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Israele (e gli Usa) di fronte al rebus di Gaza

di Alessandro Maran
🇮🇱 🇵🇸 Nel pieno dei negoziati tra Israele e Hamas (condotti attraverso intermediari statunitensi e del Qatar) per il possibile rilascio degli ostaggi a Gaza e per un accordo sul cessate il fuoco, The Economist scrive che Israele resiste al “grande accordo” promosso da Washington (👉 https://www.economist.com/…/israel-scorns-americas…).
Il piano di pace “senza precedenti” degli Stati Uniti implicherebbe il rilascio degli ostaggi israeliani da parte di Hamas, il rilascio dei prigionieri palestinesi da parte di Israele, la creazione di un percorso verso uno stato palestinese governato da un’autorità palestinese riformata e la garanzia da parte degli stati arabi di un certo grado di assistenza in termini di sicurezza a Israele, scrive la rivista. Citando le osservazioni del Segretario di Stato americano Antony Blinken in una conferenza stampa a Tel Aviv questa settimana, l’Economist lo ritrae come molto determinato: “Blinken pensa che la regione sia ad un bivio. Da una parte c’è la salvezza, con un ‘futuro migliore per gli israeliani, gli arabi, i palestinesi’. L’altra strada porta alla dannazione, con ‘un ciclo infinito di violenza, distruzione e disperazione’”.
Fermare la guerra e rilasciare i prigionieri palestinesi darebbe ad Hamas una sorta di vittoria, scrive, sul quotidiano israeliano Haaretz.com, Gershon Baskin, che ha negoziato il rilascio da parte di Hamas nel 2011 del soldato israeliano catturato Gilad Shalit in cambio di oltre 1.000 prigionieri palestinesi detenuti da Israele. Ma è la cosa giusta da fare, sostiene Baskin, scrivendo che è l’unico modo per garantire la sicurezza degli ostaggi israeliani. “Hamas ha il coltello dalla parte del manico ed è improbabile, sulla base dell’esperienza passata, che rinunci alle sue richieste”, scrive Baskin. “Questa è la realtà che dobbiamo affrontare se vogliamo rimanere fedeli all’etica di non abbandonare la nostra gente” (👉 https://www.haaretz.com/…/0000018d-8346-d361-a9cd…).
D’altro canto, il Wall Street Journal sottolinea in un editoriale che Hamas ha rifiutato un’offerta all’inizio di questa settimana e ha promesso di ripetere le atrocità del 7 ottobre (👉 https://www.wsj.com/…/hamas-no-hostage-deal-war-israel…) e, più rudemente, un articolo di Michael Segal sostiene che proprio la priorità di Israele agli ostaggi è il suo punto debole nella guerra contro un nemico terrorista. Segal critica l’accordo del 2011 per il rilascio di Shalit, sostiene che ulteriori attacchi di Hamas farebbero probabilmente seguito a qualsiasi accordo su Gaza e conclude: “Sia Israele che gli Stati Uniti devono tornare al semplice principio secondo cui una vittoria decisiva è il modo migliore per ripristinare la pace” (👉 https://www.wsj.com/…/overvaluing-hostages-is-israels…).
Il 4 gennaio, il ministro della Difesa israeliano Yoav Gallant ha reso pubblico il suo scenario per il “dopo Hamas” nella Striscia di Gaza. Uno scenario che vedrebbe Israele mantenere il controllo della sicurezza a Gaza mentre una forza multinazionale aiuta a trasferire le responsabilità di governo ai palestinesi locali. Secondo Rob Geist Pinfold,che scrive per il RUSI – Royal United Services Institute for Defence and Security Studies, un think tank britannico sulla difesa, il piano ha poche possibilità di essere attuato ed è “fondamentalmente sbagliato” (👉 https://www.rusi.org/…/gaza-false-allure-gallant-plan). “La visione di Gallant per Gaza – scrive – appare sorprendentemente simile allo status quo in Cisgiordania, dove Israele controlla da tempo i confini e i punti strategici chiave mentre esternalizza il governo civile all’Autorità Palestinese”.
