Inflazione: ecco quanto pesa la transizione ecologica - Fondazione PER
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Inflazione: ecco quanto pesa la transizione ecologica

di Amedeo Lepore

 

Le ultime stime di Eurostat confermano l’esistenza di un’inflazione consistente e in crescita, dovuta a un incremento inusitato dei prezzi delle materie prime e dei generi alimentari, all’interruzione delle catene di fornitura in molti settori, per mancanza di produzione o per ostacoli nella logistica e nel trasferimento di merci.

Si tratta degli effetti della pandemia e dell’iniziale ripresa di attività di operatori economici e consumatori, ma non solo. In queste dinamiche, infatti, si comincia a scorgere la connessione con problemi strutturali, che avvalorano la necessità del passaggio a un nuovo paradigma di sviluppo.

Secondo il direttore operativo dell’FMI Kristalina Georgieva, l’economia globale sta affrontando una “corsa ad ostacoli” con pandemia persistente, tensioni geopolitiche, aumento dei tassi di interesse negli Stati Uniti, rallentamento dell’ascesa della Cina e impennata dell’inflazione. Ma la questione ambientale che ruolo ha in questa situazione?

Nel 2021 i prezzi all’ingrosso dell’energia nella UE sono aumentati di circa il 200%, anche per i rincari del carbonio, mostrando come le strategie di transizione verde ricadano sull’andamento dei prezzi di mercato e, quindi, vadano ben calibrate. A determinare questa circostanza, nonostante l’Europa stia generando una quota maggiore di elettricità da fonti rinnovabili, ha contribuito di più il gas, ancora fortemente vincolato ai combustibili fossili e gravato dalla dipendenza dalle importazioni, in particolare, da quelle più care di GNL dai Paesi asiatici.

Su un altro versante, il prezzo del petrolio si è innalzato del 29% da dicembre, raggiungendo il massimo degli ultimi sette anni, con il greggio che potrebbe arrivare a 100 dollari al barile, secondo il Financial Times. Gli Stati Uniti stanno gestendo la loro produzione di petrolio di scisto (shale oil), mentre l’Europa rischia di essere in balìa dei mercati di approvvigionamento, ma è il mondo intero a trovarsi di fronte al dilemma della scarsità energetica.

Gli investimenti verso nuovi progetti produttivi di gas e petrolio si sono bloccati, come rileva Goldman Sachs in una ricerca che mostra la rottura del legame tra crescita dei prezzi dell’energia e spese in conto capitale, perché gli investitori evitano sempre più le industrie che utilizzano fossili ed emettono elevato carbonio. Questo fenomeno, definito la “vendetta della vecchia economia del carbonio”, non può essere considerato di carattere congiunturale, originando un nuovo ciclo di rialzo del costo delle materie prime.

Del resto, le crisi energetiche provocano conseguenze di fondo sull’economia, come nel 1973, quando si chiusero i “Trenta gloriosi”, ovvero gli anni dello sviluppo rigoglioso dell’Italia e dell’Europa, e iniziò la lunga epoca del tragitto postfordista. Come allora, dipendiamo da un’alta percentuale di sempre più dispendiose importazioni energetiche, in assenza di investimenti e diversificazioni nelle fonti. Nella relazione di quell’anno del governatore della Banca d’Italia, Guido Carli affermava che: “La maggiore difficoltà di accesso alle materie prime e alle fonti energetiche e il maggior rispetto dell’ambiente si ripercuotono in aumenti dei costi, in quegli stessi settori nei quali in passato l’incremento di produttività compensava gli sprechi di altri settori”.

L’inflazione, quindi, si combinava con fattori strutturali, che si ripropongono ora, in un contesto diverso, come sta accadendo con le tensioni al rialzo nel settore automobilistico a rischio di ostacolarne l’approdo al green. Isabel Schnabel del Comitato esecutivo della BCE indica i pericoli di inasprimento dell’inflazione, pur puntando ad affrettare la transizione. Alberto Clò sostiene che la crisi attuale è più grave di quella del 1973: “Se allora ne fu ritenuto responsabile l’OPEC, oggi gli strali sono spesso rivolti alla mal programmata accelerazione del processo di decarbonizzazione. Perché causa di una caduta degli investimenti e quindi dell’offerta futura”.

Occorre, dunque, frenare la transizione ecologica? Le cose possono andare diversamente solo pensando ad azioni complementari, che guardino nel contempo a geopolitica ed economia e sappiano coniugare costi e benefici nelle scelte da compiere. Un mix tra misure del Green Deal e del Next Generation EU potrebbe fornire gli strumenti utili per una soluzione, certamente non immediata. La ricerca di tappe graduali durante il percorso delle grandi innovazioni (impiego dell’idrogeno e ulteriore diffusione delle rinnovabili) potrebbe dare risultati più ravvicinati.

Quello che sicuramente bisogna scongiurare, anche attraverso decisioni coraggiose di condivisione delle riserve energetiche a livello europeo e di ampliamento delle capacità produttive nazionali, è che rallenti il sistema industriale e che siano i consumatori e gli strati sociali più poveri a pagare questa inflazione da costi.

Amedeo Lepore
lepore@per.it

Professore di Storia Economica presso il Dipartimento di Economia della Seconda Università di Napoli e docente presso il Dipartimento di Impresa e Management della Luiss – “Guido Carli” di Roma. È componente del Consiglio di Amministrazione e del Comitato di Presidenza della SVIMEZ. È stato assessore alle Attività produttive della Regione Campania. Ha pubblicato volumi e saggi, in Italia e all’estero. Tra i più recenti: "La Cassa per il Mezzogiorno e la Banca Mondiale: un modello per lo sviluppo economico italiano", Rubbettino; "Mercado y empresa en Europa", Universidad de Cadiz

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