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Il valore del “riformismo”: ecco perché Craxi aveva ragione (e Berlinguer aveva torto)

di Giorgio Gori

 

Quando Bettino Craxi vinse il congresso del Midas e divenne segretario del PSI avevo 16 anni, frequentavo il liceo e anziché studiare facevo politica nelle assemblee studentesche: mi piacque subito moltissimo. Lo vedevo come un innovatore coraggioso, capace di ritrovare il significato e il valore di una parola per quegli anni trasgressiva – riformismo – e di declinare intorno a quella un diverso modo d’essere di sinistra, tenendo insieme la libertà e l’aspirazione alla giustizia sociale, il mercato e l’attenzione per i più deboli. Fu grazie a lui che divenni – e tuttora sono, più di 40 anni dopo – un socialista liberale. Di quegli anni conservo ancora oggi i numeri di Critica Sociale e di Mondoperaio, qualche libro e alcune copie ingiallite dell’Avanti.

Nondimeno quando arrivò la bufera, negli anni Novanta, e Bettino Craxi venne messo all’indice come il peggiore dei ladri, e la rivoluzione dei giudici spazzò via gli assetti politici che avevano accompagnato l’Italia per cinquant’anni, anch’io vacillai. Non seppi leggere ciò che stava accadendo, la torsione della democrazia che si nascondeva dietro lo scontro tra poteri. Mi rifugiai dietro l’interpretazione più comoda, quella che voleva la biografia di Bettino divisa in due, un primo Craxi virtuoso e un secondo Craxi indifendibile, ma nel giudizio l’ultimo appannava il primo.

Per questo a vent’anni dalla sua scomparsa, come amministratore e politico del Partito Democratico – e sottolineo questa appartenenza perché ritengo che moltissimo la sinistra italiana e il Pd debbano al pensiero di Craxi – sento di dover cogliere l’occasione per restituirgli un po’ di quello che da lui ho ricevuto. Se ho le idee che ho, se cocciutamente credo nel riformismo come metodo e come obiettivo – la “correzione” del capitalismo a favore dell’eguaglianza, il mercato come irrinunciabile meccanismo di sviluppo e di crescita economica, ma anche di redistribuzione della ricchezza – lo devo a Bettino Craxi.

Quando, nel ’78, Berlinguer afferma di ritenere “ancora valida e vivente” la lezione di Lenin, che ha elaborato “una vera teoria rivoluzionaria, andando cioè oltre l’ortodossia dell’evoluzionismo socialista”, e progetta una nuova versione del comunismo, ben distinta dalla socialdemocrazia, che porti alla fuoriuscita dall’economia di mercato, Craxi scrive che “leninismo e pluralismo sono termini antitetici” e che la “democrazia (…) presuppone l’esistenza di una pluralità di centri di potere in concorrenza tra loro”. Quando il PCI immagina di affrontare il problema dell’inflazione attraverso l’austerità e la riduzione dei consumi, Craxi auspica una maggiore produttività del nostro sistema industriale. E mentre la sinistra comunista è ferma alla sociologia delle classi sociali ereditata dal marxismo, Craxi prima degli altri riconosce, attraverso la lettura intelligente di Claudio Martelli, i cambiamenti in corso nella società italiana – la nascita di un nuovo ceto medio impegnato nei servizi, la trasformazione di tanti ex operai in artigiani e piccoli imprenditori – e la necessità quindi aggiornare la missione del socialismo: dall’emancipazione di una classe all’emancipazione dell’intera società. E già allora – proprio perché la società è in rapido movimento – riconosce la necessità di una democrazia capace di decidere, e propone l’elezione diretta del Presidente della Repubblica come rafforzamento della sovranità popolare: viene prontamente accusato di coltivare velleità autoritarie.

La verità però a me pare chiara: Berlinguer aveva torto e Craxi aveva ragione. E’ evidente che il “manifesto” fondativo del PD – il Veltroni del Lingotto – ha le sue radici nel pensiero di Craxi ben più che nella tradizione comunista. Eppure ancora oggi appare difficilissimo ammetterlo.

Non voglio fare un “santino” di Bettino Craxi. La sua vita è fatta di luci e ombre. Di scelte controverse e coraggiose – la battaglia per salvare Moro, la revisione del Concordato e quella della scala mobile, il benestare all’istallazione degli euromissili a Comiso come risposta agli SS-20 sovietici, il no agli USA sulla consegna dei terroristi dell’Achille Lauro a Sigonella, l’apertura alle tv private, la preveggente lettura dei rischi legati ai parametri di Maastricht, l’opposizione alla svendita delle grandi aziende pubbliche (“non c’è nella privatizzazione alcuna maggiore convenienza che non debba essere dimostrata caso per caso”) che secondo molti fu la causa dell’inferno che gli si rovesciò addosso – e di gravi errori.

