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In cerca della sovranità europea

di Michele Marchi

 

Due notizie, in apparenza contrastanti, giungono dal fronte europeo. La prima segnala uno slancio di fiducia. La seconda ripropone un male antico, l’immobilismo dei veti incrociati.

Da un lato il Parlamento europeo ha reso disponibili i risultati di un sondaggio svolto a fine ottobre nel quale si rileva che il livello di fiducia generale nei confronti dell’Ue è salito di nove punti rispetto alla rilevazione dell’aprile scorso. Si può poi notare che per il 66% dei cittadini intervistati l’Ue dovrebbe avere maggiori competenze per affrontare la pandemia, il 54% parla della necessità di più strumenti finanziari a disposizione e addirittura il 77% è d’accordo sul fatto che Bruxelles dovrebbe finanziare solo i Paesi membri che rispettano a pieno lo stato di diritto.

Dall’altro lato, e strettamente connessa a quest’ultima considerazione, vi è poi la cronaca di un negoziato europeo bloccato sul bilancio 2021-2027, dopo il veto minacciato dalla coppia Polonia-Ungheria, alla quale pare essersi aggiunta anche la Slovenia. Il lungo e faticoso braccio di ferro ha già ritardato il via libera ai primi contributi del Recovery Fund. In caso di fallimento nella mediazione da parte della presidenza di turno tedesca al prossimo Consiglio europeo previsto il 10 dicembre, il rinvio potrebbe tramutarsi nella riapertura del negoziato faticosamente chiuso lo scorso luglio. A quel punto l’Ue rischierebbe la faccia e i Paesi membri l’abisso della crisi economico-sociale.

Vi possono essere almeno due modi per connettere le due notizie, entrambi validi e legittimi.

Il primo è più intuitivo e lineare. Un europeismo in crisi, provato da una serie di battute d’arresto nel corso delle prime due decadi del XXI secolo, sembra aver invertito la rotta e trovato un punto di svolta nella reazione all’emergenza pandemica. L’opinione pubblica ne sarebbe consapevole e sarebbe addirittura pronta a chiedere più competenze per l’Ue e ad attribuirle. Su questi segnali di apparente ripartenza è piombata come una spada di Damocle la situazione di impasse creata dalla coppia Orban-Morawiecki, con l’obiettivo di scardinare l’obbligo di rispettare lo stato di diritto se si vuole far parte del club europeo e nello specifico se si vogliono ricevere i fondi così indispensabili per non crollare sotto gli effetti della pandemia. In definitiva il messaggio sarebbe questo: l’asse Budapest-Varsavia mortifica le aspettative europeiste di una consistente maggioranza di cittadini dei 27 Paesi membri.

Il secondo modo per trovare un collegamento tra le due notizie in parti contrastanti è meno intuitivo, ma è altrettanto legittimo e forse coglie ancor di più la complessità dell’attuale quadro politico europeo.

Occorre essere chiari e realisti. Quando si parla di un’Ue che dovrebbe avere maggiori competenze e addirittura maggiori poteri finanziari si dovrebbe prendere atto che non ha molto senso riferirsi ad un processo di integrazione così come lo si desidererebbe, ma occorre fare di necessità virtù o meglio occorre avere chiaro che cosa in realtà sia quella Ue che spesso si invoca. Ebbene credere nell’Unione europea significa, nel bene e nel male (in questo caso molto più nel male), avere chiare le sue potenzialità ma anche i suoi limiti. E tali limiti sono tutti racchiusi nell’intreccio tra Recovery Fund e norme relative allo stato di diritto. Le odiose e per certi versi farneticanti critiche di Orban nei confronti di un’Ue assimilata all’asfissiante ed iper-burocratico Impero sovietico sono la fotografia di un allargamento ad est storicamente imprescindibile quanto politicamente fallito. Allo stesso modo il “ballo sul Titanic” messo in atto dal terzetto Orban-Morawiecki-Jansa ci ricorda quanto sia decisivo, in ambito Ue, il rapporto tra politiche interne e scelte di politica europea. I tre stanno sicuramente facendo “la voce grossa” anche (o forse soltanto) per non perdere la faccia in patria. L’euro-scetticismo e l’anti-europeismo sono carburanti ideologici ancora utilizzabili ad est (ma non solo), per raccogliere consenso interno. Se si è poi onesti sino in fondo non si può più nascondere la “scandalosa” questione riguardante il popolarismo europeo. Non dimentichiamo che Orban e il suo Fidesz sono parte integrante del Ppe e gli imbarazzi di Merkel hanno anche a che fare con questo. E ancora, come dimenticare che la pur corretta equazione “meno stato di diritto uguale meno denaro”, è stata voluta dal premier olandese Rutte, di certo culturalmente sensibile al tema, ma allo stesso tempo convinto sin dall’estate che avrebbe potuto godersi una probabile “vittoria futura” (il blocco del Recovery Fund?) dopo la sconfitta patita al Consiglio di fine luglio. E infine, ma non per importanza, occorre ricordare che l’attuale impasse è anche un effetto collaterale di una pratica virtuosa. Può apparire paradossale, ma il crescente attivismo del Parlamento europeo finisce sempre più spesso per innescare potenziali contrasti i più rilevanti centri di elaborazione politica dell’Ue, cioè Consiglio, Commissione e Assemblea di Strasburgo appunto.

In base a questa seconda e più articolata lettura la logica del rinascente europeismo mortificato sul nascere finisce per essere depotenziata. Appare inutile quanto controproducente invocare un’Europa comunitaria ideale, che però non corrisponde alla realtà, mentre sarebbe meglio fare i conti con l’Unione che abbiamo a disposizione, magari operando concretamente e in maniera radicale per mutarne le caratteristiche. In questo senso proprio il 9% di crescita nel sostegno all’Ue (che diventa 11% nel dato italiano) dovrebbe essere interpretato come una spinta non tanto rivolta alla mera contestazione del reale, quanto un impulso per una sua profonda riforma.

Se il Covid-19 ha rimesso in moto l’Ue, grazie all’asse franco-tedesco nel luglio scorso, l’alzata di testa del terzo Ungheria-Polonia-Slovenia dovrebbe spingere alla riapertura più rapida possibile del dibattito istituzionale. La “sovranità europea”, anche di recente riproposta da Macron, non è un miraggio, né tanto meno lo slogan per un rinnovato terzaforzismo alla francese. Solo un’Unione delle cooperazioni rafforzate e dei cerchi concentrici potrà implementarla. E’ tempo di agire, ora.

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Michele Marchi
marchi@per.it

Professore di Storia Contemporanea presso il Dipartimento di Beni Culturali dell'Università di Bologna. Si occupa di storia politica dell’Europa del XX secolo con particolare attenzione per quella francese e per il rapporto tra politica e religione in Francia ed in Italia. Per Rubbettino ha pubblicato "Alla ricerca del cattolicesimo politico. Politica e religione in Francia da Pétain a de Gaulle" (2012). Membro del comitato di redazione della "Rivista di Politica", della redazione della rivista "Ricerche di Storia Politica" e della rivista "Nuova Informazione Bibliografica".

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