L’analogia con la Cisgiordania è illustrata anche da Yaakov Katz, che, in un editoriale di Newsweek, scrive che mentre la guerra a Gaza potrebbe finire, i combattimenti probabilmente no. La Cisgiordania non è in guerra, ma lì i raid israeliani sono frequenti, sottolinea Katz, scrivendo che nell’attuale guerra di Gaza, “ciò che Israele ha essenzialmente fatto è creare le condizioni necessarie per essere in grado di continuare a operare nella Striscia di Gaza nelle settimane, nei mesi e negli anni a venire, proprio come l’IDF ha fatto dal 2002 in Cisgiordania” (👉 https://www.newsweek.com/war-gaza-may-end-soon-not…).
In un articolo su Foreign Affairs, Colin P. Clarke avverte che Israele potrebbe inciampare in una lunga operazione di controguerriglia che ricorda le guerre americane successive all’11 settembre. Clarke scrive: “Se Israele adotta un approccio di contro-insurrezione, i mesi potrebbero facilmente trasformarsi in anni. Anche senza fare deliberatamente questa scelta, Israele potrebbe ritrovarsi a sostenerla. Questo è quello che è successo agli Stati Uniti in Vietnam, Iraq e Afghanistan, dove lo stallo della missione ha permesso che obiettivi limitati lasciassero il posto a obiettivi più oscuri e ambiziosi. Ad esempio, in Afghanistan gli Stati Uniti hanno iniziato la guerra con l’intenzione di distruggere al Qaeda, ma alla fine si sono ritrovati a cercare di costruire la nazione. Alla fine, Washington non riuscì a raggiungere nessuno dei due risultati. La situazione in cui si trova oggi Israele a Gaza potrebbe finire allo stesso modo, o assomigliare a quella che Israele stesso ha incontrato nel sud del Libano, quando una campagna iniziata nel 1982 con l’obiettivo di eliminare i combattenti dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina si è protratta per quasi due decenni, con Israele che alla fine si è ritirata senza tante cerimonie nel 2000 senza eliminare la minaccia rappresentata dai militanti palestinesi. Inoltre, l’occupazione quasi ventennale del Libano da parte di Israele ha contribuito a far sorgere un nuovo nemico, gli Hezbollah libanesi, una minaccia con cui gli israeliani sono ancora alle prese oggi” (👉 https://www.foreignaffairs.com/…/counterinsurgency-trap…).
Ovviamente, per gli ostaggi e le loro famiglie è una corsa contro il tempo. Su DER SPIEGEL, la scorsa settimana Thore Schröder ha scritto: “Dal momento del loro rilascio, i prigionieri, la maggior parte dei quali donne, hanno denunciato la fame, gli abusi e le violenze sessuali che hanno subito. E avvertono che il tempo per gli ostaggi rimasti sta per scadere (…) Ora che sta diventando sempre più improbabile che Israele riesca a raggiungere i suoi obiettivi di guerra, e ora che gli Stati Uniti hanno iniziato ad aumentare la pressione per mettere fine alle violenze, i discorsi sullo scambio degli ostaggi rimasti hanno acquisito un certo slancio. Ma potrebbero passare settimane prima che un accordo venga effettivamente raggiunto. E anche l’insuccesso è una possibilità. Per molti ostaggi, un accordo potrebbe arrivare troppo tardi, temono i familiari come Yulie Ben Ami”, i cui genitori sono stati rapiti il 7 ottobre e il cui padre è ancora prigioniero (👉 https://www.spiegel.de/…/israeli-hostages-in-the-gaza…).
La vignetta è del cubano Wimar Verdecia Fuentes.
Alessandro Maran
maran@perfondazione.eu

Già senatore del Partito democratico, membro della Commissione Esteri e della Commissione Politiche Ue, fa parte della presidenza di Libertàeguale. Parlamentare dal 2001 al 2018, è stato segretario regionale dei Ds del Friuli Venezia Giulia.

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