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Iran, la rivoluzione inerme

di Giovanni Cominelli

 

Sono molti gli episodi della storia del ‘900, nei quali masse disarmate in corteo vanno incontro ai fucili e ai cannoni alzo-zero di un esercito o di forze di polizia. Due anni prima del 1900, Bava Beccaris a Milano, Piazza Duomo, uccise centinaia di persone. Così fu per “la domenica di sangue” del 22 gennaio 1905 a San Pietroburgo, e per il 28 giugno dello stesso anno a Odessa, lungo la famosa scalinata, resa celebre nel 1925 dal film celebre di Eisenstein, quando i cosacchi dello zar spararono sulla folla. Per passare in Piazza Tienanmen nel 1989…

Tragedie e massacri che si consumano in un’ora. Ma nell’Iran di questo autunno del 2022 sta accadendo qualcosa di tragicamente nuovo e straordinario. Migliaia di donne giovani, di studenti universitari e di ragazzi delle scuole superiori di Teheran, di Isfahan, di Mashhad… muovono inermi incontro ai fucili dei Basij – le milizie paramilitari, che difendono la moralità dei cittadini – dei Pasdaran – il Corpo delle guardie della Rivoluzione islamica – dell’Esercito. Dal 16 settembre, quando sono esplose le proteste per la morte di Masha Amini, questa marcia quotidiana senza armi conta già circa 400 caduti, alcuni dei quali giovanissimi, migliaia di feriti e più di 15 mila arresti, tra i quali anche personaggi dello sport, della comunicazione e dello spettacolo, quale l’attrice Hengameh Ghaziani, colpevole di aver postato un video a capo scoperto. Questi i dati forniti dalla ONG Iran Human Rights. Intanto la Corte rivoluzionaria di Teheran ha emesso la sesta condanna a morte nei confronti di un manifestante. Due sono già state eseguite.

Nella storia politica iraniana la questione del velo islamico – l’Hijab – ha oscillato come un pendolo in direzioni simmetricamente opposte. Nel 1936, lo Scià impose, sullo orme di Ataturk, “lo svelamento”: era vietato alle donne di indossare l’hijab e altri veli islamici in pubblico.

Nel 1941, il successore e figlio Mohammad Reza Pahlavi – che durerà in carica fino al 1979 – abroga il divieto, concedendo alle donne di indossarlo o no. Di fatto, tuttavia, la politica dello Scià continuò a discriminare, soprattutto nell’accesso alle cariche pubbliche, le donne che portavano il velo. Così “portare il velo” divenne progressivamente, soprattutto negli anni ’70, il simbolo non solo della resistenza conservatrice all’occidentalizzazione forzata, promossa dallo Scià, ma anche della protesta delle donne istruite della classe media contro l’autoritarismo crescente, sempre più dispotico e violento di Reza Phalavi.

Khomeini arriva al potere nel 1979, dopo una fase di guerriglia, perciò non inerme, incominciata dai cosiddetti “Fedayyin-e khalq”, ossia i volontari del popolo. Si tratta di formazioni di ispirazione marxista, composte da studenti universitari e da operai. Decidono di unirsi ai “Mujaheddin” islamici, per allargare le basi della protesta e nell’illusione di poter tenere in seguito sotto controllo il clero sciita. Il quale, preso il potere, giustizierà migliaia di militanti comunisti del Tudeh, il Partito comunista iraniano. A segnalare simbolicamente il nuovo potere, fu imposto il velo. Non bastò a fermarlo la grande marcia delle donne iraniane dell’8 marzo 1979, che sfilarono al grido: “La libertà non è né occidentale né orientale, è universale!”. Nel 1980 alle donne senza velo fu vietato di entrare negli uffici pubblici, e nel 1981 il velo tornò a essere obbligatorio. Nel 1983 fu approvata la legge che stabiliva 74 frustate per le donne che uscivano di casa senza velo. Nel giro di pochi anni, il velo passò dall’essere simbolo di liberazione dal regime dello Scià a simbolo di oppressione del regime degli ayatollah. Negli ultimi anni, tra il 2017 e il 2018, si sono svolte molte manifestazioni contro l’hijab, scatenate, all’inizio, da una ragazza che in via Rivoluzione a Teheran, si tolse il suo hijab bianco, lo mise sopra a un bastone e lo sventolò come una bandiera bianca, in segno di protesta.

È ormai evidente che la questione del velo sì/velo no non è più, ormai, una questione “religiosa” o culturale. Certo, è noto che il Corano, ma prima ancora la Bibbia, hanno teorizzato la superiorità di genere del maschio sulla femmina. La Sura 4, al versetto 34, è chiarissima: “Gli uomini sono preposti alle donne, perché Dio ha prescelto alcuni di voi sugli altri e perché essi donano parte dei loro beni per mantenerle”. Nell’Islam contemporaneo si affrontano interpretazioni diverse, tra cui alcune progressiste, che tentano di ricavare uno spazio autonomo per le donne, ricorrendo all’incrocio con altre Sure.

