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Israele e Palestina: cosa serve per una pace duratura?

di Alessandro Maran
Prima di questa guerra tra Israele e Hamas, le fasi di conflitto a Gaza seguivano uno schema generale: combattimenti seguiti da appelli internazionali al cessate il fuoco e, infine, un ritorno (grossomodo) allo status quo precedente. Questa volta è diverso: in un contesto segnato da sofferenze più diffuse e da violenze più raccapriccianti (dai massacri di Hamas del 7 ottobre al pesante tributo di sangue pagato dagli abitanti di Gaza durante la reazione israeliana) i principali attori internazionali sembrerebbero esigere una soluzione duratura al pluridecennale conflitto israelo-palestinese. Era ora, verrebbe da dire.
Mentre il governo israeliano del primo ministro Benjamin Netanyahu ha dato priorità alla liberazione degli ostaggi e all’eliminazione di Hamas, Paul Salem del Middle East Institute osserva che invece “il presidente Joe Biden afferma che il suo obiettivo politico per questa guerra non è quello di tornare a una versione rafforzata dello status quo ante, ma piuttosto quello di andare avanti verso una soluzione a due Stati” (👉 https://www.mei.edu/…/monday-briefing-partners-war…). Anche i leader arabi hanno rinnovato le loro richieste per uno Stato palestinese.
Che cosa servirebbe per raggiungere una pace duratura dopo decenni di ripetuti fallimenti?
Ci sono sempre molte ragioni per cui una pace israelo-palestinese più ampia resta improbabile, scrive Frida Ghitis per CNN (👉 https://edition.cnn.com/…/israel-gaza-path…/index.html?). Per fare progressi bisognerebbe cambiare la leadership politica sia tra gli israeliani che tra i palestinesi, scrive inoltre Randa Slim del Middle East Institute (👉 https://www.mei.edu/…/expert-views-how-do-we-restart…).
Ma per Ghitis, una scintilla di speranza si può intravedere proprio negli interessi permanenti dei paesi arabi. Mediati dall’amministrazione dell’ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump, gli accordi diplomatici noti come Accordi di Abramo hanno visto cinque paesi arabi – Bahrein, Marocco, Sudan ed Emirati Arabi Uniti – normalizzare le relazioni con Israele. Miracolosamente, scrive Ghitis, quegli accordi hanno resistito durante la guerra in corso a Gaza, dimostrando che gli interessi di quei paesi arabi non sono cambiati; in generale, vogliono ancora una maggiore integrazione regionale, una combinazione di commercio e investimenti e l’allineamento contro l’Iran. Salem sostiene che i paesi arabi dovrebbero assumere l’iniziativa per costruire una pace israelo-palestinese duratura, esortando le capitali arabe a “farsi avanti ed essere partner coraggiosi e a pieno titolo in questo sforzo. Ciò non solo aiuterà a realizzare un futuro vivibile sia per i palestinesi che per gli israeliani, ma aiuterà anche a stabilizzare la regione e a limitare l’appeal dei guastatori, come l’Iran, i suoi alleati per procura o altri gruppi islamici radicali, i quali hanno tutti prosperato grazie a questa crisi irrisolta da decenni” (👉 https://www.mei.edu/…/expert-views-how-do-we-restart…).
Su Foreign Affairs, Lina Khatib esamina gli interessi di diversi governi arabi e sostiene che trarrebbero tutti vantaggio dalla cooperazione per risolvere il rompicapo israelo-palestinese. “L’approccio di ogni paese arabo alla guerra tra Israele e Hamas è principalmente guidato dalle preoccupazioni riguardo alle proprie particolari priorità”, scrive Khatib. “Ciò è particolarmente vero per le ‘cinque grandi’ potenze arabe: Egitto, Giordania, Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Mentre la guerra a Gaza continua, questi paesi stanno utilizzando la pressione diplomatica per indirizzare il conflitto a proprio vantaggio e per raggiungere le proprie priorità. Se riuscissero a coordinare il loro approccio, tuttavia, avrebbero maggiori possibilità di ottenere un esito del conflitto che li avvantaggerebbe tutti: un processo di pace israelo-palestinese che potrebbero mediare e una migliore strategia per contrastare l’Iran” (👉 https://www.foreignaffairs.com/…/why-arab-states-must…).
“Secondo la Casa Bianca, l’Arabia Saudita ha dichiarato che rimane interessata a perseguire la pace con Israele”, scrive Ghitis. Il che è “degno di nota” quanto il mantenimento degli Accordi di Abramo. Come Ghitis, David H. Rundell, ex capo della missione presso l’ambasciata americana a Riad, ritiene su UnHerd, che gli interessi dell’Arabia Saudita non siano cambiati da prima del 7 ottobre. Il regno del Golfo vuole ancora la pace con Israele, scrive Rundell, in parte a causa degli investimenti, del trasferimento di tecnologia e del turismo di cui il principe ereditario Mohammed bin Salman ha bisogno per attuare il suo piano “Vision 2030” per la riforma e la rivitalizzazione economica del paese. Gli interessi sauditi e israeliani si allineano anche nel contrasto all’Iran e ai gruppi islamici estremi come al Qaeda.
Gli orribili massacri di Hamas del 7 ottobre hanno offerto sia incentivi che ostacoli alla distensione israelo-saudita, scrive Rundell: “Coloro che pensavano che si potesse stabilire una pace regionale senza affrontare la difficile situazione dei palestinesi si sono sbagliati. Invece, le simpatie filo-palestinesi si sono riaccese in tutto il mondo musulmano. Ora è impensabile che un leader saudita abbracci la pace con Israele prima che vengano compiuti progressi significativi verso la creazione di uno Stato palestinese. Con gli attacchi terroristici del 7 ottobre, Hamas è riuscita a far fallire gli sforzi volti a stabilire la pace tra Arabia Saudita e Israele. Eppure, l’Arabia Saudita e Israele rimangono uniti nel desiderio di evitare un conflitto regionale più ampio, eliminare il terrorismo e rinvigorire il processo di pace”. Incrociamo le dita (👉 https://unherd.com/2023/12/why-mbs-wants-peace-with-israel/).
Alessandro Maran
maran@perfondazione.eu

Già senatore del Partito democratico, membro della Commissione Esteri e della Commissione Politiche Ue, fa parte della presidenza di Libertàeguale. Parlamentare dal 2001 al 2018, è stato segretario regionale dei Ds del Friuli Venezia Giulia.

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