkel sta facendo della Germania il pilastro della nuova edificazione dell’Ue. L’altro protagonista, un po’ più defilato, è Emmanuel Macron. Il presidente francese è arrivato indebolito all’appuntamento, ma nessuno può dimenticare che c’è lui alla base della visione della nuova Europa (ricordate lo storico discorso della Sorbona del 2017?) e che c’è sempre lui alla base di alcuni dei compromessi (per esempio, con Orban) che hanno favorito l’accordo. La magnifica coppia Merkel-Macron ha saputo conciliare le domande di solidarietà dei paesi mediterranei (bagnando le polveri del populismo italiano, tuttavia) con le pretese di rigore dei paesi nordici. Ai primi vanno sussidi e prestiti. Ma i secondi (guidati dall’olandese Rutte) ottengono il “super freno di emergenza”: se i paesi beneficiari non faranno le riforme – sulla base delle raccomandazioni specifiche della Commissione – un qualsiasi Stato membro potrà bloccare l’erogazione dei fondi con istanza al Consiglio europeo, dove i capi di Stato e di governo decidono per consenso. Inoltre, i paesi frugali – Olanda, Svezia, Austria e Danimarca – ottengono un aumento delle quote dei cosiddetti rebates, ovvero gli sconti per i maggiori contributori netti (sul modello di quello ottenuto dalla Thatcher per il Regno Unito negli anni ’80).

E l’Italia? Grazie alle risorse di Germania, Francia, Paesi Bassi e altri frugali, l’Italia passerà da contributore a beneficiario netto dell’Ue. Addirittura, i fondi per il nostro paese cresceranno grazie all’aumento dei prestiti (da 90,9 miliardi a 127,4). Conte si prepara a raccogliere in patria gli applausi concessi a chi torna con le tasche ricolme. Ma l’Italia del piagnisteo, che chiede soldi senza dare garanzia di spenderli in modo sensato, lascia dietro di sé una scia di sospetti negli altri paesi membri. Toccherà al governo dimostrare, nei prossimi mesi, che si tratta di giudizi infondati.

 

 

 

Vittorio Ferla
Vittorio Ferla
vittorinoferla@gmail.com

Giornalista, direttore di Libertà Eguale e della Fondazione PER. Collaboratore de ‘Linkiesta’ e de 'Il Riformista', si è occupato di comunicazione e media relations presso l’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale del Lazio. Direttore responsabile di Labsus, è stato componente della Direzione nazionale di Cittadinanzattiva dal 2000 al 2016 e, precedentemente, vicepresidente nazionale della Fuci. Ha collaborato con Cristiano sociali news, L’Unità, Il Sole 24 Ore, Europa, Critica Liberale e Democratica. Ha curato il volume “Riformisti. L’Italia che cambia e la nuova sovranità dell’Europa” (Rubbettino 2018).

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