Il fatto è che i testi letterari semitici riflettono le condizioni socio-economiche e culturali dell’avvento dell’agricoltura di 11 mila anni fa, che ha stratificato le classi sociali e irrigidito i rapporti di genere in una gerarchia, dove l’uomo è “superiore” alla donna-costola, come dal Libro della Genesi.

Ma, appunto, oggi non è più questione di esegesi biblica o coranica. In più di quarant’anni di regime teocratico si sono costituiti e radicati nella società iraniana poteri economici enormi del Clero, dell’Esercito e dei Pasdaran, fondati sul petrolio, sulle banche, sull’economia di Stato. La reazione omicidaria del regime è violenta, perché le giovani generazioni e dietro di loro settori sociali impoveriti, per esempio quelli dei bazar, stanno facendo saltare la base di consenso al potere teocratico-economico, che proveniva dai settori tradizionali e dai nuovi ceti “borghesi” beneficiari della ricchezza.

È violenta, perché è ultimativa: o noi o voi!

A scuotere questa architettura, che sembrava immutabile, che ha resistito alla sanguinosa guerra con l’Iraq negli anni ’80 e alla catena delle durissime sanzioni americane, è arrivato il vento fresco delle giovani donne iraniane, che chiedono semplicemente di poter decidere della propria vita, delle proprie relazioni, dei propri vestiti, del proprio futuro. Con loro i giovani maschi e i settori sociali, che per ragioni economiche e culturali non si riconoscono più nell’orizzonte dell’islamismo sciita, quale era stato delineato nella celebre Lettera che Khomeini aveva indirizzato a Gorbaciov nel gennaio del 1989: “Egregio Signor Gorbaciov, bisogna aprire gli occhi alla verità. La difficoltà principale del Suo Paese non è costituita dal problema della proprietà, dell’economia e della libertà. Il vostro problema è l’assenza di una vera credenza in Dio, lo stesso problema che ha trascinato o trascinerà l’Occidente in un vicolo cieco, nel nulla”. La lettera proseguiva, profetizzando la caduta imminente del comunismo e proponendo il fondamentalismo islamico-sciita in alternativa al marxismo e al liberalismo dell’Occidente. In alternativa al marxismo ateo – pur condividendone i principi di eguaglianza economico-sociale e l’anticapitalismo – e all’Occidente liberale – dato per moribondo, perché indifferente a Dio e fondato su libertà umane, troppo umane”.

È evidente a molti iraniani che la difesa di Dio è la difesa di privilegi e di iniquità sociali, mal sanate da periodiche distribuzioni di denaro.

Ma le ragazze che scendono in piazza e si fanno uccidere non chiedono giustizia sociale, chiedono libertà. Niente altro. È una domanda, a sua volta, radicale, ultimativa, che non dà scampo. Neppure a noi. In tutta Europa e negli USA gli iraniani in esilio sono scesi in piazza. Ma la società civile, la cultura, e la politica europee sembrano tiepidamente mobilitate. Forse le ragioni di fondo sono che le nostra società sono sazie di libertà, che ai nostri ragazzi è permesso quasi tutto, che le generazioni del dopoguerra sono abituate a vivere della rendita lasciata dai Padri della Repubblica, che la nostra democrazia è stanca? Persino Bergoglio, che interviene meritoriamente sui temi globali e sulla “terza guerra mondiale a tappe”, questa volta tace.

Forse non è così chiaro che, dall’Ucraina all’Iran, la battaglia per la libertà è universale e che la libertà non è divisibile. Lo ha detto Mattarella a Padova, nel corso della cerimonia per gli 800 anni dell’Università di Padova: “La libertà non è divisibile, né socialmente, né territorialmente, perché la libertà in realtà si ottiene pienamente soltanto se ne godono anche gli altri. Perché si realizza insieme a quella degli altri. Non c’è libertà piena, se gli altri ne sono privi… vale all’interno di un Paese e vale nella comunità internazionale. Questo spinge a non chiudere gli occhi, a impegnarsi perché venga ripristinato il diritto internazionale in sede internazionale, perché venga riaffermata quella catena di valori in cui la libertà si articola”.

Continuare ad essere anelli attivi di questa catena: questo è il modo di partecipare per ciascuno di noi, come individuo singolo, alla grande storia del mondo.

 

Pubblicato su Gariwo, il 21 dicembre 2022

Giovanni Cominelli
cominelli@perfondazione.eu

E’ stato consigliere comunale a Milano e consigliere regionale in Lombardia, responsabile scuola di Pci, Pds, Ds in Lombardia e membro della Commissione nazionale scuola, membro del Comitato tecnico scientifico dell’Invalsi e del CdA dell’Indire. Ha collaborato con Tempi, il Riformista, il Foglio, l’ Avvenire, Sole 24 Ore. Scrive su Nuova secondaria ed è editorialista politico di www.santalessandro.org, settimanale on line della Diocesi di Bergamo. Ha scritto “La caduta del vento leggero”, Guerini 2008, “La scuola è finita…forse”, Guerini 2009, “Scuola: rompere il muro fra aula e vita”, BQ 2016 ed ha curato “Che fine ha fatto il ’68. Fu vera gloria?”, Guerini 2018.

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