Impeachment: il muro repubblicano contro Bolton | Fondazione PER
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Impeachment: il muro repubblicano contro Bolton

di Vittorio Ferla

 

 

È probabile che da qualche notte il presidente degli Stati Uniti Donald Trump non dorma sonni tranquilli. E, di sicuro, non sono affatto tranquille le giornate che vedono impegnati i senatori repubblicani che dovranno decidere se accettare nuovi testimoni nel processo per l’impeachment contro The Donald.

Che cosa è successo? Pochi giorni fa il New York Times ha rivelato di essere in possesso di una copia del manoscritto che sarà pubblicato nel nuovo libro di John Bolton, l’ex consigliere per la sicurezza nazionale licenziato da Trump nel settembre del 2019. Si tratta di un resoconto esplosivo sull’Ucrainagate che potrebbe cambiare definitivamente il processo di impeachment. In sostanza, Bolton rivela che il presidente Trump gli aveva detto di persona che avrebbe continuato a congelare gli aiuti militari in Ucraina fino a quando i funzionari non lo avessero aiutato nelle indagini contro i suoi avversari democratici, in particolare la famiglia di Joe Biden, forse il più probabile dei suoi avversari nella corsa per la riconquista della Casa Bianca. Durante una conversazione in agosto con Trump, Bolton avrebbe manifestato la sua preoccupazione per il ritardo nella consegna di 391 milioni di dollari per sostenere la sicurezza in Ucraina. Trump gli avrebbe risposto che preferiva non inviare quei soldi all’Ucraina fino a quando i funzionari non avessero consegnato tutto il materiale che avevano sull’inchiesta russa relativa all’ex vicepresidente Joe Biden e ai sostenitori di Hillary Clinton in Ucraina.

“Fino a questo punto – spiega Mike Schmidt, uno dei reporter del New York Times che ha indagato sulla notizia – il signor Bolton aveva annunciato che aveva qualcosa da dire, ma non sapevamo cosa avrebbe detto. Non sembrava una promessa vuota, ma ancora non si sapeva bene quanto fosse rilevante. Adesso possiamo dire che la sostanza c’è. D’altra parte, Bolton si trova in una situazione davvero insolita. Se non avesse voluto testimoniare e fosse uscito con queste rivelazioni in un libro, la gente avrebbe detto: ‘Diamine, dove erano queste informazioni così importanti quando c’era un indagine sull’impeachment?’. La prossima pubblicazione del libro ha quindi messo in allarme parecchie persone”. In primis, i senatori repubblicani.

Proprio per questo Jay Sekulow, l’avvocato personale di Trump, ha cercato di chiudere rapidamente la questione: “Non ci occupiamo di speculazioni, accuse che non si basano affatto su standard probatori”. Alan Dershowitz, un altro dei componenti del collegio difensivo, ha cercato di offrire una via d’uscita ai repubblicani allarmati dal manoscritto affermando che “anche se Bolton stesse dicendo la verità, la condotta di Trump non equivarrebbe ad un abuso di potere”. Anche Trump si è difeso scagliandosi contro Bolton: “non si era mai lamentato con me, sta solo cercando di vendere un libro”. Rand Paul, senatore repubblicano del Kentucky, ha rincarato la dose: “Bolton ha lasciato la Casa Bianca lo scorso anno in polemica con il Presidente e ora vuole fare soldi con un libro. Dobbiamo chiederci se è davvero un testimone disinteressato”.

Da tempo l’ex consigliere per la sicurezza nazionale è in cima alla lista dei testimoni che i democratici vorrebbero ascoltare nell’ambito del processo di impeachment. Le nuove rivelazioni non fanno altro che giustificare e intensificare questa aspettativa, ovviamente. Domenica scorsa i deputati democratici hanno dichiarato che “non ci possono essere dubbi ora sul fatto che Bolton contraddice direttamente il cuore della difesa del presidente. Pertanto deve essere chiamato come testimone del processo”.

Il problema è che i democratici al Senato non hanno numeri sufficienti per chiamare Bolton e altri a testimoniare. Avrebbero bisogno del sostegno di una manciata di senatori repubblicani, che sono in maggioranza. Servirebbero almeno 51 senatori in totale per la convocazione dei testimoni, ma i dem arrivano soltanto a 47.

I senatori repubblicani più aperti all’ipotesi di votare a favore dell’audizione dei testimoni sono finora tre: Lisa Murkowski dell’Alaska, Susan Collins del Maine e Mitt Romney dello Utah. Alcuni come Cory Gardner del Colorado sono indecisi, e sottoposti anch’essi a forti pressioni democratiche.

Martedì scorso, dopo che la squadra legale di Trump aveva formalizzato la sua difesa, i senatori repubblicani si sono incontrati per trovare una via d’uscita dallo stato di caos. Una fonte anonima presente alla riunione ha riferito che il leader della maggioranza Mitch McConnell ha detto alle sue truppe di non avere ancora voti sufficienti per bloccare la richiesta di testimoni da parte dei democratici. È il primo segnale che il gruppo di repubblicani aperti all’audizione di Bolton potrebbe essere più ampia di quanto finora immaginato. I senatori dubbiosi si trovano tra due fuochi: da una parte, non vogliono deludere gli elettori moderati arrabbiati per la condotta di Trump che potrebbero stigmatizzare il loro silenzio; dall’altra, non vogliono tradire le aspettative dei sostenitori del Presidente con il rischio di bruciare anche le proprie possibilità di rielezione a novembre. Chuck Schumer, democratico di New York e leader della minoranza al Senato, in una intervista alla CNN ha sostenuto che “ci sono 10-12 repubblicani che non hanno mai preso posizione contro l’audizione dei testimoni o l’adozione di documenti a fini probatori. Nei loro cuori sanno che cosa è giusto fare. Ma dovranno pesare bene la loro scelta contro la pressione violenta che Donald Trump e Mitch McConnell metteranno su di loro”.

Da quando ha vinto la sua nomination nel 2016, Trump ha governato infatti il suo partito con il pugno di ferro e lo ha costretto ad accettare i suoi comportamenti spesso esecrabili. Sarebbe quindi una vera sorpresa vedere una rivolta del Senato sulla questione dei testimoni. Entro la fine settimana la situazione dovrebbe sbloccarsi. I democratici sono a caccia di ‘infedeli’ repubblicani. Ne servono almeno quattro.

 

 

Vittorio Ferla
Vittorio Ferla
vittorinoferla@gmail.com

Giornalista, direttore di Libertà Eguale e della Fondazione PER. Collaboratore de ‘Linkiesta’ e de 'Il Riformista', si è occupato di comunicazione e media relations presso l’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale del Lazio. Direttore responsabile di Labsus, è stato componente della Direzione nazionale di Cittadinanzattiva dal 2000 al 2016 e, precedentemente, vicepresidente nazionale della Fuci. Ha collaborato con Cristiano sociali news, L’Unità, Il Sole 24 Ore, Europa, Critica Liberale e Democratica. Ha curato il volume “Riformisti. L’Italia che cambia e la nuova sovranità dell’Europa” (Rubbettino 2018).

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