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Il sovranista Duda vince per un soffio. La Polonia aperta delle città lo sfida

di Vittorio Ferla

 

Davvero per un soffio, con il 51 per cento dei voti, il conservatore Andrzej Duda viene rieletto per un nuovo mandato di cinque anni alla guida della Polonia. Il suo avversario Rafal Trzaskowski, sindaco liberale ed europeista della capitale Varsavia, si ferma al 49 per cento. Questo il risultato ufficiale comunicato dalla commissione elettorale governativa. Gli osservatori prevedono però strascichi giudiziari: “Ci saranno certamente contestazioni e penso che l’intera questione finirà alla Corte Suprema”, avverte Anna Materska-Sosnowska, politologa dell’Università di Varsavia.

In attesa del superbowl del 3 novembre in America che vedrà la sfida tra Biden e Trump, le presidenziali in Polonia rappresentano uno dei passaggi elettorali fondamentali di questo strano 2020. Non soltanto perché si svolgono nel pieno della pandemia di Covid-19 (che le ha ritardate) e della prima recessione economica (provocata dalla crisi sanitaria) che la Polonia affronta da trent’anni a questa parte, dopo il crollo del comunismo. Ma soprattutto perché il paese baltico è da alcuni anni – insieme con l’Ungheria di Orban – un laboratorio del sovranismo antieuropeo, una ferita populista nel corpo della democrazia liberale. Per la prima volta da anni, grazie al sindaco di Varsavia, una alternativa progressista riprende fiato in uno dei paesi culturalmente più conservatori del continente. Duda aveva vinto il primo turno il 28 giugno con il 43,5 per cento contro ben dieci sfidanti. Trzaskowski, secondo con il 30,4 per cento, è stato capace di raccogliere tutta la protesta. “Rischiando” di vincere.

Durante la campagna elettorale, il presidente uscente Duda, esponente del partito populista Pis – Prawo i Sprawiedliwość (in italiano, Diritto e giustizia), ha cercato di mobilitare la sua base più conservatrice, in gran parte residente nelle aree rurali, con appelli ai valori cattolici tradizionali e la promessa di mantenere politiche nazionalpopolari di assistenza sociale, come l’assegno per i figli e l’abbassamento dell’età pensionabile. Come ricorda Shaun Walker del Guardian “l’agenda politica del partito PiS ha portato la Polonia in rotta di collisione con Bruxelles negli ultimi cinque anni”, mentre l’ong Freedom House ha declassato il paese a “democrazia parzialmente consolidata”. In più, per istigare le pulsioni retrive più profonde delle aree rurali, Duda ha fatto della retorica omofobica una pietra miliare della sua campagna. Ha promesso di “difendere i bambini dall’ideologia Lgbt” in caso di rielezione, ha paragonato l’agenda dei diritti Lgbt al comunismo (in un paese visceralmente cattolico che ha sofferto parecchio il peso della dittatura marxista), ha proposto un emendamento costituzionale per vietare l’adozione alle coppie dello stesso sesso perché si tradurrebbe nella “schiavitù” dei bambini. D’altra parte, spiega Maciej Gdula, sociologo presso l’Università di Varsavia e deputato di sinistra a Cracovia, nello stesso collegio che era stato di Duda e Trzaskowski, “per la tradizione di destra, la gerarchia sociale si basa sull’etnia e sulla ostilità verso le minoranze, siano essi ebrei, migranti musulmani o, come nel caso di questa campagna, membri della comunità Lgbt”. Al centro della grande frattura culturale c’è anche il ruolo controverso della chiesa cattolica nella vita pubblica polacca. “Duda ha fatto delle ostentate dimostrazioni di fede una caratteristica della sua presidenza e gode del sostegno della potente gerarchia ecclesiale della Polonia”, ricorda Christian Davies del Guardian.

Se il governo polacco si sposterà ulteriormente verso posizioni illiberali per indebolire lo stato di diritto, i conflitti con l’Unione europea potrebbero crescere esponenzialmente. Bisogna ricordare infatti che la Commissione europea ha già avviato contro la Polonia diverse procedure di infrazione, tra cui l’articolo 7, per sanzionare le riforme radicali che cercano di limitare l’autonomia della magistratura, nel nome della lotta alla corruzione.

Non è un caso dunque se, approfittando di questo bubbone nel cuore dell’Europa, Donald Trump stia cercando di trasformare il caso polacco in un fattore di caos all’interno dell’Unione europea. Condividendone il linguaggio populista, Duda ha costruito stretti legami con il presidente degli Stati Uniti. In cambio ha ricevuto una spinta elettorale da Trump il mese scorso, quando è diventato il primo leader straniero a visitare la Casa Bianca dopo mesi di blocco del coronavirus. In quell’occasione Trump ha avvertito che alcune delle truppe statunitensi che intende ritirare dalla Germania potrebbero trovare nuova collocazione proprio in Polonia.

Dovremo dunque rassegnarci a questo stato delle cose? Probabilmente no. Sul piano globale, sembra che Trump stia percorrendo la sua parabola discendente, mentre Angela Merkel, approfittando anche del semestre di presidenza europeo, mostra di avere sempre più nelle sue mani le redini del destino dell’Unione. Difficile poi che – grazie anche alla copertura tedesca – la Commissione europea possa ulteriormente tollerare la deriva illiberale della Polonia. Insomma, comincia a tirare una brutta aria per il populismo sovranista, anche quello di marca polacca. Sul piano interno, poi, la vittoria di Duda appare assai risicata. Non soltanto per l’esigua differenza di voti, ma anche perché, alle elezioni parlamentari dello scorso ottobre, il Pis ha ceduto alle opposizioni il Senato. Il governo controlla ancora strettamente la camera bassa, il Sejm, ma il risultato di Rafal Trzaskowski offre una speranza molto concreta per tutti quei polacchi che non hanno alcuna voglia di ingoiare l’amaro cocktail del conservatorismo nazionalista. “Alcuni mesi fa – ricorda Shaun Walker del Guardian – sconfiggere Duda sembrava impossibile. Ma dopo il rinvio del voto di maggio a causa del coronavirus, le distanze si sono costantemente ridotte. Le divisioni di voto tradizionali restano molto evidenti: gli elettori più anziani e residenti in piccole città e villaggi hanno favorito Duda. Trzaskowski fa meglio tra gli elettori dei centri urbani”. Proprio a partire dalle città potrebbe sempre più crescere e rafforzarsi la resistenza di una Polonia liberale, aperta, europea e cosmopolita. Duda, vincitore per un soffio, lo ha già capito.

 

Vittorio Ferla
Vittorio Ferla
vittorinoferla@gmail.com

Giornalista, direttore di Libertà Eguale e della Fondazione PER. Collaboratore de ‘Linkiesta’ e de 'Il Riformista', si è occupato di comunicazione e media relations presso l’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale del Lazio. Direttore responsabile di Labsus, è stato componente della Direzione nazionale di Cittadinanzattiva dal 2000 al 2016 e, precedentemente, vicepresidente nazionale della Fuci. Ha collaborato con Cristiano sociali news, L’Unità, Il Sole 24 Ore, Europa, Critica Liberale e Democratica. Ha curato il volume “Riformisti. L’Italia che cambia e la nuova sovranità dell’Europa” (Rubbettino 2018).

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