Come Presidente del Consiglio non fu così male se nel maggio 1987, alla conclusione della sua esperienza a Palazzo Chigi, un sondaggio dell’Espresso riferiva che il 65% degli italiani dava di lui un giudizio positivo come statista e uomo politico affidabile (mentre la maggioranza si esprimeva contro la formula del pentapartito). Ma è vero che in quegli anni il rapporto debito-PIL italiano passò dal 70% al 90%. E certamente sbagliò, alla caduta del Muro, quando non seppe leggere il nuovo quadro politico che si apriva con la crisi del comunismo. “Il decisionista diviene temporeggiatore, il rinnovatore il custode del presente”, racconta oggi Martelli. Sceglie così di proseguire la collaborazione con la Dc, nonostante l’appello di Bobbio ad “avviare un fecondo dialogo a sinistra”. Quando sarebbe servita la capacità di superare le divisioni e le polemiche, e di ricomporre la sinistra socialista e riformista, si arrocca: “Devono venire loro da noi”. Sottovaluta la domanda di riforme e di innovazione che viene dall’opinione pubblica. Nel ’91 di fronte al referendum sulla preferenza unica scommette sull’astensionismo e rimane isolato, perde e subisce un grave smacco politico. Nell’immagine collettiva – anche a causa di una campagna di stampa che ha preso a descriverlo come il capo di una banda dedita al malaffare – diviene l’ultimo puntello di un sistema proprio quando questo sta per franare.

Sulla diffusa illegalità che governa il finanziamento dei partiti non si tira indietro, a differenza dei più: “Io non ho mai negato la realtà, non ho minimizzato, non ho sottovalutato il significato morale, politico e istituzionale della questione che veniva clamorosamente alla luce, riguardante il finanziamento irregolare e illegale dei partiti e alle attività politiche ed anche il vasto intreccio degenerativo che ad esso si collegava”, dirà alla Camera nell’aprile ’93. Per Craxi si tratta però di una prassi invalsa da decenni, in cui tutti sarebbero coinvolti – tutti i partiti, compresi quelli di opposizione, e “a cui hanno partecipato e concorso, in forme varie e diverse, tutti i maggiori gruppi industriali”. Perché quelli erano “gli accordi interni utilizzati dal quadro politico e imprenditoriale del precedente regime per gestire il costo dei partiti democratici”. “La democrazia costava” – scriverà. “La democrazia come competizione e conflitto libero e organizzato costava. E la presenza di un grande Partito Comunista, il più grande dell’Occidente, finanziato massicciamente dall’URSS e dal Patto di Varsavia, rendeva ancora più complicata, difficile e rischiosa (…) la competizione.”

Ciò che Craxi denuncia è appunto lo strabismo che caratterizza le inchieste. Tutti sapevano, ma solo alcuni sono stati colpiti: “Nei miei confronti si è usata la scure, nel caso di altri si è letteralmente voltata la testa dall’altra parte”. Questo perché, nella sua lettura, “Mani Pulite (…) è stata un’operazione politica per passare dalla cosiddetta Prima Repubblica alla cosiddetta Seconda Repubblica”. Un’operazione di giustizia politica che “non serve né alla morale né al bene, mentre al contrario rappresenta il trionfo dell’illegalità, dell’immoralità e dell’ingiustizia”. Serviva un capro espiatorio, e Craxi ha suo malgrado assunto quel ruolo.

E però Craxi è consapevole che quella “prassi consolidata” non fosse senza un costo per la democrazia. Perché chi paga chiede sempre qualcosa in cambio: “Parimenti il sistema economico esercitava sul sistema politico un condizionamento (…): sui partiti, sulle loro espressioni parlamentari governative e amministrative ed anche naturalmente sui singoli esponenti quando questi ultimi diventavano tributari in modo decisivo per le loro attività”. E i gruppi economici che pagavano la politica avevano i loro obiettivi: alcuni più nobili – “obiettivi generali volti a difendere un sistema di valori da cui si sentivano garantiti” -, altri meno confessabili: “Erano mossi da interessi più particolari con riferimento a specifiche decisioni legislative, normative, amministrative e di orientamento della spesa pubblica”.

E’ dunque un quadro profondamento inquinato da interessi privati quello che Craxi stesso tratteggia. Ma è il prezzo da pagare: “Non sempre il fine giustifica i mezzi, ma molto spesso si rendono necessari i mezzi per raggiungere un fine”.

Quel che è certo – e non è cosa da poco – è che “la molla di Bettino Craxi non era l’arricchimento personale, ma la politica”, come confidò il procuratore Gerardo D’Ambrosio al Foglio nel febbraio ’96. “Finché non c’è prova di una corruzione personale, e non c’è, è un dovere dare a Craxi quel che è di Craxi, ma niente di più”.

E allora è venuto il momento di dare a Craxi quel che è di Craxi. E mettiamo innanzitutto fine ad una demonizzazione che non solo offusca il ruolo che per vent’anni Craxi ha avuto nelle vicende della sinistra italiana, ma che finisce per cancellare un pezzo importante della storia della sinistra e del nostro Paese.

 

(Pubblicato su Il Foglio, 13 gennaio 2020. Leggi l’articolo completo sul sito del Foglio)

Giorgio Gori
Giorgio Gori
gori@perfondazione.eu

Giornalista e produttore televisivo, fondatore della casa di produzione televisiva Magnolia ed ex direttore di Canale 5 e di Italia 1. Dal 10 giugno 2014 è sindaco di Bergamo, a capo di una coalizione di centro-sinistra.

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