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Investimenti e lavoro: Joe Biden chiude il ciclo della Reaganomics

di Vittorio Ferla

 

La scorsa settimana, di fronte a una sessione congiunta del Congresso, Joe Biden ha pronunciato uno dei discorsi più ambiziosi mai pronunciati da un presidente democratico. Con la nonchalance di un uomo pragmatico, senza l’enfasi ideologica e retorica delle frange più radicali del partito, il suo discorso si distingue per alcuni passaggi economici del tutto inediti.

Ha detto tra l’altro Biden: “Miei concittadini americani, la trickle-down economy non ha mai funzionato ed è ora arrivato il momento di far crescere leconomia dal basso. Sapete, c’è un ampio consenso tra gli economisti — di sinistra, di destra e di centro — sul fatto che le mie proposte permetteranno di creare milioni di posti di lavoro e generare una crescita economica storica”. Una frase semplice, che secondo molti osservatori mette fine all’idea forte degli ultimi 40 anni in America: quella dell’economia “a cascata”. Basata sulla convinzione che il successo delle persone più benestanti ai vertici dell’economia, alla fine, sarebbe ricaduto anche sull’americano medio, aumentandone reddito e ricchezza. È la cosiddetta “Reaganomics”, dal nome del primo presidente – Ronald Reagan, appunto – che l’ha cavalcata con tutte le forze promuovendo poderosi tagli alle tasse. A questa stessa teoria si ispirò Donald Trump nel 2017 per la sua riforma fiscale. La Reaganomics fu capace persino di influenzare presidenti democratici come Bill Clinton.

Oggi, però, dopo la presidenza di Donald Trump e la crisi pandemica, quella idea di economia non sembra più adeguata per risolvere i problemi della gente comune. Biden è convinto che il governo può e deve risolvere i problemi della classe media. L’attuale fragilità del benessere economico, fisico, mentale degli americani chiede al governo la costruzione di una rete di sicurezza sociale.

Tuttavia, a chi azzarda paragoni tra gli Usa e l’Italia, bisogna ricordare che non esistono due realtà così diverse. In primo luogo, il livello di tassazione in Usa è pari quasi alla metà del livello italiano e che la spesa pubblica nel nostro paese è pari a ben più del 50% del Pil (senza la capacità di generare i livelli di sviluppo corrispondenti). Inoltre, la gran parte degli obiettivi sociali del presidente americano sono già, in Europa e in Italia, conquiste ormai consolidate del welfare state: per esempio, l’America è priva di un sistema sanitario pubblico e l’obbligo scolastico è ancora fermo ai 12 anni. Infine, i piani di Biden riflettono la competizione globale con la Cina, non certo il protezionismo autoriferito dei populismi di destra e di sinistra. Il che richiede un’America più forte su tutti i fronti: economico, tecnologico, sociale.

L’altro grande tema – che sembra sparito dall’agenda dei democratici italiani ed europei – è quello del lavoro. Nel suo discorso Biden spiega che “quasi il 90 per cento dei posti di lavoro nelle infrastrutture creati nell’American Jobs Plan non richiedono una laurea”. Il suo progetto rimette dunque al centro “i colletti blu per costruire l’America”. La scommessa è che i guadagni materiali, ovvero una ripresa che aumenti i posti di lavoro nella working class e che consenta alle famiglie di istruire meglio i propri figli, possano superare le proteste identitarie che, negli ultimi anni, hanno spinto molte di queste persone nelle braccia dei repubblicani. La scommessa laburista del presidente americano è lampante anche nel campo dell’economia verde. Sul punto, Biden avverte: Per troppo tempo non abbiamo usato la parola più importante quando si tratta di affrontare la crisi climatica: jobs, lavori. Quando penso al cambiamento climatico, penso ai posti di lavoro”. In un colpo solo, Biden libera il dibattito sul clima dalle retoriche ideologiche, dalle discussioni criptiche della scienza e dalle accuse di anteporre l’attivismo pro-clima alla preoccupazione per il benessere delle persone. Al contrario, il clima diventa con Biden l’occasione per un potenziamento dell’economia e per la promozione del lavoro. Un gran colpo di cui qualcuno in Italia potrebbe fare tesoro.

Vittorio Ferla
Vittorio Ferla
vittorinoferla@gmail.com

Giornalista, direttore di Libertà Eguale e della Fondazione PER. Collaboratore de ‘Linkiesta’ e de 'Il Riformista', si è occupato di comunicazione e media relations presso l’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale del Lazio. Direttore responsabile di Labsus, è stato componente della Direzione nazionale di Cittadinanzattiva dal 2000 al 2016 e, precedentemente, vicepresidente nazionale della Fuci. Ha collaborato con Cristiano sociali news, L’Unità, Il Sole 24 Ore, Europa, Critica Liberale e Democratica. Ha curato il volume “Riformisti. L’Italia che cambia e la nuova sovranità dell’Europa” (Rubbettino 2018).

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