Il senso della visita di Zelensky? America is back! - Fondazione PER
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Il senso della visita di Zelensky? America is back!

di Vittorio Ferla

 

La visita di Volodymyr Zelensky a Washington ha una portata storica innegabile. Fino ad oggi il presidente ucraino ha saputo maneggiare gli strumenti della comunicazione con la rara maestria che gli deriva dal suo passato di attore e uomo di spettacolo. Ma lo ha fatto sempre dal suo bunker di Kiev, minacciato dai bombardamenti russi, mostrando con la sua resistenza di rappresentare fino in fondo il sentimento del suo popolo. Pur costretto in una sorta di cattività richiesta dalla guerra, Zelensky si è più volte collegato da remoto con i parlamenti nazionali dei più importanti stati europei e mondiali e con le assemblee delle più importanti organizzazioni internazionali, dall’Onu alla Nato al G7. La domanda di libertà e di democrazia che viene dall’Ucraina ha così imperversato sugli schermi dei leader di tutto il mondo. Questa volta è diverso. Finalmente il presidente ucraino abbandona per poche ore la sua tana di Kiev. Per la prima volta dall’inizio dell’invasione russa lascia il suo paese. E lo fa per raggiungere una meta precisa: l’America. Oggi a Washington si svolge una scena epocale. Da un lato, c’è l’eroe della resistenza contro il neofascismo post-sovietico di Vladimir Putin, un testimone della libertà che la stampa internazionale, dal Time al Financial Times, ha eletto persona dell’anno. Dall’altro lato, c’è il presidente della più grande democrazia del mondo, richiamata come punto di riferimento di chi lotta per la liberazione dei popoli dalla dittatura e per la democrazia, proprio come sta succedendo in Ucraina e in Iran. Proprio ciò che fa imbestialire Vladimir Putin. Potremmo dire, parafrasando la massima di Archimede, che oggi la distanza più breve tra i due punti della democrazia – quella consolidata e quella desiderata – è data dalla linea retta che unisce l’impegno di questi due presidenti, così lontani e diversi, eppure così vicini.

Tutto ciò non era affatto scontato. In primo luogo perché, all’indomani dell’invasione, Zelensky avrebbe potuto accettare l’offerta degli Usa e scegliere la fuga dal proprio paese. Non lo ha fatto: ed è stato questo l’inizio della sconfitta morale e politica di Putin. In secondo luogo perché l’America avrebbe potuto voltarsi dall’altra parte, come ha fatto diverse volte negli ultimi anni, per esempio in Siria e in Afghanistan. Non lo ha fatto: ed è stato l’inizio della vittoria morale e politica dell’Ucraina (e pure dell’Europa).

Il sostegno statunitense non è mai mancato. Non a caso. Fin dalla campagna per le elezioni presidenziali, Joe Biden aveva annunciato che la politica americana sarebbe cambiata. L’obiettivo era quello di riprendere quella funzione di leadership globale che Donald Trump aveva abbandonato. Il magnate di New York aveva sposato una linea isolazionista: attenzione all’economia nazionale, disimpegno rispetto agli obblighi assunti nelle sedi internazionali, insofferenza verso gli alleati europei invitati a fare da soli, affinità elettive con i movimenti sovranisti e nazionalisti e perfino simpatia per alcuni dittatori come Vladimir Putin e Kim Jong-un.

Joe Biden capovolge questa impostazione. L’anno scorso, nel suo discorso dei cento giorni al Congresso, Biden lancia un messaggio a Putin e Xi: “Non vogliamo conflitti o escalation”. E ricorda che “la democrazia è l’essenza degli Stati Uniti e gli autocrati non vinceranno”. La sfida emergente di questa fase storica è quella tra democrazie e autocrazie. Nel suo disegno gli Usa devono tornare ad essere il perno delle alleanze tra i paesi del ‘mondo libero’. La fuga disonorevole delle truppe americane dall’Afghanistan nel 2021 sembra rinnegare questo disegno. Ma è soltanto una distorsione ottica. Non solo perché l’accordo storico per il ritiro dell’esercito a stelle e strisce era già stato sottoscritto con i talebani da Donald Trump. Ma soprattutto per il fatto che Joe Biden sa che le nuove minacce all’esistenza dell’ordine liberale non provengono più dal mondo islamico come all’inizio del secolo, bensì da altri focolai di crisi: in primo luogo la Cina, che ha oggi l’obiettivo di aumentare la sua egemonia globale a scapito delle conquiste occidentali in materia di diritti civili, sociali e politici. La dimostrazione di questa nuova strategia si legge oggi nell’impegno americano in Ucraina. Nulla a che vedere con le presunte mire espansionistiche della Nato che esistono solo nella mitologia paranoica di Putin (e nei pregiudizi ideologici dei suoi seguaci in Italia). Bensì la prospettiva di difendere la democrazia dall’assalto dei suoi nemici giurati.

