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Il sistema elettorale americano è in crisi? Macché, ha funzionato a dovere

di Alessandro Maran

 

Si, certo, non ci sono ancora tutti i risultati, ma come sottolineano gli osservatori più attenti, il sistema elettorale americano ha retto bene. «Dalla prospettiva della gestione delle elezioni, la settimana appena trascorsa è stata un successo sorprendente», hanno scritto sul Wall Street Journal Nathaniel Persily e Charles Stewart III.

Un’enorme massa di schede inviate per posta si è rivelata gestibile e gli scenari da incubo prospettati non si sono materializzati. «Indipendentemente da come ci si possa sentire riguardo al risultato delle elezioni presidenziali americane del 2020, una cosa dovrebbe essere chiara», scrivono su Foreign Affairs Lawrence Norden e Derek Tisler: «Il sistema ha funzionato a dovere».

Il procedimento non è ancora completo. Nuovi conteggi (molte leggi statali li prevedono quando i margini sono troppo stretti) e azioni legali post-elettorali (che non sono insolite nelle competizioni testa a testa, come osservano Norden e Tisler) potrebbero tenere l’America con il fiato sospeso ancora un po’. Si possono poi certo apportare dei miglioramenti. Su Bloomberg, Jonathan Bernstein sostiene che un numero maggiore di stati dovrebbero conteggiare il voto postale prima dell’Election Day, per velocizzare le cose; e Persily e Stewart invitano gli Stati a modificare le tempistiche del conteggio dei voti e del voto per corrispondenza. Ma l’opinione generale è che l’elezione della pandemia in America sia stata gestita con grande abilità.

Com’è evidente a chi segue le elezioni americane attentamente, il voto segue procedure diverse nei diversi Stati. Variano le modalità del voto postale e le tempistiche e variano la registrazione degli elettori e le disposizioni per il riconteggio delle schede. C’è chi, infatti, ritiene che il paese abbia bisogno di una autorità elettorale nazionale per applicare le stesse regole dappertutto. Ma su Bloomberg, Cass Sunstein spiega che il patchwork elettorale dell’America ha le sue radici nella visione di James Madison degli Stati Uniti come di una «compound republic», in cui il potere è fortemente devoluto al controllo locale. Serve anche a difendersi da un presidente in carica che potrebbe stabilire il risultato. «Nel Federalist No.10 – scrive Sunstein – Madison ci ha detto: ‘A nessun individuo è concesso di fungere da giudice in una causa che lo riguardi personalmente, dacché il suo stesso interesse svierebbe senza meno il suo giudizio e, con ogni probabilità, ne comprometterebbe l’integrità’… per quel che riguarda le elezioni nazionali, l’attribuzione dei poteri a funzionari statali è una garanzia decisiva contro la parzialità, la possibilità di usare la propria posizione per garantirsi vantaggi personali, la corruzione. Lo vediamo oggi. Il sistema è lungi dall’essere perfetto, ma sta fornendo, in tempo reale, una certa garanzia di sicurezza per ‘i diritti delle persone’».

Non per caso, il recentissimo libro (che raccomando) di Francesco Clementi e Gianluca Passarelli, «Eleggere il Presidente», che analizza il complesso meccanismo di elezione presidenziale a partire dalla lunga presidenza di Franklin Delano Roosevelt, si concentra su un sistema di elezione che è «espressivo del senso profondo della scelta federalista sulla quale è nato il paese» e porta alla luce la rete di istituzioni «che fanno del presidente, soltanto uno dei nodi, seppure evidentemente cruciale, del sistema politico-istituzionale americano». Un sistema che rimane espressione di quei «poteri separati che condividono il potere» e di quella «ambizione alla quale – come scrisse James Madison – bisogna opporre l’ambizione».

Alessandro Maran
Alessandro Maran
maran@perfondazione.eu

Già senatore del Partito democratico, membro della Commissione Esteri e della Commissione Politiche Ue, fa parte della presidenza di Libertàeguale. Parlamentare dal 2001 al 2018, è stato segretario regionale dei Ds del Friuli Venezia Giulia.

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