E dire che, fin dal suo esordio come candidato, Joe Biden sembra uno dei presidenti più sottovalutati della storia recente degli Stati Uniti. Anziano, impacciato e spesso poco lucido, al punto che Donald Trump gli affibbia un nomignolo ingiurioso: Sleepy Joe. Ma nei suoi primi due anni di presidenza, Biden evidenzia una tempra umana e una abilità politica che in pochi avevano previsto. E fa approvare alcune delle riforme economiche e sociali più grandi e ambiziose degli ultimi decenni, che per molti ricordano il New Deal di Franklin Delano Roosevelt. Come ricorda il Washington Post, con l’approvazione di quattro grandi programmi di spesa pubblica – l’American Rescue Plan, l’Infrastructure Investment and Jobs Act, il Chips and Science Act e l’Inflation Reduction Act – il presidente Biden ha dato il via a una vera e propria rivoluzione della politica economica dalla quale gli Stati Uniti potrebbero ripartire molto più forti che nel recente passato. Un programma tanto ambizioso da spazzar via la fama dei suoi recenti predecessori.

Ma soprattutto una base economica necessaria per ristabilire il ruolo politico della democrazia americana come punto di riferimento per tutti quei popoli violentati e sottomessi che vedono realizzato negli Usa il sogno della democrazia e del benessere. “America is back!” è la promessa che Joe Biden aveva fatto in campagna elettorale prima ancora di avere la certezza della conquista della Casa Bianca. Il presidente americano ha ripetuto questo slogan quasi ossessivamente nel corso dei suoi primi anni di mandato. Ovviamente, non mancano ombre e contraddizioni in questa promessa, i cui contenuti effettivi sembravano ancora evanescenti fino all’inizio di quest’anno. La storia recente si è poi incaricata di dare realizzazione all’annuncio di Biden. Subito dopo l’invasione russa dell’Ucraina, il presidente americano ha ispirato e guidato la coalizione di paesi europei e anglosassoni che ha preso in carico la tragedia dell’Ucraina. Gli Usa sono oggi il paese che ha maggiormente investito in aiuti – anche militari – al governo di Kiev e, dopo l’incontro di Washington con Zelensky, arriveranno nuove risorse (compresi i missili Patriot). L’immediata iniziativa per contrastare l’espansionismo russo funziona come messaggio a quei paesi – prima tra tutti, la Cina – che pensano di risolvere con la forza le dispute territoriali, rigettando il mondo nella follia del 900. Non deve essere un caso se, nel secolo scorso, è proprio un presidente sottovalutato come Harry S. Truman il promotore del nuovo ruolo con il quale gli Usa abbandonano il loro tradizionale isolazionismo politico. Motivando il suo piano di aiuti per la Grecia e la Turchia, nel discorso al Congresso del 12 marzo 1947 Truman dichiara che gli Usa aiuteranno ogni popolo libero a resistere ai tentativi di asservimento, operati da minoranze interne o da potenze straniere. Allora il pericolo era l’Unione Sovietica e la “Dottrina Truman” fu la base di partenza per vincere la guerra fredda. Oggi Joe Biden, presidente sottovalutato, ribadisce quell’impegno e pone le basi per il ritiro della Russia dall’Ucraina (e per costruire uno scudo a difesa di Taiwan contro la Cina). America is back! Il significato della visita di Volodymyr Zelensky è proprio questo.

Vittorio Ferla
vittorinoferla@gmail.com

Giornalista, direttore di Libertà Eguale e della Fondazione PER. Collaboratore de ‘Linkiesta’ e de 'Il Riformista', si è occupato di comunicazione e media relations presso l’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale del Lazio. Direttore responsabile di Labsus, è stato componente della Direzione nazionale di Cittadinanzattiva dal 2000 al 2016 e, precedentemente, vicepresidente nazionale della Fuci. Ha collaborato con Cristiano sociali news, L’Unità, Il Sole 24 Ore, Europa, Critica Liberale e Democratica. Ha curato il volume “Riformisti. L’Italia che cambia e la nuova sovranità dell’Europa” (Rubbettino 2018).

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